I JETHRO TULL a Milano: noi siamo leggenda

Articolo di Serena Lotti | Foto Courtesy Silvia Finke

Non c’è niente di meglio di una storia ben raccontata. Alcune vengono raccontate dai nonni, dalle madri, dagli sconosciuti. Ascoltate nei letti, nei treni, per la strada. Alcune raccontate esattamente nel modo in cui, chi la narra l’ha a sua volta sentita sussurrata all’orecchio, altre raccontate seguendo il flusso creativo del pensiero e dell’emozione. Storie narrate con la voce prestata a chi non c’è più per farlo. E poi ci sono storie raccontate da chi quella storia la sta ancora vivendo. Ieri sera Ian Anderson, il flautista magico del rock, instancabile frontman dei Jethro Tull ci ha raccontato più che una storia, una leggenda dal nome The Prog Years. La leggenda Jethro Tull Performed by Ian Anderson che corre instancabilmente sui palchi di tutta Europa è stata la seconda delle quattro date italiane del nuovo tour della band inglese del prog rock. Location Teatro del Verme, sold out assoluto.

Una comunità di adepti e discepoli che seguono i Jethro Tull da sempre si riuniscono in un teatro strapieno e per una volta nella vita mi hanno fatto rimpiangere di non avere 20 anni in più. Avrei voluto provare la loro stessa potentissima emozione ieri sera, nel ricordo della band ai suoi tempi d’oro, di chi li ha visti 20 o 30 anni fa, i leggendari, i capelloni e visionari esponenti del prog rock. Anderson promette di raccontarne il processo evolutivo ed artistico e darci un pasto quella pastura corroborante di rock, blues, folk ed elementi classici, veicolandole con una potenza espressiva ed una presenza scenica incredibile.

Il tema storico viene sviluppato splendidamente grazie a proposte coerentemente temporali e dalla natura più dannatamente progressive. Da This Was a Stand Up, da Aqualung a Thick As A Brick, da A Passion Play a Heavy Horses abbiamo bevuto dal calice dei ricordi, dei tributi celebri con visual psichedelici e deliranti e il saluto degli ex membri della band (le cui line up sono state le più mutevoli della storia).

L’apertura con For a Thousand Mothers virulenta ed appassionata con i suoi grezzi tratti hard rock blues trasforma l’aria umida e appiccicosa in frizzante e densa e ci fa subito respirare l’hard rock energico dei primi lavori. Ian Anderson si accanisce con veemenza sul suo flauto luccicante e magico. La storia di Ian, la storia di un bambino incompreso, la storia di un giovane flautista in cui nessuno credeva, i genitori cattivi che ti dicono che non farai mai della musica la tua ragione di vita. Visual psych, riprese del globo terrestre e siamo dentro il caleidoscopico rollercoaster di Anderson e nel suo cappello dei ricordi.

Un passo indietro, di solo un anno e Ian ci racconterà This Was del 1968 con le versioni infiammate di Love Story, A Song For Jeffrey, Some Day The Sun Won’t Shine For You e Dharma For One.

Una trascinante Love Story con una lunghissima suite di morbidissimi e ficcanti effetti wah wah partoriti della chitarra di Joe Parrish e un’infinita e delirante chiusura in cui le gocce d’acqua dei visual ed un caleidoscopio coloratissimo ci accompagnerà verso il primo dei video che ci accompagneranno per tutto il live, un back in the days e un tribute a quelli che sono stati gli ex membri dei Jethro Tull, alcuni nome celebri e alcuni che hanno finito per imbracciare un’altra carriera. Jeffrey Hammond è il caso calzante, prima bassista del gruppo dal 1971 al 1975 ora pittore ongoing, che saluta il pubblico milanese introducendo A Song For Jeffrey con uno Ian che imboccherà una stupenda armonica a bocca regalandoci frammenti di ordinaria poesia.

Che i Jethro Tull abbiamo trasformato la loro musica in una versione buona del Vaso di Pandora, saturo di genialità e avanguardia e colmo fino all’orlo dell’esperienza fortissima del blues e del jazz è cosa risaputa e a ricordarcelo è una versione stupenda di Some day the sun won’t shine for you, autentico e riconscibilissimo standard che nella storia si fece anche capro espiatorio degli scontri stilistici interni all’abum. Ecco di nuovo quindi l’armonica, accompagnata da sensuali linee di basso e dal vulcanico handclapping del pubblico, e ad annunciare il brano è un altro ex, Mick Abrahams, che lascia poi lo spazio a Clive Bunker a cui viene assegnata la folkettona Dharma for One che ci regala un grande assolo di batteria di Scott Hammond. Solo al termine ritroviamo la chitarra per un ultimo lamento intensissimo, una cesura veloce e arriva il saluto di Joe Bonamassa che ci introduce nella mistica A new yesterday altro brano in cui l’armonica fa da protagonista ma lascia spazio ai deliri virtuosi dei soli flautistici di Ian.

Non possiamo non ascendere ad una dimensione ultraterrena con la bachiana Bourrée in E Minor stavolta introdotta da Toni Iommi dei Black Sabbath ed altro ex di una delle storiche formazioni della band. Le variazioni del flauto di Ian dominano su tutto ma non senza lasciare lo spazio ad un basso imperante che fa da trampolino di lancio per le danze sciamaniche del frontman, che, nonostante la matrice profondamente rock prog del brano, ci lascia assaggiare anche le influenze blues fino ad una conclusione delirante ed un solo da applausi scroscianti. Noi non possiamo che battere le mani fino a farcele sanguinare mentre Ian il virtuoso soffia nel suo flauto tutta la vita possibile.

Ian ha ancora voglia di saltare come un folletto e l’occasione arriva con Thick as a Brick. Come un incantatore di serpenti, sotto i suoni isterici di una batteria urticante e una chitarra che rasoia e che brucia, Ian sfodera il flauto e cerca di ammaliare un pubblico in visibilio con la sua caratteristica danza del flauto con un piede.

Dopo i saluti di Steve Harris arriviamo sulla pastorale folk-rock Heavy Horses, introdotta stavolta dall’ex tastierista John Evans e ci perdiamo in un trip di praterie, cavalli, immagini pastorali ed il violino di Unnur Birna Bjornsdottir si inframmezza a immagini di macchine agricole e aratri. Non usciamo ancora dalla dimensione bucolica perchè il momento dell’entropia ora è affidato a Warm Sporran e siamo su dinamiche sonore ardite e mai confortanti con una cornamusa che aumenta la tensione e fa da wallpaper alle immagini selvagge del nord della Scozia.
Ci avviciniamo all’epica chiusura con gli infiniti cambi di ritmo di Aqualung, con i lunghissimi respiri di Anderson e gli infiniti soli di una chitarra spinta al massimo della sua potenza. Il cantato di Ian va in overlapping con il digitale Ryan O’Donnell nella versione The Rock Opera con Anderson live.

E’ il momento dell’encore con una bollente Locomotive Breath, il capolavoro prog della band e la sala si ribalta letteralmente. Accarezzati da un delicatissimo intro al piano veniamo lanciati su una chitarra durissima in un attimo e aspettiamo con il petto ansante che parta il respiro della locomotiva tradotta in uno dei riff più famosi ed indimenticabili di sempre. Ian canta col naso e suona raccontandoci tutto quello che vogliamo sentrici dire nel suo flauto che scalpita, ringhia e si muove su una continua dinamica, feroce ma liberatoria.

Sono le 23.30 e sono tutti felici. Fuori piove. Le facce sono quelle di gente che ha lavorato tutto il giorno. Gli occhi sono quelli di chi ha incontrato l’amore e lo ha riconosciuto subito. Si comprano la maglia col barbone di Aqualung. Aprono gli ombrelli, non hanno il coraggio di bagnarsi. Abbracciano le mogli, i mariti. Hanno tutti la sveglia alle 7. Canticchiano No way to slow down No way to slow down. Hanno sonno, si vede. Cercano un taxi, la metro è troppo scomoda.

Troppo vecchi per il rock and roll ma troppo giovani per morire.

JETHRO TULL – La setlist del concerto di Milano

Beggar’s Farm

Set 1:
For a Thousand Mothers
Love Story
A Song For Jeffrey
Some Day The Sun Won’t Shine For You
Dharma For One
A New Yesterday
Bourè in the Minor
My God
Thick as a Brick

Set 2:
A Passion Play
Too Old To Rock’n’Roll: Too Young To Die!
Passtime In Good Company (cover di King Henry the VIII)
Songs From the Wood
Heavy Horses
Warm Sporran
Farm On The Freeway
Aqualung
Encore:
Locomotive Breath
Cheerio (Outro)

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