Da Pittsburgh a Nashville: WILLIAM FITZSIMMONS in concerto a Milano

Articolo di Matteo Pirovano | Foto di Claudia Mazza

Che William Fitzsimmons non sia molto famoso in Italia lo si può evincere facilmente consultando la versione nostrana della pagina wikipedia a lui dedicata, abbandonata dal 2014.
Stranissimo in un contesto attuale dove le news corrono all’impazzata e le date di morte degli artisti più famosi vengono addirittura aggiornate in tempo reale.

Non che negli USA, sua terra natia, William abbia venduto milioni di copie dei suoi dischi, per carità, ma la sua notorietà è sicuramente più marcata, grazie anche alla costante presenza di alcuni dei suoi pezzi nelle soundtrack di alcune delle serie televisive più importanti (Grey’s anatomy, Brothers and sisters, One Tree Hill per citarne solo alcune).

Ciò nonostante William è riuscito a radunare un centinaio di fan per la sua unica data italiana al circolo Magnolia, alcuni dei quali acquisiti a seguito della convincente prova a Villa Arconati del 2016 nella quale Fitzsimmons ha suonato in veste di opener a fianco dell’iconica Cat Power.

La musica di Fitzsimmons è accostabile a quella di altri act più famosi quali Iron & Wine (in alcuni pezzi quasi sovrapponibili) e Sufjan Stevens, un folk rock minimalista dai testi che sanno di vissuto quotidiano, che parlano delle proprie origini, dei propri successi e delle moltissime cadute e sconfitte. Liriche che parlano di dolore e malinconia ma sorrette da una musica che allevia l’anima alleggerendola.

Lo show si apre con la strumentale To Love Forever, intro alla successiva, crepuscolare, Everything Has Changed nella quale Fitzsimmons si mette a nudo ricordando il padre nel giorno della dipartita di sua nonna. Un testo delicato, quasi sussurrato costruito intorno a un ammaliante fingerpicking che lascia attoniti.
Il tema della famiglia d’origine è ricorrente in quasi tutti i dischi di Fitzsismmons. L’album del 2006 Goodnight ad esempio tratta interamente del doloroso divorzio dei suoi genitori mentre il doppio EP Pittsburgh (sua città d’origine) affonda nelle radici della famiglia parlando delle sue nonne.

Il viaggio introspettivo continua nella successiva 17+forever nella quale ci offre una visione straziante dell’essere giovane e sopraffatto, emozioni rassegnate sostenute da un lamento di corde, un intenso strumming acustico che sfocia in un’armonia quasi ossessiva.

Lo show scivola via leggero canzone dopo canzone tra pezzi nuovi come Never Really Mine e Lovely e altri più datati e conosciuti dal pubblico quali le bellissime I Don’t Feel It Anymore e Beautiful Girl.

Fitzsimmons è un personaggio sfuggente. Divide il palco con il fraterno amico Adam Landry, che lo accompagna alla seconda chitarra e in alcuni parti di tastiera, senza mai prevaricarlo, rimanendogli addirittura indietro sulla linea di palco, rendendo così difficilissimo il lavoro dei fotografi che sono lì per immortalarlo. Canta a occhi chiusi e raramente guarda il pubblico, ringraziandolo a testa bassa nei numerosi momenti in cui, tra un pezzo e l’altro, accorda ossessivamente la sua chitarra alla ricerca del suono perfetto. Accordature e sbavature sono parte integrante dello show così come le sconfitte e i problemi lo sono della vita di tutti i giorni.

Fitzsimmons è noto per riarrangiare live canzoni di altri artisti facendole sue con il proprio inconfondibile stile.

Non abbiamo avuto la fortuna di ascoltare questa sera la sua bellissima versione di I Kissed A Girl di Katy Perry ma siamo comunque stati omaggiati dall’esecuzione di un’insolita I Want It That Way dei connazionali Backstreet Boys (avrà parlato con una delle tante over 30 che hanno infiammato il forum d’Assago non più di una settimana fa?) e della classica Sweet Home Alabama.

A concerto apparentemente finito William è spuntato a sorpresa dal backstage con un’asta da microfono in mano per dirigersi in fondo al parterre, dalla parte opposta del palco, invitando il pubblico ad avvicinarsi a lui il più possibile in una sorta di stretto abbraccio collettivo durante il quale ci ha cantato in solitaria Passion Play, dall’ormai quasi quindicinale debutto auto prodotto Until When We Are Ghosts, e una toccante cover a tre voci del classico Everywhere dei Fleetwood Mac coinvolgendo il bravissimo duo di apertura Jim and Sam.

Fitzsimmons lascia nel pubblico la stessa idea che si ha di lui ascoltandolo su disco, di un artista autentico che senza sovrastrutture porta avanti il suo progetto musicale senza curarsi poi troppo di un effimero successo. La mente va a Pirandello e a una frase che ho sempre amato: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.  Fitzsimmons è probabilmente uno di quei pochi.

Clicca qui per vedere le foto di William Fitzsimmons a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

William Fitzsimmons + Jim and Sam

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