Il groove elegante e suadente dei Balthazar

Articolo di Serena Lotti │Foto di Roberto Finizio

Si sa nella botte piccola sta il vino buono. E quando si parla del Belgio non si può che essere sorpresi di quanto questo microcosmo schiaffato nel cuore dell’Europa sia in grado di contenere senza sforzo tanto brulichio di vita. Dall’accozzaglia ordinata di diplomatici, funzionari e lobbisti fin all’assembramento direzionale di tutte le principali istituzioni comunitarie, senza dimenticare il trilinguismo, Galeno, Alabama Monroe, la tradizione del cioccolato, della birra trappista e degli odiati cavoletti e alla quantità immane di artisti e gente scarrellata che è nata in questo assurdo territorio. Il suo retaggio multietnico ha creato un humus culturale vivissimo e dinamico e ha portato molti artisti a sconfinare e a conquistarsi un posto nel panorama mondiale, qualsiasi fosse la loro forma d’arte. Dai fumettisti come Morris e Peyo che hanno dato vita a Lucky Luke e ai Puffi, citando i fratelli Dardenne, passando per surrealismo di Magritte, fino al mondo della musica dove non possiamo non ricordare Adolphe Sax (si lo ha inventato lui!), Django Reinhardt e in tempi più recenti gli Hooverphonic, i dEUS, Selah Sue, Jan e Stromae. Tutti partoriti dallo stesso ventre geografico che potremmo altrimenti definire una fabbrica artistica febbrile, un laboratorio creativo in piena attività.

Ed è proprio da qui che sono partiti i Balthazar facendo del loro talento e del loro stile groovy chic la leva stilistica e strategica che li ha spinti verso i confini dell’internazionalità facendogli conquistare il consenso del grande pubblico. Padroni ormai della scena indipendente a casa loro, in Europa si sono dovuti fare il mazzo prima di arrivare ad essere realmente convincenti, e tutto questo è accaduto grazie allo stupendo album che li lanciati nell’alta atmosfera della notorietà e che si chiama Fever, il loro quarto album. E per autentico senso di coerenza ieri sera in una Santeria sold out eravamo tutti in preda ai bollori. Qulasiasi sia la definizione più giusta per questo stato alterante, febbre d’amore, febbre del sabato sera (ah no era mercoledì), febbre emotiva o psicosomatica, ieri sera eravamo tutti in modalità piretica spinta. Soprattutto ci siamo dimenticati di dire che il Belgio sarà pure terra di grandi artisti ma è anche terra fertile di uomini attizzanti. Nonostante il paese non entri nemmeno in classifica nel cheap survey “Chi sono i più belli d’Europa?” noi ci sentiamo di dissentire apertamente e chiediamo una revisione del sondaggio. E già perchè i 5 di Kortrijk ieri sera non solo hanno accarezzato (e asfaltato) le nostre orecchie ma hanno anche rilasciato un effluvio di testosteroni innescanti e liberatori per la gioia di tutte le femmine paganti.
I Balthazar alle 22.00 salgono sul palco della Santeria affollando con le loro personalità ben definite e presentandoci un corollario più che completo di sofisticherie e magnetismi, tentando di ammaliarci fin da subito con la suadente Roller Coaster densa di influenze middle-eastern per poi rabbuiarci con la tenebrosa ed enigmatica Boatmen con strappi sonori decisamente potenti, loop interminabili e distorsioni deliranti ma sempre calibrate, una sorta di follia ordinata e consapevole. Sul rock psichedelico della nostalgica Sinking Ship tratta dall’album Rats non sono la sola ad avere colto il velato e raffinato tribute ai Velvet Underground e nel breve tempo in cui Jinte Deprez passa il testimone a Maarten Devoldere per una solare e dilagante Wrong Vibration non priva di un fondo di inquitudine pop, siamo tutti in uno stato di ipnosi collettiva

E’ un caleidoscopio magnetico verso il quale siamo inevitabilmente attratti che ogni tanto si spegne e si riaccende facendo calare ed aumentare il ritmo e facendoci muovere verso dinamiche e scenari più tenebrosi e oscuri. Questo bis-style, questa ambivalenza espressiva a cavallo tra musica elettronica, pop un pò commerciale, soul, funk chic e influenze tribe che incontra un’anima decadente e incantata ci disorienta e ci fa dannatamente divertire.
I due leader Maarten e Jinte sono abilissimi a passarsi la palla e a mantenere l’attenzione catalizzata su entrambi senza che venga mai meno il senso profondo di assoluto affiatamento, tenendo l’atmosfera rilassata, energica e positiva ma senza farci promesse. Spesso lasceranno che le atmosfere funk si perdano in oblii a tempo determinato per poi tornare su altre forme di vita sonora dalle dinamiche calanti e grevi, rabbuiate da un mood dark dal quale faticano ad uscire a volte come in Decency e Whatchu Doin’, ma senza che i suoni subiscano alcun tipo di smacco. La ricerca della perfezione è parte integrante dello stile balthazariano e nessuno può affermare il contrario. I suoni sono impeccabili.
Su Bunker e Phone Number è un altro a prendere la scena. Simon Casier ci rasoia bene bene con un basso pulsante, aspro e intenso che fa ribaldare tutta la Santeria. E noi siamo ormai così plasmabili e cedevoli che non ne siamo nemmeno più consapevoli e balliamo rovesciandoci addosso la birra e facendo cadere i cellulari. Questo pop elegante, allegro e dannatamente magnetico ma mai prevedibile ci è entrato nelle vene e ci sta soggiogando.
Tra esperimenti soul-pop, i colori accesi del groove e del funk andiamo avanti guidati dal ritmo sexy dei Balthazar ora in modalità falsetto alla Bee Gees, suoni orientaleggianti e suggestioni oniriche. I ripetuti mutamenti sono l’unica cosa che ogni tanto ci scolla e ci riporta sulla terra. Stordiscono ma ammaliano, stordiscono ma ammaliano, stordiscono ma ammaliano…
Su Fever usciamo dall’enchantment e ci mettiamo a ballare come se non ci fosse un domani, urlando “It comes easy to, comes easy to you just like I do, too oh oh oh oh oh oh oh oh oh” in un mesh up sonoro e stilistico in cui si fondono meravigliosamente pop, soul, un posh funk e percussioni mai predominanti ma che creano un groove ancora più suadente.

Andiamo in chiusura con Never Gonna Let You Down Again un languido funk old-school accompagnato da irresistibili falsetti anni 80 e dove trova spazio un sintetizzatore spinto e potente andando poi in finale con la bellissima Entertainment con un fischiettato alla Kasabian che ci fa letteralmente andare in barella.
Questi Balthazar esotici, che abusano di ritornelli e bridge, che planano su sonorità funk spinte ma mai scontate, che creano suoni inaspettati e che ci deliziano con arrangiamenti attraenti e ricercati richiami allo stile progressive e simil-rock mentre indossano camice leggere e giacche vintage. Questi Balthazar coi capelli scomposti sui visi madidi di sudore, barbe elegantemente incolte e capaci di movimenti suadenti e delicati, questi Balthazar dal fascino sofisticato e ironico. Questi Balthazar raffinati e al tempo stesso virili, magnetici, erotici. Questi Baltahzar che profumano di Serge Gainsbourg. Ah questi Balthazar…

Clicca qui per vedere le foto dei Balthazar a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Balthazar

BALTHAZAR – La scaletta del concerto di Milano

1. Roller Coaster
2. Boatmen
3. Sinking Ship
4. Wrong Vibration
5. Decency thin walls
6. Grapefruit
7. Whatchu Doin’
8. Phone Number
9. Blood
10. Bunker
11. Changes
12. Let You Down Again
13. Fever
14. Entertainment
15. I looked for You thin walls

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