AFTERHOURS in concerto a Roma: reportage live e fotogallery

Nel corso degli ultimi anni gli Afterhours sono stati al centro di diverse polemiche.
C’è chi ha criticato la riedizione di “Hai paura del buio?”, avvenuta non in concomitanza col ventennale del disco e bocciata in alcune collaborazione nella nuova versione delle featuring.
C’è chi ha aspramente definito “Padania” come un lavoro discograficamente inutile, l’ennesima riprova che dopo “Ballate per piccole iene” (2005) forse la vena creativa del gruppo era terminata.
C’è anche chi non vide di buon occhio la loro partecipazione a Sanremo 2009 con ‘Il Paese è reale’, sostenendo che fosse la smania di diventare mainstream a spingere la band in una direzione apparentemente ben distante dai tempi di “Germi”.
E ancora, la partecipazione di Manuel Agnelli come giudice in quello che è il nemico pubblico della musica italiana – un talent – è stato visto come il voltafaccia di chi ha sempre odiato l’essere conformista e alla fine si è fatto inglobare nel sistema mediatico.

Eppure, nel bene e nel male, gli Afterhours sono una di quelle band che dalla nebbia di Milano ha saputo emergere costruendo da sé un percorso a suon di rock, forte e genuino.
Una di quelle (poche) realtà che grazie ad una forte alchimia dettata da personalità, testi e musiche è riuscita a far crescere il proprio pubblico e a riempire i palazzetti ben prima dell’esposizione mediatica del proprio leader, Manuel Agnelli.
Se è vero che ogni data di questo “Folfiri e Folfox Tour” sta creando il panico nelle vendite dei biglietti (al momento tutte le date realizzate sono andate sold out) non dobbiamo scordare che Agnelli e soci sono in piedi dal 1988, ed un primo grande salto nella loro carriera è arrivato 22 anni fa, proprio con “Germi”.
Manuel e i suoi hanno da sempre avuto il loro seguito di fedeli che nel tempo è solo cambiato a livello generazionale: se fino alle edizioni del magnifico (quanto innovativo) festival messo in piedi con HPDB (con diversi rimandi al precedente Tora! Tora!) si parlava dei soliti affezionati (e non mi riferisco agli iscritti al fan club, zoccolo duro della transenna di ogni tour ormai da moltissimi anni), adesso c’è spazio anche per adolescenti – e, naturalmente, tante mamme.
Mamme che magari si sono sorbite proprio X Factor, che sono rimaste colpite dal carattere algido ed autorevole un giudice da sempre poco incline ai sorrisi ma che in televisione ne ha dispensati parecchi.
Un uomo, Agnelli, preso bonariamente in giro da alcuni per il suono della sua pronuncia della lettera ‘R’, particolare ed inconfondibile.
Un uomo che si presta ai meme pasquali, agli accostamenti cinematografici (Severus Piton) o a quelli musicali (Renato Zero).
Un uomo dal carattere troppo vero e diretto per essere simpatico a tutti, ma talmente schietto e acculturato che chi ha il piacere di conversare con lui non può far altro che restarne affascinato.
Personalmente mi è capitato in più di un’occasione di chiacchierare con Manuel, ma ad oggi ricordo in particolare una cena in provincia di Padova, in compagnia, tra gli altri, del grande Damo Suzuki (e chi non lo conosce se lo cerchi online e faccia penitenza).
Damo è un uomo alla mano, cordiale e caloroso già nella luce degli occhi: Manuel…Manuel è Manuel.
Abbiamo dialogato molto quella sera, ma per tutto il tempo ho sentito sulle spalle il peso di una sensazione bruttissima: “secondo me è convinto di parlare con una deficiente”.
Perché Agnelli, senza volerlo, ha una cultura talmente ampia da poter parlare con tranquillità e sicurezza di ogni cosa – senza accorgersi, magari, che non tutti possono essere al suo livello.
Voi direte: “che ci frega del pippone su Agnelli?”.
Fate bene a chiedervelo, ma questa è la giusta premessa per raccontarvi l’ennesimo magnifico concerto della sola (ahimé) rock band che abbiamo in Italia.
Ed è la storia di uno che per quanto stia antipatico a molti, alla fine con la sua musica vince su tutti, fottendo gli haters con un sorriso arrogante e consapevole.
Se non è classe questa, ditemelo voi che cos’è.

Gli Afterhours arrivano a Roma con un sold out annunciato.
La location è quella dell’Atlantico live, posto che i fan capitolini ricorderanno per ciò che accadde il 7 giugno del 2012 – Manuel salì sul palco esordendo con un «Grazie per essere così numerosi a seguirci in un posto così di merda».
Anche stavolta, naturalmente, i fans sono numerosi: all’interno del locale non si respira, l’aria è satura e si sta come le sardine in una scatola sott’olio.
Alle 21.10 inizia il live di Andrea Biagioni, protetto di Agnelli uscito proprio da X Factor.
Biagioni sale sul palco con naturalezza, accolto da diversi applausi: esegue delle cover, ancora non ha un suo repertorio da portare in giro.
Ma la sua bravura e la dolcezza di una chitarra pizzicata con maestria regalano intensità, e lo si comprende durante l’esecuzione di ‘Hurt’ (versione Nine Inch Nails) e di ‘Halleluja’ di Cohen.
Occhi chiusi, capelli sciolti, voce leggera e penetrante: passa in fretta una mezz’ora buona, si prepara il palco e si attendono gli Afterhours.

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Alle 22 puntuali Manuel e i suoi salgono sul palco: il tour è dedicato all’ultimo disco, “Folfiri o Folfox”, un album ispirato dal calvario vissuto durante la malattia che ha portato alla perdita del padre.
I primi quattro brani sono estratti da questo lavoro – ‘Né pani né pesci’, ‘Qualche tipo di grandezza’, ‘Oggi’, ‘Il mio popolo si fa’.
La risposta del pubblico è immediata, la gente canta e conosce a memoria le parole sebbene si tratti di brani recenti e non propriamente tormentoni da classifica radiofonica.
La carica c’è, c’è tutta: sul palco Agnelli è il protagonista indiscusso della scena, circondato da musicisti dotati a modo loro di grande personalità.
Rodrigo D’Erasmo, principalmente al violino, entra in scena indossando un kimono nero di seta; Roberto Dell’Era, forse ancora affascinato dallo spettacolo di qualche tempo fa che ha omaggiato il “Rocky Horror Picture Show” e lo ha visto protagonista, indossa un cappello ed un giubbino di pelle.
Xabier Iriondo è beato tra i suoi giocattoli, che si compongono di chitarre Gibson e Nude ed un mahai metak (una tipologia di chitarra da tavolo inventata proprio da lui).
Stefano Pilia, “nuova” chitarra della band, è il classico ragazzo della porta accanto, che durante il concerto si scalda mano a mano che procede il pathos del live.
Alla batteria Fabio Rondanini, il “gigante buono”, l’unico batterista che grazie alla propria statura sarà sempre in grado di emergere dal proprio strumento.
Inevitabilmente, è con i brani storici che l’atmosfera si infiamma: si prosegue con ‘Ballata per la mia piccola iena’ e ‘La sottile linea bianca’, un pezzo crudo che suona come un pugno allo stomaco il cui dolore viene amplificato dalle distorsioni delle chitarre – usa il sapore / su di te muore / usami amore / usami o muori.
Si arriva a ‘San Miguel’, intermezzo sperimentale, che lascia il passo a ‘Musa di Nessuno’, interpretata con una sofferenza vomitata in faccia al pubblico – Musa di nessuno come sei / Che non sai di niente ma di te / Che mi guardi e io non capirò.
Si torna all’ultimo successo discografico, e si susseguono ‘Non voglio ritrovare il tuo nome’, ‘Ti cambia il sapore’, ‘Cetuximab’ e ‘Grande’, che a modo loro pongono un velo di riflessione su quanto possa essere estenuante la lotta contro un male che alla fine, consapevolmente, avrà la meglio e ti priverà di una parte essenziale e fondamentale di te stesso.
Un nuovo salto all’indietro con ‘Costruire per distruggere’ e ‘La tempesta è in arrivo’, entrambe tratte da “Padania”, fa animare ancor più la serata, che pare giunta ormai all’apice della performance – Non puoi più decidere come sarai / Quale pazzo aspetta tanta oscurità / Per riconoscere se stesso?.
Nuovamente un tuffo nella produzione più recente – ‘Noi non faremo niente’, ‘Se io fossi il giudice’, ‘Folfiri o Folfox’ – fino ad arrivare a ‘Fra i non viventi vivremo noi’, brano che inizia con un gesto simbolico che manda in visibilio la componente femminile del pubblico (Agnelli che si stringe ‘il pacco’).
Il primo finale è affidato a quattro brani storici, alcuni dei quali perle di lunga tradizione: l’erotica quanto aggressiva ’Male di miele’, la consapevole ‘La verità che ricordavo’, ‘Tutti gli uomini del presidente’ e il brano simbolo di ogni fine concerto, ‘Bye Bye Bombay’.
Il secondo finale vede ancora un pezzo nuovo (‘Ophryx’), uno dei classici più recenti (‘Padania’) e il duo straziante dedicato al sentimento, ‘La vedova bianca’ (che descrive l’attrazione ed il pericolo di una passione puramente sessuale) e ‘Ci sono molti modi’ (che descrive il tarlo di come si scopre e subisce un tradimento).
Si chiude il cerchio con la straziante consapevolezza di una storia a senso unico, quando a mantenere in piedi un rapporto è solo uno dei due protagonisti della storia, sconsolato e ormai rassegnato all’evidenza dell’assenza – ‘Quello che non c’è’, Perciò io maledico il modo in cui sono fatto / Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco / Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia / Quello che non c’è.

I testi di Agnelli sono poesie decadenti, per lo più racconti di un amore che non trova stabilità e non porta felicità.
Alla sofferenza dei testi è straordinaria la struttura sonora, violenta e potente, che si sovrappone in contrasto andando a creare un vortice sonoro granitico ed indissolubile: perché, dunque, privarsi di tutto ciò?

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