BAY FEST 2019: il reportage e le foto del festival di Igea Marina (RN)

Articolo di Sara Quirico | Foto di Claudia Mazza

Quinta edizione di tre giorni all’insegna del punk e del divertimento, allestiti nell’atmosfera balneare della città di Igea Marina (RN).

Day 1

Cominciamo con gli acustici, il primo è Mike Noegraf, francese dagli occhi azzurri; sotto il palco il pubblico è poco, è il primo giorno ed è presto, sono le 15 del pomeriggio, quindi è prevedibile la poca affluenza, ma chi è presente è assuefatto dalla sua musica. Ha uno stile molto dolce, che lascia sfogo all’immaginazione, sotto le note di canzoni che raccontano storie di vita. Partono i cori, gli applausi e lui sorride, scende e intona una canzone in mezzo al pubblico, che si accerchia attorno a lui, quasi fosse il falò di un inverno in montagna. Bravo, gentile e disponibile.

Dopo Mike Noegraf troviamo Dave Hause, cantautore francese che si esibisce con suo fratello; a prima vista ricordano un po’ Bruno Mars nel video della sua canzone “Lazy song”, in camicia e occhiali da sole.  Anche loro -sono in due, parliamo al plurale- viaggiano su uno stile da ‘rock del cuore’, ascoltandoli sembra di essere in un film drammatico, durante il flash-back di un protagonista triste e innamorato. Molto interattivi con chi li sta ascoltando, incitando e chiaccherando con il pubblico. Bravi a far sognare chi di fantasia non è carente.

Sono le 17.00 e si aprono i cancelli, aprono gli elettrici gli All Coasted, sfortunatamente l’arena è ancora vuota, ma nonostante questo avevano il loro seguito pronto a saltare ed urlare sotto il grande palco. Ragazzi molto giovani e coinvolgenti di Vicenza, con un frontman esuberante che crea un’atmosfera fantastica, chi è seduto freme dalla voglia di alzarsi e saltare. Ad ascoltarli ricordano un po’ i Green Day agli esordi, quando di passaggio si fermavano a suonare in locali come il Bloom di Mezzago.

Secondo gruppo munito di passamontagna colorati abbinati ai microfoni, molto scenici. Parliamo dei Masked Intruder, un gruppo statunitense senza ovvia identità, giocano sul genere del pop-punk, tre uomini e una donna bassista ai cori, che si prodiga anche in pezzi da solista.

Arrivano i Punkreas, e da qui iniziano pogo e balli, si alza il polverone e si rompono le transenne divisorie tra palco e pubblico. Bravi come sempre ma con qualcosa in più, sarà l’atmosfera da festival ad aver reso il tutto più magico? Partono con la famosissima “voglio armarmi” che, agli ‘spari’ della batteria, tutti capiscono e impazziscono. Un’ora piena di puro entusiasmo e unione generazionale, tra nostalgici e giovani ascoltatori.

Cambiamo un po’ genere e tranquillizziamoci con Frank Turner, ex cantante dei Million Dead che, allontanandosi dal gruppo, ha iniziato la sua carriera da cantautore in stile Bruce Springsteen. È stato come il sorbetto in un pranzo di natale: rinfrescante e che ci porta dritti agli ultimi due gruppi della prima giornata.

Salgono sul palco i Sick of it all, tra i più influenti rappresentanti del punk-hardcore moderno, forti e carichi come loro consuetudine. Il tasso alcolemico nell’arena -ormai quasi piena- comincia a sentirsi; inizia il pogo violento e l’atmosfera si scalda. Ottima performance, carica e grintosa.

Salgono sul palco i NOFXtanto attesi in tutta la giornata, irriverenti come sempre, tra una vestaglia in pizzo rossa, i capelli blu e le classiche sconcerie accompagnate dalle chiacchiere tra un brano e l’altro, che da sempre caratterizzano la band. In scaletta, come sempre, presenta qualche cover, come la terzultima: “Radio” dei Rancid, che aggiunge un tocco reggae alla serata, prima di deliziare gli ascoltatori con “Herohjuana” e concludere la prima giornata.

Clicca qui per vedere le foto del Bay Fest – Day 1 a Igea Marina (o sfoglia la gallery qui sotto).

Day 2

Primi due acustici con Sam Chalcraft e Joey Cape, con il doppio degli spettatori rispetto al primo giorno. Voci meno pulite, ma sempre molto dolci, il pubblico conosce meglio i brani e si vedono ragazzi seduti in terra, sotto il paco, che cantano e incitano i cantautori. Con Joey si sentono voci arrivare dalla folla urlare: “sei bello”, si prospetta una giornata intensa.

Grande apertura agli elettrici con i Viboras, un gruppo di Monza composto da due donne e due uomini con una presenza scenica elevata e la frenesia nel vedere una donna come prima voce; grintosi e forti, proiettano l’atmosfera ai festival punk anni ’70.

Arrivano i Persiana Jones, nord-torinesi festaioli, che combattono contro la noia di tutti i paesini italiani; grandi amatori del divertimento giocano con il pubblico lanciando palloni gonfiabili e la folla esulta. Con alle spalle i festeggiamenti dei primi trent’anni di carriera e il nuovo album “Ancora” uscito ad aprile 2019, lasciano nell’aria la voglia di far festa e la carica per il resto della giornata.

Entriamo in Florida con i Less than Jake, entusiasti e coinvolgenti, a tal punto da mettersi in posa davanti ai fotografi che, estasiati, li hanno immortalati in pose di tutti i generi. Con un frontman un po’ egocentrico -d’altro canto è anche nel logo della band- che mette voglia di alzarsi e correre in mezzo alla mischia. Una performance con i fiocchi, che alla fine lascia l’amaro in bocca per il poco tempo dedicatogli; sicuramente da risentire, al più presto.

Ancora dagli Stati Uniti arrivano i Good Riddance, californiani con espressioni che ricordano le statue di cera, durante le loro canzoni comincia ad arrivare la pioggia, ma il pubblico non molla sotto il battito della batteria, sempre presente e costante.

Cala il buio -rimanendo negli Stati Uniti- e arrivano i Pennywise, una esibizione che sembra dipinta sull’omonimo protagonista di ‘IT’ con un’ atmosfera cupa. Intanto la pioggia aumenta ma i ragazzi non mollano, carichi e molleggianti, riescono a fomentare i pochi rimasti sotto la pioggia -che non li ha fermati- e a proseguire per il meglio la fine della giornata.

Si apre il cielo e arrivano gli Ska-P, da Madrid con la carica di pochi. Un’entrata particolare alla vista di Pulpul in sedia a rotelle che – fortunatamente – annuncia subito di star bene e di non preoccuparsi; iniziano carichi e il pubblico è in delirio, il Gato Lopez è tra il pubblico a ballare e cantare, creando un’atmosfera di festa più che coinvolgente. Il loro seguito è sempre una gioia per gli occhi, tra balli e saltelli non si riesce a stare fermi, mischiando inni di allegria, lotta e denuncia. Chiudono la serata con “El vas del obrero” e salutano, come sempre, belli e ballando.

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Day 3

Ultimo giorno e ultimi acustici con Palm Down e Brightr, purtroppo entrambi bagnati dalla pioggia ma che continuano lo show senza grandi difficoltà, a volte anche ironizzando della condizione atmosferica intonando canzoni come “singin’ in the rain”.

Primo elettrico con i T.F.V. – acronimo di ‘Time for vomit’ -, gruppo punk-hardcore di Reggio Emilia, praticamente di casa. Nonostante siano le 17 del pomeriggio, rispetto agli altri giorni, il pubblico sotto il palco è tanto e già carico: appena aperti i cancelli si vedono i primi ragazzi correre dentro urlando, cantando e saltando.

Passiamo ad un ritmo più ska con gli Shandon, altro gruppo italiano, più precisamente lombardo che, dopo essersi riuniti nel 2012, fa spesso da spalla a band come gli Offspring. Una presenza   importante su questo palco e nonostante qualche problema tecnico qua e là, si sono destreggiati da veri professionisti quali sono.

Usciamo dall’Italia e andiamo a Toronto con i PUP, gruppo indie dall’animo punk. Tra il pubblico si vedono ragazzi cambiarsi maglietta per indossare quelle del gruppo, cosa più che comprensibile, viste le grafiche accattivanti. Chiaccherati come “band rivelazione” dal 2013, si esibiscono magistralmente, non deludendo le aspettative.

Si passa ai The Story So Far, gruppo californiano che spazia dall’Hard Rock all’Emo senza troppi indugi, allontanandosi leggermente dalle sonorità Punk-Ska a cui eravamo stati abituati nelle giornate precedenti, ma ciò nonostante riuscendo a mantenere scalpitante la folla sotto il palco.

Ci avviciniamo alla “chiusura” della giornata, mancano solamente gli ultimi due gruppi: i Dead Kennedys e gli Offspring. I primi, direttamente da San Francisco, veterani del genere Punk Hardcore, con quarant’anni di attività alle spalle non perdono la grinta che li contraddistingue dai loro esordi, immancabili in scaletta pezzi come Nazi-punk’s fuck-off e Holiday in Cambodia. La gente sotto il palco salta e poga trasportata dall’energia della band.

Arriviamo al gran finale ed entrano in scena gli Offspring, attesi fin dall’apertura dei cancelli -a dimostrarlo il primo sold-out nella storia del Bay Fest- pietre miliari del Punk Californiano, sulle scene dal 1984; il pubblico in delirio si spinge fin sotto il palco, tanto da non riuscire quasi a pogare.

Dexter e la band non deludono, mettono in pratica tutti e trentacinque gli anni di esperienza, deliziando con le performance di Pretty fly (for a white guy) e The kids aren’t allright immancabili nel loro repertorio… l’energia sprigionata è molta e lo spettacolo è esattamente quello che ci si aspetta, adrenalinico e potente.

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A festival concluso le sensazioni che mi rimangono sono un po’ discordanti: ho vissuto tre giorni intesi a contatto con persone di tutti i generi, l’atmosfera all’interno dell’arena non ha descrizioni fuorché positive, non si sono viste liti e gli spettatori sempre sorridenti, anche sotto le intemperie del secondo giorno o il caldo afoso sempre dietro l’angolo. Tre giorni in cui l’allegria è stata  costante e la musica non è mai mancata, neanche tra una band e l’altra dove, vicino alle bancarelle, si sono improvvisati karaoke dai Queen fino a Britney Spears; un festival che quando finisce vorresti ricominciare. Bravissimi e molto disponibili i ragazzi della croce blu, sempre attenti alle esigenze di chi esagerava, si faceva male o semplicemente si sentiva poco bene.

Non sono mancati però i disguidi: non poter uscire e rientrare ha creato non pochi problemi a chi, per intolleranze alimentari o per altre ragioni, necessitava di tornare al camping o anche solo andare in un bar. Sorveglianza leggermente troppo restrittiva, non fa niente di male un panino al prosciutto e non si è capita la motivazione dello svuotare gli zaini all’entrata, obbligando a consumare e ad acquistare tutto all’interno dell’arena, dove i prezzi risultavano poco abbordabili. Pochi anche i bidoni della spazzatura che già a metà giornata straripavano e dopo la fine dei concerti ci si trovava a camminare sulla plastica. Ma alla fine si può sempre migliorare e l’importante è che tutto sia andato per il verso giusto, tra una risata e un disguido.

Al prossimo anno.

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