CATFISH AND THE BOTTLEMEN: l’indie-rock e il trionfo della semplicità. Il racconto e le foto del concerto di Milano

Articolo di Giulia Manfieri | Foto di Oriana Spadaro

A meno di un anno di distanza dalla loro prima data da headliner in Italia, i Catfish and the Bottlemen, conosciuti nel panorama musicale anche per il ritmo instancabile che scandisce i loro tour mondiali, ritornano a Milano, nello stesso Alcatraz che li aveva calorosamente accolti e acclamati lo scorso maggio. The Balcony, The Ride, The Balance, i tre album pubblicati dal 2014 ad oggi, hanno portato la band gallese a calcare tutti i più importanti palchi e festival di Regno Unito, America e Australia, consacrandola fin dagli esordi come un vero e proprio ‘fenomeno’ dell’indie-rock.

Una formula vincente, quella della band di Llandudno, fatta di nient’altro che semplicità e schiettezza, le stesse che pervadono l’intera ora e mezza – tirata – di set. Con il palco spoglio, nessun backdrop e solamente accompagnati dai loro strumenti, i Catfish and the Bottlemen, capitanati da Ryan “Van” McCann, sembrano volerci ricordare che per fare buona musica non serve niente di più di quello che abbiamo davanti e, canzone dopo canzone, ce ne fanno davvero convincere. Il pubblico, estremamente eterogeneo e – purtroppo – modesto (se comparato a quello che la band riunisce nei paesi esteri), riesce comunque a trasmettere la carica per il live e l’affetto provato per la band fin dalle prime canzoni.

Longshot, il primo singolo estratto dall’ultimo lavoro in studio – The Balcony, pubblicato ad aprile 2019 – è seguito da KathleenSoundcheck, due (già) “classici” della band, su cui il pubblico non si risparmia qualche sing-along sui ritornelli e anche un accenno di pogo nelle prime file.

Less is more. Credo che sia proprio questa la filosofia che può descrivere al meglio una band come quella che abbiamo davanti questa sera. A partire dalle copertine dei loro album – bianche e nere, con tre diversi disegni stilizzati – fino ai titoli delle loro canzoni, rigorosamente composti da una sola parola o numero, per arrivare ad un’esibizione che non ammette (e non ha bisogno di) fronzoli, grandi discorsi o aggiunte di alcun genere. La protagonista della serata è la musica, che scorre ininterrottamente e senza sosta, non lasciando a nessuno un attimo di respiro, sopra e sotto il palco.

Sulle tracce più movimentate come Pacifier o Anything è una gioia per gli occhi vedere Van suonare, giocare con il microfono, farlo oscillare a destra e sinistra, muoversi da una parte all’altra del palco, mentre su quelle più lente, come 2all, è piacevole apprezzare un attimo di apparente pace, prima di tornare a saltare.

Sorprendentemente, per una band che è letteralmente esplosa grazie all’album di debutto, e il cui secondo album è quello dei tre che suona meglio dal vivo, il pubblico sembra rispondere (e conoscere) meglio ai brani dell’ultimo lavoro in studio. Mi chiedo se io stia diventando troppo vecchia anche per ascoltare una band di poco più che coetanei.

Una setlist comunque ben bilanciata, che, seppur avendo lasciato maggior spazio ai brani dell’ultimo album, non ha escluso nessuno dei brani più attesi ed amati della band come 7, Anything o Twice, pezzi che hanno – ancora una volta – permesso ai Catfish and the Bottlemen di dare prova della loro estrema bravura nello scrivere testi in cui ogni presente in sala si può immedesimare (From every hangover my head feels / To every ex I didn’t treat right / To every Monday I called in sick), nel creare ritornelli non facilmente dimenticabili e nel portare tutto su un palco con la più estrema bravura e sincerità, anche senza essere sempre perfetti.

La band, infatti, è conosciuta ai più come un gruppo che dal vivo suona “come sul disco”, complici se vuoi l’apparente semplicità dei brani e, maggiormente, l’instancabile ritmo con cui i Catfish alternano lunghissimi tour a mesi di prove – senza mai fermarsi, da anni. Sembra proprio che questa sera, spogliatisi di quest’uniforme da “perfettini” con cui si sono sempre mostrati (sotto gli abiti neri e le giacche di pelle) – senza sbavature, impeccabili -, i Catfish and the Bottlemen abbiano voluto dimostrare che, oltre a tutto ciò, hanno la stoffa per osare, sporcare, e persino – anche se poi non succede – sbagliare. Tutto il concerto, imprevedibilmente “rock”, rispetto alle precedenti performance a cui abbiamo assistito, riesce davvero bene, persino meglio che sul disco.

In un mondo di musica e musicisti che osano e vanno fuori dagli schemi, forse la forza dei Catfish and the Bottlemen è proprio quella di continuare a sguazzare nelle loro acque, facendolo bene. Stick to the script, direbbero gli inglesi.

“Nothing’s really changed”, ha detto la band presentando l’ultimo lavoro in studio, and nothing ever will – aggiungiamo (e ci auguriamo) noi. Abbandonare la loro cup of tea non sembra nelle intenzioni dei Catfish and the Bottlemen, che continuano a piacere al loro pubblico degli esordi e ad acquistarne di nuovo; e se in Italia questa formula non sembra aver dato gli stessi risultati che all’estero – dove la band raccoglie anche decine di migliaia di fan in una sola data – sarà difficile che in futuro la band riesca ad uscire da questo intimo Cocoon che è stata la data milanese. Mai dire mai, ma alla fine a noi va bene anche così.

Clicca qui per vedere le foto dei Catfish and the Bottlemen in concerto a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Catfish and the Bottlemen

CATFISH AND THE BOTTLEMEN: la setlist del concerto di Milano

Longshot 
Kathleen
Soundcheck
Pacifier
Twice
Anything
Sidetrack
Homesick
Conversation
Overlap
Rango
Basically
2all
Outside
Fluctuate
7
Cocoon

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