GORAN BREGOVIC: foto e reportage del concerto a Castellano (Trento)

Foto di Matteo Scalet | Articolo di Michele Viganò

Allora, diciamolo subito e togliamoci il pensiero: ai concerti di Goran Bregovic c’è la base. Può non essere il miglior incipit per il reportage di un concerto, lo so, ma è stato l’incipit del concerto. E per un artista che ha fatto di un genere folk la sua carriera può non essere il massimo. In pochi secondi tutti (molti? alcuni? solo i miei amici?) si sono accorti che nell’impianto giravano suoni di cassa e percussioni non presenti sul palco. Non solo: base anche per le linee di basso-tuba, in sostituzione dell’omone in carne ed ossa che fino a qualche anno fa suonava il ciambellone d’ottone nella Wedding and Funeral Band.

Questione di budget? Scelta stilistica? Difficile credere a questa seconda possibilità visto che, come detto, si tratta di suoni perfettamente eseguibili da esseri umani. Suoni probabilmente nemmeno elettronici, ma pre-registrati. La band appare in formazione relativamente ridotta rispetto agli “anni d’oro”: due flicorni (e non tre), due trombe, un sax/clarinetto, le mitiche voci bulgare, in forma smagliante, ed il cangiante alter ego di Goran (lui in nero, il maestro in bianco, come i gatti del famoso film) alla voce ed alla cassa / piatto.
Può sembrare una scelta di comodo, ma seguire una base quando le canzoni hanno strutture armoniche in 7 o 11 battute non è affatto facile. Non si tratta nemmeno di basi effettate. Gli unici effetti sono quelli che trasformano la chitarra elettrica di Bregovic in liuto arabo o in chitarra acustica, a seconda delle occasioni.

Insomma, non è l’elettronica tamarra di “Pitbull” (da “Gatto nero, gatto bianco”, ma non di Bregovic) e nemmeno quella di un gruppo turbo-folk da discoteca. Il mistero delle “basi bulgare” resterà insoluto fino alla fine.

Clicca qui per vedere le foto di Goran Bregovic allo Stif Sound di Castellano (Trento) (o sfoglia la gallery qui sotto).

La prima parte del concerto è tutta affidata ai brani di Three Letters from Sarajevo, l’ultimo album, del 2018. La musica di Bregovic, come i gitani, ha fatto il giro del mondo ed è finita in Spagna: una festa a base di “Vino Tinto” e “Baila Leila”. E se è strano sentire le voci bulgare cantare ritornelli che sfiorano (ho detto sfiorano) il tormentone estivo del tipo “baila hasta que salga el sol”, la voce maschile ci ricorda che il viaggio dei gitani è stato proprio questo, passando anche sulla sponda africana del Mediterraneo, il tempo sufficiente per le note arabeggianti di “Duj Duj”.

Più che ad un matrimonio, o funerale, dell’Est Europa sembra di essere ad un concerto di Radio Bemba: “Balkaneros, vamos!” come recita il ritornello della canzone portata da Milan Stanković all’Eurovision. Serbia o Spagna: purchè se baila. L’adrenalina non manca, le melodie inafferrabili ed ipnotiche, la cassa dritta nemmeno. Le trombe starnazzano come le oche sulla strada di Guča nel 2004 (quindiciannifa? ohcazzo!) ed il pubblico è in delirio. La dichiaratamente yiddish “Matzel Tov” in realtà sembra un’indiavolata pizzica pugliese e la gente salta e grida. Ora sembra di stare alla Notte della Taranta.

Nemmeno il tempo di interrompere le danze con l’intermezzo più intimo della sognante “Death Car”, per ricordarci che il viaggio di Bregovic parte in realtà in Arizona, ed è già l’ora dei grandi successi: “Mesecina” ed “Ederlezi” da brividi, con la gente che canta in un improbabile romanì le canzoni balcaniche forse più famose al mondo. Ed il merito è tutto dell’uomo in bianco, che se la (sor)ride godendosi i cori. “Kalashnikov” necessita qualche parola per spiegare che “è una canzone ironica sulla gente dalle mie parti a cui piace andare in giro con le armi”, mentre “Bella Ciao” non ha bisogno di precisazioni, si canta e basta.

Il fascino della musica di Bregovic è costituito dal mistero che aleggia, per ogni europeo occidentale ed ancor più per noi italiani, sulla sua terra d’origine. A due passi da qui, a portata di mano, eppure così inafferrabile. Lontana ai tempi della guerra, così come oggi. Un paradosso geografico e musicale, che fa uscire pazzi ma “chi non diventa pazzo non è normale”, dice il maestro. Cigani… Juriš!!!

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