I giorni del vino e delle rose non sono finiti. I DREAM SYNDICATE a Milano

Articolo di Serena Lotti | Foto di Marco Arici

Di reunion siamo avidi diciamolo pure. Soprattutto quando arrivi ad un’età in cui le tue band di formazione e di riferimento sono dipartite anzitempo, o a fare da producer alle nuove leve o peggio ancora cadute in disgrazia dopo anni di abusi e vite dissolute.
In generale la sensazione che sta dietro una bella rimpatriata in grande stile è quanto di più eccitante possa esserci per un superfan nostalgico di un’epoca ormai passata. E di divorzi e riappacificazioni non siamo mai stanchi. E’ il nostro gossip alla D’Urso di noi malati di musica, lasciateci fare. Gli ultimi anni poi hanno visto in modo particolarmente importante riunirsi tante band storiche che si erano lasciate anche malamente anni fa e provenienti da differenti estrazioni, per tutti i gusti e per tutte le orecchie. Sarà la paura dell’oblio, sara la smania della facile monetizzazione, sarà il colpo di coda di gruppi che la storia l’han già fatta, spesso ci siamo trovati di fronte ad esperimenti fallimentari e sconcertanti in cui, tra adiposità più o meno localizzate, voci che sembravano uscite da un intervento di tracheotomia e set imbarazzanti, la perdita di memoria a breve termine (la nostra) era di quanto di più positivo potessimo auspicare.

Anche i Dream Syndicate fanno parte della schiatta dei “riuniti”, ci rientrano in statistica piena, ma si piazzano nella fascia buona, insomma di quelli che non hanno avuto tracolli o metamorfosi agghiaccianti anzi, hanno ancora tantissimo da dare.
La loro è una reunion ongoing dal 2012 e che ha prodotto due dischi pazzeschi e che si è realizzata ben dopo più di dieci anni dallo scioglimento con risultati felici e acclamati dalla critica.
Insomma passati indenni attraverso la malattia da rimpatriata i Dream Syndicate hanno trovato l’antidoto alle facili identificazioni e alle spallucce dei più che li considerava un gruppo ormai del passato. Si sono rimessi a far progetti insieme demonizzando prima di tutto quelli che pensavano ad una manovra di business e poi mettendo a segno con grande classe due autentiche bombe, una nel 2017 con How Did I Find Myself Here? e una nel 2019 con These Times.

Chi si ricorda della band di Los Angeles come un felice esperimento tra rabbia, sonorità garage, spinte psichedeliche e una fiammata di punk e underground non ha problemi di memoria. In più buttiamo nella formula anche quel sacro ed assennato rispetto per la tradizione che li ha spinti a portare sul palmo di mano icone come Velvet Underground e Television sopra tutti.

Torna così in grande stile il quintetto from Los Angeles. E’ un sorridente Steve Wynn a salire per primo sul palco, che insieme al batterista Dennis Duck resta uno due membri della formazione originale, al basso Mark Walton e Jason Victor in sostituzione della chitarra più indimenticata di sempre, quella di Karl Precoda e un immenso Chris Cacavas alle  tastiere.

Il palco del Circolo Magnolia è quello piccolo e non siamo in tantissimi. Da sempre i Dream Syndicate sono stati  lontani dai grandi circuiti quindi a distanza di così tanti anni c’era da aspettarselo. I nostalgici sono la maggior parte degli astanti se la vogliamo posizionare su una mera statistica visualizzabile su una pie chart un buon 99% di attempati malinconici con qualche ben conservato da fitness e dieta che alza la media immancabilmente.

Le scelte fatte in apertura ci danno qualche indizio rispetto al fatto che forse non sarà un concerto passatista e di rievocazione storica: metà live sarà infatto affidato ad alcuni dei brani più rappresentativi degli ultimi due album, quelli appunto scritti dopo la reunion You How Did I Find Myself Here?e il recentissimo These Times.
La proposta sui brani di These Times ricade subito su The way per accompagnarci con grande stile dentro il mondo dei DS, un brivido pirotecnico e psicotropo che pesca direttamente dagli anni 70, e sulla magnetica Put Some Miles On ci mettiamo a correre su un’immaginaria Route 666 mentre ruggiscono le roboanti chitarre di Steve e Jason.

Quando attaccano Black Light torniamo immediatamente alle origini psichedeliche dei Dream Syndicate, quelli sporchi di Velvet Underground per dirla tutta, ma senza che la modernità trasportata da sonorità belle funkettone non impedisca a Wynn di deliziarci con una tecnica di slide guitar da brivido ed andare poi in chiusura con un’onesta e graditissima sferzata di autentico e pulitissimo rock ‘n roll made in USA con Recovery Mode.
Sulla scia del se non ora quando arriviamo sulle chicche di How Did I Find Myself Here? il disco di inediti arrivato dopo 19 anni di  silenzio e a quasi trent’anni da Ghost Stories. Siamo sui tappeti sonori di un puro guitar rock con la meravigliosa Filter Me Through You e grazie agli squarci psichedelici davanti a noi siamo pronti a buttarci a pesce dentro Glide dove restiamo letteralmente intrappolati in un campo lisergico senza confine.

Ma avevamo detto che l’urgenza revivalista e nostalgica forse si sarebbe palesata e dopo una buona mezz’ora di pezzi stupendi e attuali il back in the days tanto atteso si manifesta con cara grazia di tutti quelli che non vedevano l’ora di tirare fuori il fazzoletto.

Classiconi effetto bomba come la cantatissima ed indimenticata ballad Burn tratta dal capolavoro unanimemente riconosciuto che è Medicine Show (di cui proporranno anche una trascinante Merritville) fino ai brani intramontabili pescati da The Days of Wine and Roses. Ed e qui che i DS ci spingeranno verso le atmosfere stroboscopiche e psych del Paisley Underground, di cui sono stati promotori e massimi esponenti: qui la ritmica e l’energia del punk incontra la sperimentazione chitarristica acida e del dark wave a cui si aggiunge senza sforzo la voglia di ricordare le sonorità del passato. Una spinta percussiva ossessiva e sezioni ritmiche deliranti ci riportano indietro nel tempo a quelle che erano le prime lezioni dei Dream Syndicate. Dopo i passaggi ipnotici di That’s What You Always Say con momenti elettrici quasi assordanti inframmezzati da flash di quiete, passiamo sulla bellezza delirante di una tonante quanto virulenta Definitely Clean per chiudere con la crepuscolare e spettrale When you smile, con i suoi pressanti e assillanti feedback.

Il ricordo su Out of the Grey con le chitarre sparate di Forest for the Trees, un trip allucinato dai loop finali che non ci liberano dai nodi sonori e l’immancabile ballata chitarristica con lo spettro del sintetizzatore a fare da controaltare, Boston in cui Steve Wynn farà salire un ospite d’eccezione che io avevo già intravisto nel pubblico, Manuel Agnelli. I due amici, già incontratisi per il live in acustico di Wynn da Germi, il locale di Manuel, hanno dato prova di grande affiatamento artistico tanto restare ancora insieme sul palco per Tell Me When it’s over.

Refrain epici e tormentanti, svisate chitarristiche, un wall of sound d’impatto e potente, l’ologramma dei Velvet Underground e dei Television nelle retrovie, i Dream Syndicate mantengono con grande attualità ed eleganza gli stilemi della tradizione ed uno stile che resta inviolato, puro e vivissimo. In barba alle nuove sonorità e alle nuove tendenze dentro le quali molti gruppi underground e garage hanno tentato di reinventarsi provando con fatica a restare dentro le proprie inclinazioni, i DS restano senza sforzo fedeli ad una natura che li rappresenta pienamente e in maniera riconoscibile, capaci nel contempo di costruire con grande classe e senza soluzione di continuità un ponte temporale in grado di marcare la nuova strada con le intenzioni underground, post punk e darkettone primigenie ma virando dolcemente verso nuovi scenari elettronici, senza mai snaturarsi.

Wynn e soci hanno ancora tantissimo da dare e da dimostrare a quello che è un pubblico di nicchia e incredibilmente esigente ma che li ama e che non li ha affatto dimenticati.

Secondo noi  i giorni del vino e delle rose non sono ancora finiti. 

Clicca qui per vedere le foto dei Dream Syndicate a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

DREAM SYNDICATE: la setlist del concerto di Milano

The Way
Put Some Miles On
Filter Me Through You
Black Light
Out of My Head
How Did I Find Myself Here
Bullet Holes
Recovery Mode
Burn
Forest for the Trees
That’s What You Always Say
Definitely Clean
Glide

Encore 1
Merritville
When You Smile
See That My Grave Is Kept Clean (Blind Lemon Jefferson cover)
Boston (con Manuel Agnelli)

Encore 2
Tell Me When It’s over (con Manuel Agnelli)

Tags

About the author

Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Scrivo da sempre, per raccontare, per elaborare la sofferenza. In passato insegnante di storia del teatro, ora PR di un’azienda americana, passo il tempo libero a crogiolarmi nell’osservazione del mondo e nelle sue complessità, ogni giorno da una prospettiva diversa. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Figlia del mio tempo, imparo alla scuola del punk, del grunge e dell’alternative rock e lascio che siano band come Pixies, Sonic Youth, Joy Division a mostrarmi la strada. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.