THE MINIS a Milano: la revolution rock non è morta

Articolo di Serena Lotti | Foto di Roberto Finizio

Nell’arco degli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una fervida quanto fuori controllo corsa verso uno stile di vita sano. Mangiamo biologico ma cuciniamo sempre meno, facciamo la raccolta differenziata dividendo la spazza in 74 contenitori diversi, usiamo automobili ecologiche che fineremo di pagare dopo il prossimo allineamento dei pianeti, cuciniamo su fornelli ad induzione applicando algoritmi complicatissimi solo per fare un uovo sodo, trasformiamo gli scarti del pranzo di Natale in carburanti liquidi pronti all’uso. Siamo più longevi, più belli, invecchiamo più lentamente, abbiamo debellato peli, rughe e vene varicose, facciamo figli anche dopo la terza età anche se poi non riusciamo a tenerli in braccio. Ci siamo circondati di cose sane, pulite, asettiche.
Quanti vantaggi per il nostro corpo. E lo spirito? Varrà ancora la locuzione mens sana in corpore sano? Sembra di no,  qui il contraltare non regge. Leggiamo sempre meno, i social si sostituiscono all’interazione reale, gli adolescenti ascoltano sempre più musica spazzatura. L’emotrap e la tropical house imperano, la musica pop si “memifica”, Tik Tok e Musical.ly sfornano nuove micro-celebrity, i talent, gli influencer dettano trend e modelli. I nativi digitali ascoltano sempre più brani che nascono dalla viralità e non dai contenuti, dal marketing e non dall’idea artistica. I ragazzi si attaccano sempre meno ad uno strumento e più ai cellulari, ma per fortuna esistono esempi che fanno la differenza e che decretano il dictat che l’eccezione conferma la regola.


In questo caso sto parlando dei The Minis un power trio torinese, 44 anni in 3 (di cui due figli d’arte, sono i figli di Alex Loggia storico chitarrista degli Statuto), da sempre ispirati dalla passione per i Rolling Stones, The Who, Kinks e The Strypes che nel 2015 mettono su una band: Julian Loggia al basso e alla voce, Zak Loggia alla chitarra e ai cori e Mattia Fratucelli alla batteria. Da quel momento i giovanissimi The Minis hanno scarpinato velocemente lasciandosi dietro una scia di consensi. Con un debutto nella storica location dell’Hiroshima Mon Amour, i tre quindicenni hanno già suonato in diversi palchi dividendosi la scena con Subsonica, Linea 77, Statuto, Bluebeaters, Africa Unite. Il primo singolo, Il Fiato sul Collo, esce nel giugno 2018, a luglio 2019 esce il secondo singolo Sale nel caffè, pubblicato da Cramps Records, mentre l’album esce a settembre del 2019, sotto la guida del produttore artistico Rudy Di Monte, ottenendo ottimi riscontri di pubblico e critica. Noi li avevamo già incontrati questa primavera al Kids Sound Festival dove si erano esibiti di fronte a un’orda di bambini indemoniati infiammandoli al grido di battaglia Blitzkrieg Pop ed era stato amore a prima vista. Li incontriamo di nuovo per la Milano Music Week per un live intimo da Germi. Sono cresciuti, non solo tecnicamente e musicalmente: sono più alti e hanno lunghi capelli alla Liam Gallagher con ciuffi che gli coprono gli occhi, hanno outfit da rockstar, ricercati e scazzati al tempo stesso, e sono più consapevoli, più cazzuti e decisamente oggi più di ieri il palcoscenico è la loro comfort zone.

Noi arriviamo di buon ora, la famiglia Loggia con tutta la crew che li segue come un’ombra è al completo, i ragazzi fanno il soundcheck. Scherzano ridono, prendono in giro il fonico, alza lì, abbassa qui, non sento, è troppo alto. Quando lui sale sul palco loro lo guardano e scoppiano a ridere. E ridiamo tutti, perchè sono teneri come una brioche al cioccolato, sono come dei monellacci con degli strumenti troppo grandi per loro, che giocano a fare le rockstar. Ma io so che non è così. Io me li ricordo bene, non giocano i The Minis, non sul palco perlomeno. Durante i 30 minuti di soundcheck assisteremo al miracolo della musica. Dritti, asciutti, incendiari. Cambiano due cose, sistemano due suoni e sono pronti, ci sparano addosso My Generation, tutta d’un fiato, come una secchiata d’acqua gelida che non ti aspetti e poi molto seraficamente posano gli strumenti, si annodano le All Star slacciate, si spostano i capelli dalla fronte e si avvicinano per lo shooting. Posano per noi, le facce un pò incazzose, un pò tenebrose, con quel fascino consumato alla Kurt Cobain che tenta di uscire, poi lo vedi che ridono sotto i baffetti appena abbozzati, si danno calcetti alle caviglie e non fanno che prendersi per il culo tutto il tempo. In dieci minuti abbiamo scatti perfetti, manco avessero vissuto per una vita intera davanti ad una macchina fotografica. Dall’ascolto sembrano migliorati, chiedo “Quante ore al giorno provano i ragazzi?”…”Dormono con gli strumenti” ed è così, lo vedi che gli strumenti sono un prolungamento del loro corpo, quelle mani piccole che si muovono sicure, esperte e che fustigano corde e rullanti.
Li aspettiamo un’ora dopo per il live, nel frattempo Germi si riempie di volti più o meno noti, Loro arrivano, teste un pò basse, andatura ciondolante e attaccano gli strumenti. Quello che ci arriva nell’ora successiva è un’ondata di immediatezza assordante, di passione incendiaria, di freschezza commovente. Una vampata di speranza che ti fa pensare davvero che forse il rock resisterà ancora per una o due generazioni.

Mostrando a tutti da vicino quello che sanno fare hanno scaraventato addosso ad un pubblico di over 35 i brani del loro album Senza Paura, pezzi caratterizzati da rulli di batteria infiniti, riff di chitarra che ti restano in testa per ore, giri di basso morbidi e ficcanti e voci acerbe e briose, da Greta a Il Fiato sul Collo, da Diversità a La Scintilla, con sonorità stile brit rock, con i soli di chitarra strutturati e infiammati di Zak, i giri di basso psichedelici e roboanti di Julian e la potenza ritmica della batteria al vetriolo di Mattia, tra classiche rock ballad romantiche e brani che sono pregni della cifra stilistica della band torinese, per quel suo sound fresco e già riconoscibile.

I testi sono immediati e diretti come le strutture sonore, ma travalicano l’ovvietà prevedibile che ti aspetteresti dal songwriting di tre giovanissimi. The Minis parlano di temi ambientali, della divesità come concetto di valore, ci raccontano dei loro rapporti adolescenziali, spesso sfuggevoli, contraddittori e paradossali, ci mostrano con fierezza la loro quotidianità, fatta di litigi con i genitori, di difficoltà a scuola, di conflitti, di autodistruzione giovanile, di amore, di musica e nel farlo sono dannatamente autentici e credibili e si incazzano, ci credono fino in fondo e mi fanno calare in un back in the days personale in cui mi tornano alla mente i prof del liceo che avrei preso a calci nel culo e le love story consumate sui banchi di scuola e tra le pagine della Smemo (anche se i miei erano gli anni 90).

Non solo brani originali ma una carrellata di cover dannatamente ben realizzate e arrangiate, da London Calling dei Clash a American Idiot dei Green Day, da Blitzkrieg Pop dei Ramones fino ad una finale My Generation degli Who sganciata come una molotov sul pubblico ordinato e maturo di Germi. I ragazzi hanno le loro influenze manifeste si vede ma suonano cercando la loro personale dimensione, senza paura e senza fiato, restituendoci un stupendo esempio del fatto che la musica in Italia va avanti nonostante la trap e la witch house, che il rock non è morto e di questi tempi ne abbiamo dannatamente bisogno. Resistiamo a storie d’amore finite, a partiti politici che ci hanno lasciato orfani, ai fallimenti personali ma all’assenza della musica no. Non toglietecela, non toglietela ai nostri figli. Ozzy Osbourne diceva “Finché ci saranno ragazzi che avranno bisogno di sfogare la loro rabbia, l’heavy metal sopravviverà.” Facciamoli incazzare allora questi ragazzi e poi abbracciamoli. Oltre che di rock and roll, abbiamo bisogno di rabbia sana.

Clicca qui per vedere le foto dei THE MINIS in concerto a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

THE MINIS – la setlist del concerto di Milano

Sale nel caffè
Home town girl
London Calling
Mr. Beanpole
il Fiato sul Collo
Be my television
Greta
Perfect Storm
Diversità
Mistery Man
Blue Collar Jane
La scintilla
Abracadabra
Come un satellite
Lucio e Caligola
Fortune and fame
American Idiot
Senza Paura
Blitzkrieg Pop
Hog for you baby
You can’t judge a book
My Generation

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