I HATE MY VILLAGE: foto, reportage e scaletta del concerto di Milano

Articolo di Roberta Ghio | Foto di Emanuela Giurano

Nella vita capita di innamorarsi. Qualcosa ci attrae, cerchiamo di approfondire la conoscenza e piano piano siamo in balia di quel dolce sentimento che ci crea gioie e, a volte, anche dolori. E poi ci sono i colpi di fulmine. Sempre più rari col passare del tempo. Quelli che arrivano così. Stai facendo altro e di punto in bianco una scossa ti prende e via! Vieni rapita ed in qualsiasi modo vada a finire, sai che non sarai più la stessa. Sono certa che Tony Hawk of Ghana, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album I Hate My Village, non abbia provato lo stesso brivido nei miei confronti, ma per me è stato un vero colpo di fulmine, l’unico caso in cui non mi importi essere ricambiata. Mi è piaciuta la scossa, mi è piaciuto vivere l’attesa dell’uscita dell’album, l’esperienza immersiva dell’ascolto e ancor di più arrivare carichissima al live sold-out, ieri sera, alla Santeria di Viale Toscana, a Milano. Chi sono gli I Hate My Village lo sappiamo, ma è giusto ribadirlo, visto che si tratta di un team di altissimo livello. Stiamo parlando di Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle), che hanno messo a fattor comune il loro talento, la passione e il desiderio di sperimentazione per dare vita ad una (già definita come) superband e ad un album, un viaggio,  tra i continenti dei suoni. Andiamo a viaggiare in Santeria!

Appena entrata mi precipito al merchandaise: voglio la loro maglietta, non quella indossata da Rondanini la seconda serata del Festival di Sanremo (i più attenti l’avranno notata), ma quella hand made, decorata di loro pugno. Fatto. Ora ho una T-Shirt che nasce da menti straordinarie. La indosserò fiera! Mi guardo intorno mentre sono in attesa che le nostre guide facciano il loro ingresso. Il palco è preciso e ordinato, non c’è alcuna scenografia. I miei compagni di viaggio hanno un’età adulta, negli occhi e nelle chiacchiere che colgo il mood che percepisco è di curiosità verso questo live, nutriamo molte aspettative e sappiamo che non saremo delusi. Qualche manciata di minuti in più di attesa rispetto al previsto e…stop alla musica di sottofondo, nel locale semibuio, un suono che in primis mi arriva come tribale, ma mano mano si definisce sempre più nitidamente come una “sonorità d’aia”, ci dà il segnale che stiamo per partire.

E’ un chiocciare di galline (siamo in henhouse?) ad accogliere sul palco gli I Hate My Village, che senza alcun preambolo, fanno partire il nostro viaggio con la psichedelica Presentiment in cui Ferrari dà manforte aggiungendo le corde vocali a quelle della sua chitarra, creando un suono talmente ammalgamato che se ne accorge l’occhio, non l’orecchio. Via verso un far west elettrico con il botta e risposta strumentale di Tramp per poi esplodere con Fare un fuoco. Poche parole se non qualche ringraziamento qua e là, ma tanta energia dal palco, con Viterbini che ha l’argento vivo addosso, scatenato, non sta fermo un attimo, trasportato dalla sua stessa arte, interpreta col corpo le sue note. Rondanini sferra colpi micidiali, mi chiedo se abbia solo due braccia o se in qualche modo la dea Kali si sia impossessata di lui, ma non meno incisivo il basso di Fasolo, elegante nella sua aplomb e la discrezione di Ferrari, che sa farsi ben sentire.

E poi quegli sguardi che cogli e che ti fanno pensare “ma quanto si stanno divertendo!” Noi dal pubblico rispondiamo con teste che vanno avanti e indietro ed espressioni sul viso di chi sta suonando con la band, anche con una certa intensità. Uno via l’altro ascoltiamo i brani dell’album e qualche chicca in più. Arriviamo a Fame, che mi richiama una cammellata o una carovana con l’andare ritmato e penetrante, per poi arrivare ad un assolo di Viterbini, che dà vita ad un momento intimo e melodioso, rovinato un poco dal brusio che arriva dal bar. La prima parte del live si conclude con Tony Hawk of Ghana in cui Ferrari scratcha con la voce, mentre Viterbini fa cenno ad alcune ragazze di salire sul palco a ballare, ma la timidezza vince anche su un invito da parte di un cavaliere così d’eccezione. Qualche minuto di pausa e si riprende con una cover mica da tutti, Don’t Stop ‘Til You Get Enough, in cui il falsetto di Ferrari la fa da padrone. Il live sembra terminare con Tubi Innocenti, progetto di Viterbini, ma dopo l’uscita un ulteriore ingresso per un mega blues Bring It On Home to Me.

In poco più di un’ora abbiamo attraversato mondi apparentemente lontani nello spazio e nel tempo, incapsulati ad arte in un live prezioso, un’esperienza bomba, da ripetere alla prima occasione. Se non li avete ancora visti dal vivo, cosa aspettate?!

Clicca qui per vedere le foto degli I Hate My Village a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

I HATE MY VILLAGE – scaletta del concerto di Milano

Presentiment
Tramp
Fare un fuoco
Acquaragia
I Ate my village
Kennedy
Nuvola
Fame
Bahum
Chitarrine
Elvis
Tony Hawk of Ghana

Don’t stop ‘till you get enough
Tubi innocenti

Bring It On Home to Me

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