I wish I was STEPHEN MALKMUS. Il concerto di Milano

Articolo di Serena Lotti | Foto di Roberto Finizio

Ognuno ha i propri modelli artistici è ovvio. Qualcuno prende i propri mostri sacri dal passato più iconico, qualcuno li eredita basandosi su empatie e connessioni in grado di restituire un’identificazione centripeta, qualcun altro li cerca in persone viventi ed ancora in attività. Se parli di Stephen Malkmus metti in accordo tutti e tre i gruppi perchè lui arriva direttamente dai gloriosi anni 90, ha la capacità di accendere in chiunque quintalate di neuroni specchio ed è vivo, vegeto ed attivissimo. Instancabile performer, indiscussa icona e profeta dell’indie rock, già leader dei leggendari Pavement ed ora frontman dei Jinks, torna alla ribalta con un nuovo ed attesissimo lavoro in studio, Groove Denied. Che ci sia una negazione di fondo è incontestabile, chi ha ascoltato questa perla di post punk e musica elettronica non può che cogliere la voglia di planare a vista su altre sonorità e su altre diversissime atmosfere, quelle digitali ed elettroniche. C’è Berlino, ci sono le frontiere dell’elettronica, c’è rivoluzione, c’è avanguardia, c’e’ il passato del lo-fi degli anni 90, ci sono i profumi degli anni 70 e 80 in Groove Denied. Che poi sia tutto mescolato egregiamente non si capisce.

La Santeria di Milano lo accoglie con un numero sparuto di astanti, passatemelo, pochi ma buoni. Il suo, uno one man show live: sale un Malkmus in forma, capello alla Paul Mc Cartney, collanina afro al collo, outfit casual. Il solito adorabile scazzato. Accende il suo laptop, la chitarra al collo, sorride mestamente.

Sono trent’anni che il leader dei Pavement tiene botta con sperimentazioni e l’ultimo virtuoso viaggio l’ha compiuto sull’onda del fanatismo elettronico e tecnologico, da qui un live con scenari sonori austeri ma psichedelici al tempo stesso che pescano a piene mani degli anni 80 e nelle prime esperienze con l’uso del synth. In apertura lunghissime sezioni acustiche, con distorsioni infinite disturbate da effettoni digitali sensuali e incursioni elettroniche cupissime. La voce di Malkmus è eterea, evanescente, è riservato sul palco, si lascia andare a poche battute e sporadici sorrisi ma abbraccia la chitarra con veemenza, la annusa, la accarezza. Possiamo dire da crooner un pò decadente. Le chiusure sono tutte in dissolvenza, la musica scompare come una nuvola di fumo sorpresa dal vento.

Groove Denied con una A Bit Wilder lenta, lentissima che prende fiato tutto in un colpo e ci sputa addosso effetti sonori distorti, feedback disturbanti e tutta l’acidità della storia del brit punk, dai New Order ai Cure per poi arrivare dentro ad un immaginario dancefloor con l’elettronica spinta di Belziger Faceplant dove un synth-pop distorto e battente ci disturba e dove arrivano le sirene della polizia a fermare il cantato atonale di Malkmus, piegato sulla chitarra, ansimante.

Ancora nei terreni acidi di Groove Denied con Viktor Borgia, Rushing the Acid Frat, Forget Your Place e Boss Viscerate con elementi di groove minimalista, paesaggi ambient, gli elementi weird della filofosia malkmusiana e momenti un filo tamarri techno jam, del tipo unz unz unz. E’ un momento bordeline in cui fatichiamo a tenere alta la magia. Ma è un attimo perchè dopo l’omaggio ai Velvet Underground con Ocean arrivano i Pavement.

Facciamo quindi un salto temporale su Terror Twilight dei Pavement con la magica Spit On Stranger, suonata totalmente in acustica che ci riporta dentro i mondi di beatlesiana memoria e ci lascia sognare stupidamente, romanticamente. Malkmus ci tiene ad omaggiare i Velvet Underground con un’acidissima Ocean per poi tornare ancora una volta al suo amore primigenio con Frontward il cantato indolente di Malkmus che ci regala  scatti estemporanei, con squarci melodici che non ti aspetti, folgoranti.

Momento stupendo quello di Ocean of Revenge, un brano prog-pop con tratti darkettoni e un pò gotici, il tutto tenuto insieme da una drum machine in testa per dare vita ad una ballad autenticamente intrigante e sensuale. La chiusura è affidata ancora ai Pavement con il malessere esistenziale di Fight This Generation e le sue lunghe sezioni ritmiche.

Un’altalena di noise-rock, distorsioni shoegaze, l’ombra del  rumorismo dei Pavement sempre nelle retrovie, l’approccio schizofrenico di un Malkmus qui rocker one-man-band solitario e con sezioni di chitarra stupefacenti ma fin troppo annaquate da elementi elettronici sulla scia del too much. Da dire, non ha voluto certo fare un lavoro unitario con Groove Denied. C’è tutto un mondo complesso e a tinte scure in questo lavoro e nel live intimissimo a cui abbiamo assistito, l’avamposto psych degli anni 80 che si fonde con le velleità più contemporanee nell’uso di strumenti digitali e quell’attitudine decadente e depressa che tanto abbiamo amato negli anni 90. Il risultato ci piace, ma non ci fa sbarellare.

Ieri sera e’ vero, eravamo in pochi nostalgici. Quarantenni, italiani. Alla I Gen non interessano davvero proprio piu’ gli anni 90? Sembrerebbe di si…e invece in Inghilterra la diciottene londinese Bea Kristi AKA beabadoobee, ha pubblicato il suo nuovo singolo “I Wish I Was Stephen Malkmus“, con una devozione assoluta per il profeta alt-rock. Rassegnatevi, gli anni 90 non moriranno mai.

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Stephen Malkmus

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