Dr. Jekyll o Mr. Hyde? KODALINE in concerto a Milano

Articolo di Matteo Pirovano | Foto di Elisa Hassert

Non voglio addentrarmi nell’argomento al punto di parlare di disturbo dissociativo dell’identità ma sicuramente regna sovrana l’indecisione nella testa di Steve Garrigan e dei restanti membri della band irlandese Kodaline.

A spiazzare l’ascoltatore è stato l’ultimo lavoro in studio della band di Dublino, Politics of Living, pubblicato da RCA esattamente un mese fa.

E’ dal momento della sua uscita che tento con tutta la buona volontà di sviscerare il nuovo arrivato, ascolto dopo ascolto, nella speranza di cambiare opinione su un disco che, sin dal primo impatto, mi ha perplesso e non poco.

Dimenticatevi le atmosfere “indie rock” dell’esordio In a Perfect World (che adorai) o le sonorità smaccatamente Coldplay del successivo Coming up for air. Con Politics of living i Kodaline si sono orientati verso un pop da classifica decisamente over prodotto (tendenza già evidenziata col precedente album in studio) che non ha fatto altro che appesantire il sound della band, originariamente così fresco e immediato. Sicuramente non è tutto da buttare e alcuni pezzi nuovi, opportunamente arrangiati, potrebbero funzionare bene in sede live ma la decisione di assoldare più autori e produttori, tra i quali spicca il nome di Steve Mac (il “mago di Oz” che sta dietro ai successi commerciali di One Direction, Ed Sheeran , Boyzone ecc), la dice lunga sulle velleità da classifica di Steve e soci.

La sensazione è che i Kodaline siano oggi più un brand da promuovere che una band vera e propria.

È con questo sapore amaro in bocca che mi sono avvicinato al concerto di stasera al Fabrique, unica data italiana del tour europeo, nella speranza di ribaltare la cattiva opinione che si è fatta strada dentro di me.

La band ha conquistato il palco alle 21.30 al termine delle esibizioni di JC Stewart (bravissimo) e la band elettro pop Wild Youth, aprendo le danze con il nuovo singolo Follow your fire che, purtroppo, non ha fatto altro che acuire le mie perplessità con una versione che di live ha avuto ben poco, costruita al 90% intorno a una base preregistrata che ha di fatto oscurato e reso inutile l’apporto dietro la batteria di Vincent May.

Ormai scoraggiato e convinto di aver davanti l’ennesimo gruppo ad aver perso la giusta rotta il concerto ha svoltato sorprendentemente non appena i Kodaline si sono ricordati di essere una band vera.

Le basi preregistrate hanno lasciato il campo d’azione ai musicisti che, canzone dopo canzone, sono emersi prepotentemente sottolineando quelle qualità che hanno portato i quattro ragazzi di Dublino a essere considerati una delle novità più interessanti in campo rock appena sei anni fa. Brand new day, una bellissima versione di Ready (dalle sfumature Kasabian) e la stupenda Honest mi hanno fatto riconciliare all’istante con il mio umore turbato da un inizio non all’altezza.

La band è tornata quindi a presentare il nuovo disco con un trittico di canzoni:

Brother è una bella e triste ballad, in parte piano/voce, che suona già come un classico cantato a squarciagola dai presenti.
Shed a tear non suscita particolari emozioni e passa in sordina risucchiata dalla successiva, entusiastica, Head Held High, una canzone piena di luce e vibrazioni positive con un ritornello catchy e “ruffiano” in senso positivo che non può lasciare indifferenti.

Ma è nell’intimità che la band di Dublino continua a dare il meglio di sé.

Per la successiva The One la band lascia Steve solo a centro palco con la chitarra acustica e ne viene fuori una versione da pelle d’oca.

Centinaia di cellulari alzati al cielo contribuiscono ad aumentare un pathos che sfocia fragoroso  nella strofa finale fatta cantare all’unisono al pubblico presente.

Pathos che prosegue nella successiva Angel dedicata a una fan recentemente scomparsa e nella vocale I Wouldn’t be dal sapore “religioso”nella sua interpretazione a cappella.

Si cambia nuovamente registro con la comparsa sul palco di armonica e mandolino dai quali scaturiscono la folkeggiante Love Like This (abbandonata definitivamente la sperimentazione acustica del pezzo davvero poco significativa)  che introduce al finale composto dagli anthem All I Want e High Hopes, passando per l’imprescindibile One Day, la canzone più brutta del lotto (Born Again) e il pezzo nato  dalla collaborazione con il norvegese Kygo (Raging).

In sintesi  un concerto positivo che ha ribaltato le mie basse aspettative, consegnando ai presenti un live ben confezionato che, sebbene a tratti inquinato da troppe basi, funziona alla grande.

Ora i Kodaline si trovano davanti all’ennesimo bivio, decidere se farsi trascinare dai trend o indirizzarli.

Vincerà quell’appassionato ragazzo pieno di sogni del sobborgo di Swords o l’industria discografica?

kodaline @ Fabrique - 28 ottobre 2018 Elisa Hassert ph001

KODALINE – La scaletta del concerto di Milano

Follow Your Fire
Brand New Day
Ready
Honest
Brother
Shed a Tear
Head Held High
The One
Angel
I Wouldn’t Be
Love Like This
One Day
Born Again
Raging
Love Will Set You Free

Encore:

All I Want
High Hopes

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Matteo Pirovano

Matteo Pirovano

Nasco il giorno di San Valentino del 1978, e forse proprio per questo sono, da sempre, un nostalgico romantico. Apro per la prima volta gli occhi a Genova, ma non riesco a definirmi Genovese a tutti gli effetti pur essendole visceralmente legato. La mia vita è stata vissuta al confine tra la provincia ligure e quella Alessandrina, mi piace considerarmi un apolide della collina. Appassionato di musica sin dalla giovanissima età, cresciuto tra i dischi dei miei, diviso tra Black Sabbath e Led Zeppelin, seguo la musica da sempre. Sono ormai più di vent'anni che coltivo la passione dei concerti, una delle poche a non essere mai calata nel tempo. Sono un Vespista e un Jammer, chi ha una di queste due passioni sa cosa esse significhino. Nella vita lavorativa mi occupo di tutt'altro, le mie passioni sono la mia linfa e la mia energia, sono ciò che riempiono quel bicchiere che, per mia fortuna, riesco sempre a vedere mezzo pieno.

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