BARONESS + Royal Thunder in concerto al Tunnel di Milano

Il ritorno in Italia dei Baroness ha un sapore particolare.

Dopo essere stati eletti al ruolo di alfieri del metal con “Yellow & Green”, lo spaventoso incidente accaduto al loro tour bus il 15 agosto 2012, è stata una bruttissima battuta d’arresto per la loro cavalcata trionfale verso la consacrazione. Ora con questo tour, dopo un sofferto cambio di line up (basso e batteria) stanno cercando di tornare a occupare il posto che gli spetta nel panorama metal mondiale.

Arrivato al Tunnel sento già le note dei Royal Thunder che fanno vibrare l’aria fuori dall’ingresso. Superato il tendono fonoassorbente ci vogliono 30 secondi per rimanere totalmente rapito dalla loro musica. Assistere a  un concerto di una nuova band metal (che poi proprio metal non è) con quelle qualità è come assistere alla nascita di un panda allo stato brado. La cosa è ancora più interessante perché alla voce c’è una ragazza, e la sua voce è una delle cose più incredibili che abbia mai sentito, soprattutto per quel che riguarda il genere.

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Dopo aver conquistato il pop e l’rnb, oggi anche il metal e tutta l’area più buia della musica sta diventando terreno di caccia per le donne. E’ finito il tempo (grazie a Satana) delle cantanti liriche prestate al metal, ora sembra ci sia una maggior consapevolezza, maggiore ricerca di un proprio modo di cantare, e maggiore libertà di espressione forse, rispetto al passato. Chelsea Wolfe, Harriet Bevan dei Black Moth, Melanie Parsonz dei Royal Thunder, solo per citare le ultime passate in Italia, rappresentano a mio parere un qualcosa di completamente nuovo sia nel panorama musicale femminile che in quello metal e potrebbero essere la punta dell’iceberg di una colonizzazione al femminile di un genere (e dei suoi miliardi di sottogeneri) che per tradizione è sempre stato regno maschile.

La voce di Melanie Parsonz dal vivo è qualcosa che fa innamorare, espressiva, profonda, carica di emozione, urlata, stracciata, sussurrata, vibrata, alti, bassi… ha un range di suoni da far impallidire un POD della line6. Oltretutto è anche un’ottima bassista, ed è sostenuta da un batterista e un chitarrista praticamente perfetti in ogni cosa (oggi sono un trio dopo vari cambi di formazione). Quando si assiste a sorpresa a un live di quella qualità, il genere passa totalmente in secondo piano e ti viene da urlare “Metaaaaal!”, ma siamo in quella zona heavy di confine di derivazione stoner, doom, hard rock, e psichedelia. Che sì, si può associare al metal, ma proprio metal non è.

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I Baroness partono col botto, subito dopo “Ogechee Hymnal” per prendere le misure del locale è subito “Take My Bones Away” per far capire che non c’è spazio per le introduzioni, subito pugni in faccia e poche storie. Il tempo di far passare l’euforia iniziale e subito ci si accorge che i suoni non sono proprio fantastici. Ma intanto si canta col dito alzato “Take myyy booones away!” e si cerca di non farci caso, siamo all’inizio pezzo dovranno ancora sistemare…nel frattempo arriva un altro pugno con “March Into the Sea” e poi ancora “A Horse Called Golgotha”, un trittico che è puro fuoco sparato fuori dalle casse.

A vederli sul palco sembra di vedere due mondi paralleli, sulla sinistra sembra di essere negli anni ’80, con Peter Adams, dotato di una splendida, sorridente e innata tamarraggine, sbatte la chioma come una frusta, si spara delle pose assurde (senza crederci troppo) e vince il premio come eroe assoluto della serata. Una presenza sul palco come la sua è ormai qualcosa di molto raro da trovare.

Di fianco a lui John Baizley fa la parte del perfetto pelato/barbuto del metal moderno.

Anche guardandosi intorno in mezzo al pubblico sembra che i Baroness siano riusciti a unire il metal dei pelati con il metal dei capelloni; due mondi che fino ad ora, nonostante gli sforzi dei Mastodon, nessuno era ancora riuscito effettivamente a unire.

Invece al Tunnel si vedono nerd,  nerd-metaller sovrappeso con capelli lunghi e occhialoni da vista, nuovi metallari ultra-tatuati, pelati-barbuti, pluri-barbuti, appassionati di post-hardcore e sludge, e cosa incredibile, c’è anche un po’ di vecchia guardia. In ogni caso, la differenza fra chi va a un concerto per ascoltare, vedere e partecipare e chi va a un concerto per presenziare all’evento si vede subito: a differenza del concerto degli Editors all’Alcatraz, al Tunnel non si vede neanche un telefono sollevato sopra le teste.

baronessA sorpresa, dopo una manciata di pezzi calano la carta che non ti aspetti, una inaspettata “Foolsong”, rilassa le orecchie e mostra il lato più morbido della band che assolutamente non sfigura con quello più rude. Scelta molto coraggiosa, perché è anche un pezzo da “Green”, il lato più controverso del loro ultimo disco. Mettere un pezzo in scaletta dopo neanche mezz’ora è uno “statement”, per dirlo all’americana. Come se ci volessero dire “Non vogliamo farci mettere nell’angolo da chi ci vuole chiudere in un genere a tutti i costi, noi siamo anche questo e non lo nascondiamo”.

Lo splendido “Green Theme” fa da spartiacque sulla metà del concerto, e inaspettatamente è un pezzo che ha una resa live incredibile, un pezzo veramente emozionante che esalta le capacità compositive della band ed è stato accolto molto bene dal pubblico.

Dopo il Green Theme si torna (quasi) alle origini con “Swallawed and Halo” dal “Blue Record”. Nella prima parte del concerto non viene concesso molto ai due album precedenti della band, altra scelta coraggiosa che dimostra quanto ci tengano al loro ultimo disco che ormai è già fuori da un po’.

La conclusione della prima parte è affidata a “Eula” e “The Gnashing”.

Fortunatamente per questi ultimi due pezzi prima dell’encore ci è concesso di avere dei suoni decenti.

Fino a quel momento il concerto è stato per metà una suite per basso e orchestra per la seconda metà  una serie di tentativi per cercare di rimediare. A metà concerto esasperati dal volume del basso che ci stava mischiando gli organi interni, abbiamo provato anche a spostarci da metà sala verso il fondo, ma la situazione comunque non è migliorata.

La differenza su questi ultimi due pezzi si sente immediatamente, le chitarre graffiano, la batteria non è solo un sottofondo e si sentono le botte sul rullante, la voce rimane sopra agli strumenti senza coprirli. FINALMENTE.

Non credo che sia un problema di acustica del locale, perché ho visto altri concerti al Tunnel e i suoni sono stati sempre perfetti. Ma anche se ci fosse un problema di acustica, vuol dire che gli altri fonici hanno saputo superarlo e invece quello dei Baroness no.

E’ veramente un peccato perché la band ha suonato da paura per tutto il concerto (soprattutto il bassista, visto che potevamo sentirlo molto bene).

Su Eula il pubblico è pienamente coinvolto, perché l’impatto rispetto a prima si sente molto di più, e si può apprezzare a pieno la botta che hanno i Baroness anche su un pezzo che non è uno dei più pesanti. In più l’assolo di Peter Adams è da far lacrimare sangue alle madonne di tutto il mondo. Infine “The Gnashing” è la scossa che ci vuole per creare attesa prima dell’encore.

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Encore che è un bulldozzer lanciato verso il pubblico, i suoni sono granitici e l’impianto del Tunnel li spara fuori a tutta, “The Sweetest Course”, “Jake Leg” e “Isak”, un due tre e tutti a casa col sorriso stampato in faccia.

Complici anche le strutture più ritmiche dei pezzi e i riff monolitici dei primi due dischi, questi ultimi tre pezzi sono una vera e propria pettinata.

Ma lo sarebbero stati anche tutti gli altri, se i suoni fossero stati adeguati.

I Baroness dal vivo danno prova di essere una band solida nonostante le avversità appena superate, hanno la forza e le spalle larghe per poter rappresentare il futuro del Metal.

Le prossime mosse della band saranno fondamentali e stabiliranno se potranno sconfinare i limiti del mondo a cui appartengono, diventando una band conosciuta e apprezzata anche al di fuori di questo, oppure se rimarranno “solo” un punto di riferimento per il genere.

Genere (si parla sempre di post-hc-sludge-stoner-metal) che avrebbe veramente bisogno di una boccata d’aria e di una band che lo faccia conoscere al di fuori dalla sua nicchia, conquistando anche vecchi metallari e giovani nostalgici (categoria che fatico a comprendere).

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Luca Doldi

Luca Doldi

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Luca Doldi, vive a Milano ed è una firma storica di Rockon, pubblicitario per lavoro e musicista di lungo corso, ha militato in diverse band e tutt’ora è impegnato in vari progetti musicali. Da circa tre anni ha aperto un blog (www.ildolditoriale.com) tramite il quale prosegue la sua collaborazione con questo sito, oltre alla musica si occupa anche di altri temi come attualità, arte, tecnologia, sport. Segue da vicino gli eventi della sua città, soprattutto i concerti, di cui è assiduo frequentatore e reporter. Oltre ai classici report di concerti e recensioni di dischi, scrive articoli di analisi, opinione e editoriali sul mondo musicale. Riserva un occhio di riguardo per la musica dal vivo, tema al quale si è dedicato spesso, analizzandone problemi, dinamiche e intervistando addetti ai lavori (suo l’articolo più visto di Rockon dedicato ai gestori dei locali).

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