FIRENZE ROCKS 2019: reportage e foto del terzo giorno

Articolo di Gaia Giovanelli e Davide Merli | foto a cura di Davide Merli

THE STRUTS

Il nostro terzo giorno di Firenze Rocks comincia coi quei ragazzacci dei The Struts che se ne infischiano del caldo torrido e provante per mettere ulteriormente a ferro e fuoco i già numerosi presenti nel pit dell’arena. Pronti via Spiller e soci sparano subito le loro cartucce migliori e più conosciute in Italia come Primadonna Like Me e Body Talks forse per cercare di coinvolgere un pubblico meno festaiolo e scatenato rispetto alla loro fan base: missione compiuta perché i presenti rispondono bene dando un senso all’immane sforzo della band a mantenere questo livello di energia con questo clima. I ragazzi suonano bene, Spiller è ovviamente un gran frontman e lo spettacolo funziona alla grande ma il tutto lascia sempre quel retrogusto di costruito e di emulazione dei grandi pilastri del rock che influenza il mio giudizio finale. Mi viene da paragonarli, generei differenti sia chiaro, agli Airbourne che dopo il crack inziale e l’entusiasmo della stampa sono finiti in uno spirale creativo statico nel qualche non hanno mai saputo evolvere il proprio suono e la propria attitudine. Vedremo se i The Struts seguiranno a ruota o se sapranno rompere le catene che li vedono troppo legati ai soliti cliché del rock triti e ritriti.

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The Struts

NOTHING BUT THIEVES

Diametralmente opposti sono i Nothing But Thieves, che alle tutine in stile Freddie Mercury anni ’70 dei The Struts preferiscono la maglietta bianca di In & Out Burger e un look da 10 euro ma che dimostrano per l’ennesima volta di saperci proprio fare anche con platee così eterogenee come questa.

Prestazione standard per i ragazzi dell’ Essex ma come sempre piacevole incentrata sull’ultimo e fortunato disco Broken Machine arrivato ormai a fine ciclo dopo 2 anni di singoli e l’uscita dell’ EP What Did You Think When You Made Me This Way? la cui frase troneggia nel ritornello della iniziale Forever & Ever More. Conor vocalmente è sempre una forza della natura e pezzi come I’m Not Made By Design o Ban All The Music sono fatti su misura per le sue estensioni vocali che deliziano i presenti molto coinvolti dall’esibizione dei ragazzi inglesi. Quasi un oretta di spettacolo si chiude con la solita Amsterdam che chiude una esibizione riuscita e soddisfacente. Compitino si, ma ben riuscito.

 

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Nothing But Thieves

 

GLEN HANSARD

 

 

Su Glen Hansard si potrebbero dire molte cose come ad esempio che ormai è un membro ufficiale della famiglia Vedder e Pearl Jam, che i fan stessi dei PJ lo adorano e che sicuramente la sua presenza e posizione nel bill è solo ed esclusivamente per volere di Vedder stesso ma parlare di raccomandazione mi sembra inopportuno: probabilmente avrebbe anche potuto suonare di più il cantautore irlandese ma in quei 45 minuti Hansard ha dato tutto se stesso ai 30000 presenti svuotando tutto se stesso su questo palco fiorentino.

Rabbia e delicatezza, poesia e disperazione, Glen Hansard è una montagna russa di emozioni trasporta i numerosissimi presenti nell’area concerti in una dimensione tanto intensa quanto umana. La gente apprezza, lo inneggia e canta e il tutto finisce sulle note di This Gift tratta dal debutto solista del cantautore irlandese. Breve ma davvero intenso.

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Glen Hansard

EDDIE VEDDER

L’attesta ormai è spasmodica e alle 21:45 Eddie Vedder ci invita tutti nella sua stanza arredata con un giradischi, un pianoforte, una valigia, un lettore a bobine a nastro e un attaccapanni al quale Eddie appoggerà il suo panama una volta salito sul palco. L’atmosfera è davvero magica: la luna piena, che verrà pure usata come scenografia in qualche pezzo, illumina un platea veramente attenta ed emotiva in grado di cantare e aiutare la stupenda voce di Eddie in ogni singolo pezzo suonato questa sera. C’è ampio spazio per le canzoni dei Pearl Jam in scaletta, alcune eseguite in acustico come I Am Mine, altre in elettrico come una splendida Unthounght Known e altre ancora con l’accompagnamento del Red Limo String Quartet come una Black che rimarrà negli annali in quanto ad intensità e bellezza. Vedder ringrazia, offre vino ai presenti accorsi nelle prime fila fin dal mattino e trova pure il tempo di omaggiare la scomparsa del regista Franco Zeffirelli con una bellissima Just Breathe.

Nelle quasi due ore di concerto Vedder suona pure cover come Should I Stay, Should I Go dei Clash eseguita con l’ukulele elettrico e una Wildflowers dedicata allo scomparso Tom Petty. Le sensazione comunque è che Vedder stesso ci tenga a questo concerto ancora più del più accanito dei presenti e che sia quasi impreparato al calore e l’affetto che ancora una volta Firenze gli ha regalato.

C’e spazio anche per qualche estratto dall’acclamata colonna sonora di Into The Wild che Vedder dedica al suo amico mai incontrato Christopher McCandless, la cui vita è stata raccontata nel film.

Il concerto scorre via molto velocemente e l’alternanza di acustico, elettrico, archi e i duetti con Hansard aiutano a mantenere il livello di coinvolgimento e di intensità altissimo per tutta la sua durata fino ad arrivare alle immancabili cover di Hard Sun degli Indio e Keep on Rockin In A Free World di Neil Young che mandano a casa tutti felici e consapevoli di aver assistito ad una esperienza unica che difficilmente verrà ripetuta in questo modo e in questo contesto.

Dopo i sinceri saluti di rito la porta della stanza di Eddie si chiude ma la magia di una serata perfetta resterà per sempre nella mente di tutti i presenti. Brividi, brividi, brividi.

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Eddie Vedder

EDDIE VEDDER – La setlist del concerto di Firenze

Cross The River
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
I Am Mine
Brain Damage (Pink Floyd) + Immortality
Wishlist
Indifference
Wildflowers (Tom Petty cover)
Far Behind
Just Breathe
Can’t Keep
Sleeping By Myself
Guaranteed
Black
Parting Ways
Should I Stay Or Should I Go (The Clash)
Porch
Alive
Unthought Known
Better Man
Sleepless Nights (Everly Brothers)
Song of Good Hope (Glen Hansard)
Society (Jerry Hannan)
Hard Sun (Indio)
Rockin’ In The Free World (Neil Young)

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