Glen Hansard, un live sconfinato a Milano


Articolo di Luca Doldi

Mi sarei aspettato tutto tranne un concerto così.
In realtà non sapevo bene cosa aspettarmi, ma ieri Glen Hansard mi ha veramente stupito.

Le mie aspettative erano molto alte, ho scoperto tardi i The Frames con quel disco incredibile che è “Burn The Maps” del 2004, e da lì in poi non ho mai smesso di seguire loro e Glen Hansard, per farla breve erano quasi 10 anni che lo aspettavo.
Perché nelle varie date che ha fatto in giro per l’Italia in passato non sono mai riuscito ad esserci. Quasi 10 anni nei quali ho consumato i loro dischi, ho imparato a memoria Once, ho cercato tutti i video possibili su Youtube delle sue esibizioni in giro, soprattutto quelle da busker.
Il concerto è stato aperto da Lisa Hannigan che purtroppo non ho fatto in tempo a vedere. Non la conoscevo bene (fatta eccezione per il famoso singolo) ma ho potuto capire cosa mi sono perso nel corso della serata.

Glen arriva per le 21.30 scendendo dalla scala che porta alla balconata del Limelight.
Due parole su questo posto. In passato era molto utilizzato per i concerti, poi non so cosa sia successo.
Ma perché sfruttare al massimo i Magazzini Generali, acusticamente orribili, quando invece si ha un locale praticamente inutilizzato per i concerti, non molto lontano che è decisamente superiore, sia come acustica che come visibilità e disposizione?
Perché usare un posto dove si vede e si sente male, quando ce n’è uno dove si sente e si vede benissimo? Forse è rimasto chiuso, forse costa troppo per i live, non so, se qualcuno ha la risposta sono curioso.
Spero che quello di ieri sera sia l’inizio di una nuova vita concertistica per questo posto. Qualsiasi altro posto va bene purché non si sia costretti a usare i Magazzini per i concerti. Comunque visto visto l’andazzo dei locali a Milano, cara grazia che ci sono i Magazzini, ma se ci sono altre possibilità…

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Dicevo Glen Hansard “scende” sul palco intorno alle 21.30 e con lui c’è una squadra di calcio quasi. Tre archi, trombone, tromba, e in più, vero valore aggiunto della serata, i The Frames ad accompagnarlo: batteria, basso, chitarra, tastiere e violino.
Il concerto parte con i pezzi del suo ultimo disco. La prima parte del live è molto suonata, strutturata, “tecnica”, sono tutti molto concentrati a rendere al meglio gli arrangiamenti piuttosto articolati e studiati anche appositamente per il live. Anche lui sembra molto tranquillo e attento a dirigere i musicisti, rispetto ad alcune esibizioni esplosive che ho visto, ma in realtà il vero concerto deve ancora iniziare.

Glen è a tutti gli effetti un cantastorie, uno a cui piace chiaccherare con il suo pubblico, a cui piace spiegare cosa raccontano le sue canzoni. Questa tendenza alla chiacchera produce racconti molto divertenti ma anche molto lunghi, che per chi capisce bene l’inglese possono essere divertenti (come quello dell’uscita in barca da ubriachi verso una luce, che poi arrivati a destinazione si rivela un faro in mezzo agli scogli, con conseguente speronamento), ma per chi non lo capisce molto o anche per chi non gradisce i concerti molto parlati, non è che sia il massimo.

Il primo sussulto si ha con “When your minds made up”, stupendo, dove la band, con la forza della paternità del pezzo si lascia molto andare e dove Glen fatica a contenere la sua voce esplosiva, dopo tutta la pacatezza dell’inizio. Il loro carattere sanguigno viene fuori tutto d’un colpo e il tutto sfocia in un finale che è fuoco puro.


Vorrei spendere anche due parole su questa band, il concerto non sarebbe stato lo stesso se non ci fossero stati loro. Innanzi tutto la confidenza che c’è fra loro sul palco dopo vent’anni di musica insieme è fondamentale e insostituibile. Inoltre il loro valore, la bravura, la sensibilità e la capacità di esprimere sempre il meglio in ogni sfumatura è qualcosa di unico.
Un batterista con il tocco delicato del jazzista, ma con l’impeto da batterista punk. Un chitarrista con dei suoni cristallini e perfetti in ogni occasione, con un gusto incredibile, e con una tecnica usata sempre al meglio: ha avuto solo pochi secondi di assolo in tutto il concerto, ma in quei pochi secondi ha espresso tutto se stesso senza virtuosismi inutili e con un gusto sublime. Un bassista con un tiro pazzesco e un tocco sempre rotondo, anche lui con la delicatezza di un jazzista ma anche con la “zappa” quando il pezzo lo richiedeva. Tastierista e violinista sempre con il suono e l’idea giusti, veramente la band con cui io, ma credo tutti vorrebbero suonare.

Pensavo di trovare un locale mezzo vuoto invece al contrario, il locale era pieno di gente appassionata, che ha sostenuto Glen nella parte centrale del concerto quasi interamente solo chitarra e voce. La sala è letteralmente esplosa quando ha attaccato “Wishlist” dei Pearl Jam. Evidentemente la collaborazione con Eddie Vedder ha portato i suoi buoni frutti in termini di pubblico e se lo merita.
Dopo un’ora e mezza di concerto i nostri si ritirano per una brevissima pausa, ed è stato normale pensare “ok è finito, due bis e a casa”, invece scopriamo poi a mezzanotte e un quarto e che la pausa era soltanto la metà del concerto! Anzi il vero concerto è iniziato dopo la pausa, perché i momenti più emozionanti sono stati proprio nella seconda parte.

Uno dei momenti più emozionanti in assoluto è stato quando Glen è rientrato da solo e si è messo fronte palco, senza alcun tipo di microfono o amplificazione a fare una manciata di pezzi in versione busker, puramente acustica: lui la sua chitarra e l’attento silenzio del pubblico.
All’interno di questa session il momento in assoluto più intenso è stato “Say it to me now”, veramente toccante, con la voce lanciata letteralmente fuori dalla gola con un cannone. Dopo un paio di pezzi si sono aggiunti anche gli altri componenti dei The Frames , per fare una splendida e corale “Gold” degli Interference (presente anche in Once).
Finito? No. C’è ancora tempo per ripescare nel repertorio dei The Frames due pietre miliari come Fitzcarraldo e Santa Maria.

Foto di Davide Merli per www.rockon.it

Finito? No, c’è ancora tempo per far salire sul palco l’altrettanto splendida, Lisa Hannigan.
La cantante Irlandese mi ha stregato con la sua voce, a metà fra Norah Jones, Lou Rhodes e Beth Orton, giusto per citare le più famose.
Insieme cantano O’Sleep di Lisa Hannigan per poi fare uno dei pezzi che hanno permesso a Mr. Hansard e ai the Frames di riempire il Limelight e altri numerosi locali in giro per l’Europa, ovvero Falling Slowly.
Con tutto il rispetto per Marketa Irglova, Lisa Hannigan è di un’altro pianeta.

Finito? No! Fanno finta di andare via, quando Hansard dice “…ancora un altro pezzo”, e si rimettono fronte palco, stavolta con tutti i musicisti e Lisa per fare una versione di Passing Trough totalmente “al naturale”. Nel corso della canzone, dopo una prima parte eseguita sul palco, prendono alla lettera il titolo e scendono dal palco passando fra il pubblico, senza mai smettere di suonare. Rimangono per più di 5 minuti buoni in mezzo alla sala a suonare e cantare circondati dalla gente, e poi risalire nei camerini suonando fino a che le vetrate della balconata non attutiscono completamente il suono.

Non smetterò mai di dire quanto sia incredibile questo artista, non importa con che cosa suoni, non importa dove suoni, non importa con chi suoni, non importa quante persone abbia davanti quanto prestigioso sia il pubblico che assiste, lui canterà sempre con il massimo della passione, come se non ci fosse domani e come se fosse il concerto della vita davanti a centomila persone.

Ieri sera ne ha dato una prova inconfutabile, sia lui sia i The Frames e anche gli altri musicisti coinvolti. Ho aspettato dieci anni, ma l’attesa è stata ripagata con gli interessi.

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