I LUKAS GRAHAM sorprendono Milano tra grandi successi e grande Blues

Articolo di Alvise Salerno | Foto di Giorgia De Dato

Per spiegare bene il concerto dei Lukas Graham bisogna partire dalla fine, dai saluti, da quel “We are Lukas Graham. Thank you Milano”.
Per chi lavora in questo settore non è una novità che questa fosse una band ma, vi assicuro, alcune delle facce che ho visto ieri sera al Fabrique avrebbero urlato allo scandalo.
Eh sì, perché per chi si aspetta che Lukas Graham sia lui, il frontman sbarazzino e muscoloso con la faccia da bravo ragazzo, non si sbaglia ma questo è anche il nome della band. Tipo Dave Matthews Band, The Alan Parson Project o altri esempi simili.
Fare questa premessa è doveroso, perché l’impatto scenico e artistico è stato sorprendente non solo nel nome, bensì in ogni suo dettaglio fin dall’inizio.
Lukas è un vero leader e trascinatore e, ieri sera, lo ha fatto capire attraverso alcune piccole cose.
Sul palco sono in 8 e lo spazio non è immenso, ma la disposizione fa sembrare anche un solo centimetro come fosse il palco del Coachella. Attitudine, ci nasci così.
Tutti sullo stesso piano, nessuno che ruba la scena a nessun altro. Lo stesso frontman posiziona regolarmente la sua asta tra la tastiera e la batteria, quasi mai in primo piano. Quello spazio è comune, non di un singolo, ed è così che nel corso dell’ora e mezza di live abbiamo assistito a un continuo movimento delle pedine. A turno, tutti hanno guadagnato il centro della scena in modo equo. Voce, fiati (tre elementi), chitarra, basso, batteria al centro e tastiera. Questi i Lukas Graham.


Ho parlato di sorprese, attitudini, predisposizioni senza citare la cosa che, probabilmente, più di tutte ha lasciato sorpresi: la musica.
Dopo le prime 5/6 canzoni, tra me e me, mi domandavo se fossi finito al concerto dei Blues Brothers, se avessi sbagliato location, cose così. Sapete com’è, si ascolta l’ultimo loro ‘Purple Album’ e tutto puoi aspettarti tranne questo. A parte qualche raro momento, nella parte centrale del concerto con il trittico di canzoni romantiche dedicate alla figlia di due anni e mezzo, è stato un continuo saltare e ballare. Giusto per far capire l’atmosfera, dopo sole due canzoni, Lukas ha scelto di rimanere in canottiera e, verso metà concerto, a petto nudo. Attitudine da rocker, fisico da Axl Rose dei tempi d’oro, voce dei migliori cantanti pop e volto che è lo specchio della sicurezza, un sogno per ogni mamma che vorrebbe un tipo così accanto la propria figlia. Trasmette serenità.
Tornando alla musica, dal pop si passa al rhythm and blues, al soul, a un accenno quasi impercettibile di dance per poi ritornare al pop matrice del loro successo.
Altra bella soluzione scenica sono stati i tre ledwall posizionati all’interno di tre cerchi (mi hanno ricordato il logo degli Swedish House Mafia, ma questa è un’altra storia) su cui sono stati mandati video tematici per ogni singolo brano. A questo, studiato perfettamente, si è unito un impattante gioco di luci studiato nel minimo dettaglio.
La scaletta è costruita in modo intelligente, con un mix ottimo tra nuovi e vecchi brani.
Unico neo, se così possiamo definirlo, le immense chiacchiere tra una canzone e l’altra. Too much.
E’ pur vero, però, che se non ci fossero state il concerto sarebbe durato ancora meno e già, di per se, non è che sia stato lunghissimo. Iniziato poco dopo le 21:00, è finito dopo 80 minuti precisi. Alle 22:30 tutti fuori, una rarità per chi è abituato a uscire dai live non prima delle 23:30 e tornare a casa non prima dell’01:00.


Lukas ha raccontato dell’arrivo a Milano, del vino rosso che ha bevuto a 1€ e delle tre casse che ha comprato per il resto del tour “perché a casa mia, in Danimarca, un calice costa non meno di 50€”. Allora sì, possiamo capire bene. Ha parlato della moglie, della madre e del padre scomparso 6 anni fa.
La persona di cui ha parlato di più, per ovvie ragioni, è la piccola figlia che, verso le 22:00 spera “stia già dormendo nel nostro bus. E’ tardi.”
Lukas è un fantastico padre e un ottimo marito, innamorato della sua famiglia, e lo si capisce mentre ne parla. Lo sguardo brilla, i sorrisi sono spontanei e l’emozione palpabile. Sono cose che non si dimenticano per il pubblico.
Tornando alla scaletta, quasi tutte le dieci canzoni del nuovo album sono state realizzate e, in tutta onestà, si fa fatica a capire il motivo per cui non abbiano avuto il giusto risalto nelle radio del nostro Paese, a partire dal singolo Love Someone, straordinario nella sua bellezza. A queste, si sono aggiunte le famosissime Mama Said, You’re Not There e 7 Years, i suoi singoli di successo di qualche anno fa.
Piccola nota, la presenza di alcuni ragazzi danesi, probabilmente un misto tra turisti e, molto più probabile, erasmus che hanno sventolato bandiere del loro Paese per tutto il tempo. Un segno di quanto i Lukas Graham siano amati in nord Europa.
Ultimo dettaglio, più politico e rappresentativo, è la presenza della bandiera di Christiania nei badge dedicati allo staff. La storia di questo quartiere autogestito di Copenaghen è fin troppo lunga, fatta di momenti anche molto cruenti, per spiegarla in queste pagine ma vi consigliamo di andare a leggerla, se non la conoscete. Lukas è nato proprio lì e lo porta sempre con se.
Un concerto completo, emozionante, entusiasmante e inaspettato. Uno di quelli che ti fa tornare a casa con il sorriso e con il pensiero che, di certo, al prossimo live tornerai a vedere e ascoltare questi ragazzi con molto piacere. Con delle scarpe più comode, magari.

Clicca qui per vedere le foto dei Lukas Graham a Milano (o sfoglia la fotogallery qui sotto).

Lukas Graham

LUKAS GRAHAM: la scaletta del concerto di Milano

Not A Damn Thing Changed
Take The World By Storm
Strip No More
Mama Said
You’re Not There
Stick Around
Lullaby
Love Someone
Promise
Drunk In The Morning
Don’t You Worry
Off To See The Worls
Redemption Song
Say Yes
Happy Home

ENCORE
7 Years
Funeral

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