CHVRCHES: Reportage, foto e scaletta del concerto di Milano

Foto di Davide Merli | Articolo di Andrea Forti

Serata di scelte musicali dolorose quella del 14 novembre a Milano: da una parte i Flaming Lips ad infiammare l’Alcatraz, dall’altra gli Amnesia Scanner a celebrare i dieci anni dell’etichetta PAN, i Chvrches al Fabrique: memori della loro esibizione al Pitchfork Festival di qualche anno prima seguiamo il nostro cuore e ci dirigiamo dove batte più forte, nonostante la copertina del loro ultimo lavoro ci insegni che l’amore sia morto.
Potremmo dunque definire come “paterno affetto” la sensazione che ci assale a fine performance del duo di Norwich Let’s Eat Grandma. Ancora teenager (seppur per poco), portano sul palco quella ventata di innocenza, semplicità e voglia di divertirsi contenuta nell’ultimo I’m All Ears e riprodotta attraverso salti, giochi e la discesa tra il pubblico a fine set di una delle due polistrumentiste. Del loro pop apprezziamo i brani uptempo (l’idea di farsi produrre da Sophie e Faris Badwan degli Horrors è sempre una scelta azzeccata) mentre sulle “ballad” l’attenzione cala sensibilmente, ma il potenziale rimane immenso.

Una buona mezz’ora per l’allestimento ed ecco arrivare la band scozzese, aggiunta di una batteria alle spalle del trio: Lauren Mayberry è l’ultima a salire, vestita con una gonna di tulle nera e t-shirt con la citazione “Is it enough yet?” dal loro brano Heaven/Hell dello stesso colore, gli occhi con un importante trucco blu: una sorta di rappresentazione della protagonista di Black Swan in miniatura, visto pure gli zatteroni sotto le scarpe per cercare di recuperare qualche centimetro di statura.
I nostalgici dei primi due lavori che avevano dato un occhio alla scaletta si aspettavano un trittico d’eccezione dopo l’opener Get Out ed eccoli esauditi: la sequenza Bury It, Gun e We Sink fa partire i singalong del pubblico, con il quale in seguito la Mayberry si appellerà per gioco dichiarando di venire da una sfortunata leg del tour dal punto di vista fisico, travolta da malattie respiratorie che ne minano la performance. La dea Beyonce da lei invocata poco prima di salire sul palco è benevola e la sostiene fino all’encore, arrivato dopo l’incedere emozionale di Clearest Blue e iniziato con la dolcezza dell’intro puramente vocale di The Mother We Share, dove pur rivolgendo il microfono al pubblico si nota il labiale sul coro “Didn’t you say that?” di Never Say Die.

Chvrches

I Chvrches si confermano una certezza sotto tutti i punti di vista, incluso i nostri preconcetti: non ce ne voglia il bravo tastierista/bassista Martin Doherty, ma cantare non è proprio il suo mestiere. La parte del set con God’s Plan e Under The Tide risulta la più debole del lotto, con buona pace delle sue velleità da crooner. Anche la resa live del nuovo lavoro è quasi sempre ineguagliabile rispetto alle produzioni del passato, e forse anche questo ha contribuito purtroppo a far sì che l’affluenza della serata risultasse un po’ al di sotto delle aspettative.

Poco importa, perché la loro professionalità e bravura riesce a sostenere l’ora e un quarto di esibizione in maniera più che degna, coinvolgendo tutto il pubblico raggiunto dal vagare per il palco di Lauren tra una piroetta e l’altra. La spontaneità delle performance di un tempo è stata sostituita da una routine ben oliata frutto di esibizioni su palchi più grandi ed internazionali, e la gavetta fatta in giro per il mondo li ha consegnati come perfetta macchina da palco.

CHVRCHES – La scaletta del concerto di Milano

Get Out
Bury It
Gun
We Sink
Graffiti
God’s Plan
Under the Tide
Miracle
Science/Visions
Really Gone
Deliverance
Forever
Recover
Leave a Trace
Clearest Blue

Encore:
The Mother We Share
Never Say Die

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