I PIXIES che movono il sole e l’altre stelle: il concerto di Torino

Articolo di Serena Lotti | Foto di Roberto Finizio

Questo cercherà in tutti i modi di non essere il reportage di un concerto. Vorrà vivere di vita propria, scappare dai tasti del computer e scriversi da solo per diventare una lettera d’amore a chi ha segnato profondamente ed indelebilmente la vita della scrivente, come fosse dedicata all’uomo perfetto che non ho mai avuto, al fottuto principe azzurro che ho sempre desiderato incontrare. Un inno all’amore oltre il tempo e lo spazio, oltre le cose conosciute, oltre la materia. Sono stata un’adolescente maniaco depressiva con tendenze bipolari ed autodistruttive come molti dei teenager della mia generazione e i Pixies per me sono stati la cura e il suo contrario, la luce e il suo contrario, l’abisso e il suo contrario. Ho perso coi Pixies, mi hanno aiutato a perdere sì e a farlo meglio, a sopportare meglio, a incassare meglio. I latrati e gli ululati di Black Francis erano il mio grido sul mondo, i bassi lunghi e morbidi di Kim Deal la mia carezza d’addio alle cose che non sarebbero mai più tornate. Ho veramente iniziato a capire la musica grazie alle chitarre al napalm di Black Francis e al grido di Cease to resist, giving my goodbye, se e lo ha capito Kurt Cobain non vedo il motivo per cui quell’algoritmo perfetto di alt-rock, garage, noise, asprezza sonora, abusi verbali, psichedelia, surrealismo, comicità dissacrante e avanguardia non potesse essere chiaro a me. E chiaro è riduttivo. E’ stato rivelatore, significativo, flagrante, lampante, sconcertante, educativo. Ieri sul palco dell’OGR di Torino ci hanno presentato Beneath the Eyrie, ultimo lavoro che ci ha restituito dei Pixies in grande stile dopo la reunion e lavori non eccelsi e memorabili.

Ho le farfalle nello stomaco, le mani sudate, le gambe molli. Alle 22.00 in punto salgono. Joey Santiago alla chitarra, David Lovering alla batteria, la stupenda Paz Lenchantin al basso (in sostituzione della leggendaria Kim Deal) e Black Francis. Io aspettavo solo lui.

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Attaccano al buio, di spalle, parte come di consueto l’attacco surfer rock dei Pixies: Cecilia Ann. Entriamo subito nei territori acidi e violenti dei Pixies. Benvenuti nel girone dantesco del garage rock.

Io sono già senza fiato, i Pixies si girano, le luci li illuminano. Non riesco a guardare che lui, non posso guardare altrove, mi fermo lì sospesa tra la sua T-shirt nera stropicciata e la sua testa lucida e canuta, mi fermo su quelle mani grassoccie, su quel cipiglio irrestibile, su quella faccia sempre incazzata. Lui per me è l’uomo più bello del mondo, è sgraziato e nevrotico, è antipatico e irriverente lo so ditemi quello che volete. Respiro, di nuovo, per l’ultima volta. Respirerò ancora, ma alla fine. I Pixies ci sbatteranno in faccia 38 pezzi, senza soluzione di continuità, senza fermarsi mai, ci fustigeranno per due ore senza sosta, sarà una maratona a perdifiato dentro mondi dalle atmosfere allucinate e visionarie, con riff ipnotici, ululati hardcore, giri di basso incandescenti, distorsioni e dissonanze furiose e impetuose. Un viaggio necessario e urgente anche e soprattutto dentro tutta la storia dei Pixies, da Bossanova a Surfer Rosa, da Dolittle a Come on Pilgrim, un’esplorazione collettiva, liberatoria, catartica.

Suoni unitari e compattissimi, autentiche scariche elettriche di punk e garage quelle di St. Nazaire e Rock Music, momenti di ironia dissacrante e nevrotica quelli di Vamos, River Euphrates e Isla De Incanto, e ancora le distorsioni spasmodiche e virulente di Bone Machine, la psichedelia e l’acidità di Caribou, Los Surfers Muertos e Mr. Grieves. I Pixies sono tutti qui, in quella loro identità fortissima del sapere coniugare ritmi ossessivi, armonie frenetiche, suoni abrasivi e selvaggi in perfetto equilibrio con sbraiti, urla, velleità parossistiche ed eccessive e melodie morbide, calde, rassicuranti. Ancora la durezza dei Pixies nei brani che pescano a piene mani in 30 anni di storia, il vecchio e il nuovo, e tutto è perfettamente dentro la Pixies zone.

La stupende ed attesissime ballads dolcissime e stranianti di Where is my mind?, Wave of Mutilation, Here comes your man ci entrano nelle vene, ci infondono calore, serotonina, ci accompagnano in un back in the days necessario, liberatorio, commovente. Stiamo urlando con tutta la voce che abbiamo in gola, arriva Gouge Away e siamo in piena scossa, vibriamo, tremiamo, siamo drogati di Pixies.

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Ma non siamo stanchi. Ancora, ancora, ancora. Ed ecco che torniamo su Beneath The Eyrie con i sui toni dark gotici con Graveyard Hill e Death Horizon, sulle chitarre nevrasteniche, sugli abbai convulsi e le litanie disturbanti e prendiamo respiro con una versione strepitosa di Catfish Kate.

Chudiamo con i lamenti liquidi di Hey, con i bassi imperanti e le urla primitive di Debaser, con il delirio e l’ansia di Tame e la follia di No. 13 Baby in 15 minuti di pura paranoia, di autentica schizofrenia. E tutto torna…e tornano i flash back come in un terapia che ti fa elaborare l’esperienza traumatica, quella del passato. La gente dice che non vali niente… A white moon’s hot, the other side’s not, hang me. Il ragazzo di cui sei innamorata ti dice che non ti vuole… If you go, I will surely die, le crisi d’ansia…Your head will collapse, but there’s nothing in it, qualcuno che ami muore… The creature in the sky, got sucked in a hole, now there’s a hole in the sky.

L’acido e il basico, il protone e l’elettrone, l’ansia e l’ebbrezza, quello che perdi e non ritrovi, chi lasci andare senza ritorno. Le armonie delicatissime che ti avviluppano e un inferno di chitarre brutali, lunghe e incandescenti che ti pugnalano il petto, gli abbai, gli ululati, i sussurri, le chiuse demenziali costrette in un tempo che ci ha schiacciato, ci ha turbato, ci ha aperto il ventre e lasciati con le occhiaie umide. Suoni che ci hanno scorticato, melodie dolcissime che ci hanno ammaliato e rassicurato e ancora strazi vocali punk, la gola in fiamme mentre i Pixies ti ripetono che andrà tutto bene, nonostante tutto.

Ora possiamo respirare e uscire. Usciamo, usciamo con la testa che gira nell’aria greve, usciamo con il fiato corto, con lo stomaco contorto. Usciamo felici, usciamo appagati, usciamo grati e liberati. Usciamo dal girone degli inferi e alla fine di tutto, usciamo a riveder le stelle.

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PIXIES – La setlist del concerto di Torino

Cecilia Ann (The Surftones cover)
St. Nazaire
Rock Music
Isla De Encanta
On The Gravehill
Wave Of Mutilation
I’ve Been Tired
Brick Is Red
Dead
Los Surfers Muertos
Caribou
U-Mass
Monkey Gone To Heaven
Planet Of Sound
Nimrod’s Son
Bird Of Prey
Ed Is Dead
Cactus
Ready For Love
Here Comes Your Man
Motorway To Roswell
Catfish Kate
Ana
Mr. Grieves
Where Is My Mind?
Death Horizon
Vamos
The Holiday Song
Daniel Boone
Velouria
Gouge Away
Bone Machine
Hey
Debaser
Tame
No. 13 Baby

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About the author

Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Scrivo da sempre, per raccontare, per elaborare la sofferenza. In passato insegnante di storia del teatro, ora PR di un’azienda americana, passo il tempo libero a crogiolarmi nell’osservazione del mondo e nelle sue complessità, ogni giorno da una prospettiva diversa. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Figlia del mio tempo, imparo alla scuola del punk, del grunge e dell’alternative rock e lascio che siano band come Pixies, Sonic Youth, Joy Division a mostrarmi la strada. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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