CLOUD NOTHINGS: reportage e foto del concerto di Milano

Articolo di Andrea Forti | Foto di Giorgia De Dato

Ad ognuno il suo San Valentino: se per molti la data del 14 febbraio rappresenta la scadenza fissata da dedicare alla dolce metà, per chi scrive il taccuino era occupato da mesi dall’appuntamento con la band di Dylan Baldi e soci, di ritorno in Italia per presentare l’ultimo Last Building Burning nella prima di tre date da tutto esaurito lungo lo stivale: lo si nota subito dalla coda che ci accoglie scendendo la scalinata che porta all’ingresso dell’Ohibò, in questa stagione invernale tappa fissa per gli eventi più di grido.

Arriviamo all’evento poco prima dell’ingresso della band di Cleveland senza trovare una buona postazione dove vedere il concerto; ma per questi eventi, si sa, il concetto di posizione è vago e conta solo dove ti trascina la folla. Nonostante la partenza a spron battuto con Leave Him Now il live non sembra fare breccia instantanea tra la gente, per la gioia dei tanti fotografi senza pit che possono scattare tranquillamente senza rischi per i propri strumenti. Non riusciamo a dare una motivazione plausibile nemmeno additandola a qualche incertezza della batteria (un falso allarme perché dopo il primo pezzo tutto si sistema) o alla voce un po’ bassa rispetto al resto degli strumenti, colpa della posizione avanzata ma pure di un po’ di influenza che ha colpito Baldi.

La situazione si fa più calda brano dopo brano per precipitare verso la fine di Offer To An End, dove il lato destro della pista è una macchia di moshpit che si allarga sempre più: era solo questione di timidezza del pubblico. Decidiamo di infilarci dentro nella successiva The Echo Of The World, non a caso il primo singolo estratto da Last Building Burning, e ora il palco è davanti ai nostri occhi senza nessun ostacolo. Notiamo dunque l’eccentrico abbigliamento in coordinato azzurro di Baldi, la compostezza del basso e dell’altra chitarra che fa il paio col lato “rilassato” del pubblico, e il batterista che merita una descrizione più accurata: vestito in pantaloni corti e una t-shirt color verde destinata a diventare madida di sudore già a metà set, non lesina a riproporre le accelerazioni punk con una violenza tale da distruggere una bacchetta dopo pochi pezzi.


Terminata la riproposizione quasi fedele della tracklist viene riservato ampio spazio ai dischi del passato (escludendo però l’esordio omonimo con il quale li avevamo scoperti otto anni fa). A partire da Modern Act il suono si fa più pop-punk e ci introduce alla parte più nichilista e più sentita del repertorio, terminato con Stay Useless e con Wasted Days in encore. È la parte dove il rock la fa da padrone, sia nel volume che nelle intenzioni, come valvola di sfogo di tutti quei sentimenti che colgono i ragazzi/e e giovani adulti/e nel passaggio dagli studi ai doveri di un lavoro e alle responsabilità: un unico canto collettivo tra “I need time to stay useless” e “I thought I would be more than this” per liberarci dai nostri fallimenti, dalle paure di essere incapaci ed inutili, per tornare a respirare un po’.

Clicca qui per vedere le foto dei Cloud Nothings a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

CLOUD NOTHINGS – La scaletta del concerto all’Ohibò di Milano

Leave Him Now
In Shame
Offer an End
The Echo Of The World
Dissolution
So Right So Clean
Another Way of Life
Modern Act
Now Hear In
Enter Entirely
Psychic Trauma
Stay Useless

Encore:
Wasted Days

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