FIRENZE ROCKS 2019: reportage e foto del quarto giorno

Chiude i battenti la terza edizione del Firenze Rocks dopo quattro serate all’insegna dell’eterogeneità musicale, e lo fa nel migliore dei modi, anche se con qualche polemica per la presenza di una band come i Sum 41, tra Editors e The Cure. Scelta coraggiosa, che però sembrerebbe premiata dall’adesione massiva di pubblico anche in questa ultima serata, a testimoniare il successo del festival fiorentino.

Purtroppo ci perdiamo l’esibizione dei belgi Balthazar ai quali comunque il nostro fotografo Andrea Ripamonti è riuscito a scattare qualche fotografia.

il link delle foto dei Balthazar al Firenze Rocks 2019 (o scorri la galleria qui sotto)

Balthazar

EDITORS

La band fronteggiata da Tom Smith si impone fin dalle prime note con un noise capace di catturare anche chi non li conosce, pur radunando comunque una schiera abbastanza fitta di persone sotto il palco. Il loro electro dark conquista e garantisce una qualità sonora seducente, indirizzando al meglio il destino delle migliaia di anime tormentate in attesa dei Cure.Gli Editors cullano e infiammano i presenti sotto al sole cocente alternando i loro anthems come Papillon ed A Ton Of Love ai pezzi più cupi. Munich riecheggia tra gli ampi spazi dell’arena ricoprendone ogni angolo, e la conclusiva Frankenstein disperde una profondità ultrasonica rara da crearsi. L’elettricità lascerà presto spazio al punk rock dei Sum 41, ma la magia creata dalla band dell’altro Smith farà fatica a dissolversi.

Clicca qui per vedere le foto degli Editors al Firenze Rocks 2019 (o sfoglia la gallery qui sotto)

Editors

EDITORS – La setlist del concerto di Firenze

Violence
Papillon
A Ton of Love
Munich
An End Has a Start
Magazine
Sugar
The Racing Rats
Frankenstein

SUM 41

Eccoci alla scelta più coraggiosa della giornata, ovvero inserire un gruppo di “spinta” prima dei tanto attesi headliners. La scelta paga soltanto a metà, contribuendo si a portare tra le prime file alcuni fan della band canadese, vista la presenza di numerose maglie con il celeberrimo logo, ma non valorizza appieno l’esibizione di Whibley e soci. La performance è molto tirata, quasi esasperata nella sua ricerca di partecipazione da parte di un pubblico che invece non fornisce alcun feedback, se non durante i brani più famosi. Whibley se le inventa tutte per far muovere il pubblico, reinventando anche qualche pezzo sacro tanto caro a noi italiani, come Seven Nation Army, passando per Another Brick in the Wall e We Will Rock You. Ma è sul finale, di fronte a cavalli di battagli come In Too Deep e Still Waiting che il pubblico si lascia andare. I Sum 41 lasciano il palco, mentre il loro scheletro gonfiabile con dito medio alzato perde la sua forma, confermando nei presenti le non poche perplessità sulla scelta di questa band.

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Sum 41

THE CURE

L’atmosfera inizia a farsi pesante quando un Robert Smith appesantito dagli anni calca il palco di un’arena che lo accoglie nel modo più caloroso possibile, tra cori e urla di fan giovani e, soprattutto, meno giovani. I Cure iniziano con la claudicante Shake dog shake, squarciando la dimensione temporale e proseguendo con le note calde e profonde della densissima Burn, dove le luci rosse e le note ipnotiche contribuiscono a trasformare il palco in un seducente inferno sonoro. Dal rosso si passa al verde della cadenzata From The Edge Of The Deep Green Sea, uno dei brani con la miglior resa dal vivo. La prima parte del concerto lascia più spazio alla psichedelica e al dark più puro ed anacronistico. La band suona alla perfezione e la voce di Smith non sembra minimamente risentire dell’età, ben mescolandosi al vibrante basso di Gallup. Il pubblico ipnotizzato reagisce come può, muovendosi, barcollando, cantando anche sottovoce, a sublimare l’atmosfera contemplativa dell’incantesimo collettivo. Ogni brano trova la sua collocazione perfetta ma il climax è raggiunto dall’ancestrale One Hundred Years, che permette anche alla band di rifiatare, perché proprio a detta di Smith “è davvero difficile da cantare”. La band torna così sul palco per la parte conclusiva, superando le due ore di esibizione, che vanta i pezzi più pop e ballabili. Robert Smith dialoga col pubblico, scherza, e accenna anche qualche passo di danza durante Close To Me, a testimoniare che questo incantesimo ha colpito anche lui. I Cure chiudono il concerto con l’eterna Boys Don’t Cry, tra una pioggia di applausi e cori. Smith torna sul palco più volte, ringrazia ripetutamente, barcolla ed appare visibilmente emozionato, nonostante ci abbia ricordato poco prima che i ragazzi non piangono.

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The Cure

THE CURE – Scopri la setlist del concerto di Firenze

Shake Dog Shake
Burn
From the Edge of the Deep Green Sea
A Night Like This
Pictures of You
High
Just One Kiss
Lovesong
Just Like Heaven
Last Dance
Fascination Street
Never Enough
Wendy Time
Push
In Between Days
Play for Today
A Forest
Primary
Want
39
One Hundred Years
Lullaby
The Caterpillar
The Walk
Doing the Unstuck
Friday I’m in Love
Close to Me
Why Can’t I Be You?
Boys Don’t Cry

 

 

 

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