VULFPECK “Live at Fillmore 2017”: il funk riparte dai Meters

Tra il ’69 e il ’76, prima che la scena finisse per essere monopolizzata in maniera più o meno assoluta dalla psichedelia rock dei Parliament Funkadelic di George Porter, o ancora arricchita dalle sfumature – prima latine dei War, poi orchestrali della Family Stone; prima ancora che la luce accecante del caleidoscopio funky si generasse da quel diamante grezzo che era la Early, nei vari generi che da lì ci hanno poi portato ad esplorare tutta una serie di possibilità musicali, attraverso la disco, l’euro-disco, e poi coinvolgendo anche i jazzisti, per finire nelle campionature del primissimo hip-hop. Ecco, prima di tutto questo, in origine era il Verbo. E quel diamante grezzo, quel “fiore cresciuto in miniera”, scavato dai pionieri tra le pendici del R&B e le suggestioni delle tastiere Soul sempre più insistenti, pare non avere ancora esaurito la sua immane forza creativa.

“You guys, should check out the Meters”

Titola così l’articolo uscito sulla fan-base ufficiale del gruppo dopo che nel 2017, i Vulfpeck hanno invitato a salire sul palco di San Francisco proprio Zigaboo Modeliste, batterista della storica band di New Orleans, per eseguire con lui Cissy Strut, che non soltanto è il primo brano del disco d’esordio del ’69, ma è anche il pezzo che, col suo groove minimalista ed irresistibile, ha saputo rappresentare e riassumere in sé, tutti i caratteri di questo stile. Questa esibizione dal vivo non è stata un semplice omaggio. Si è trattato invece di una vera e propria celebrazione, un passaggio di consegne importante – come una staffetta – che consacra finalmente i Vulpeck nell’olimpo di un genere per loro anacronistico, dopo tutta una gavetta iniziata all’università del Michigan, e poi passata attraverso anni ed anni di video su Youtube, dove tramite un’ottima capacità comunicativa e delle doti musicali fuori dal comune hanno saputo farsi notare lentamente, prima dal pubblico e poi dalla critica.

Ad oggi, sono talmente consapevoli della propria posizione da ridefinire il genere nei termini di Low Volume Funk (per felice intuizione del collaboratore esterno Cory Wong, chitarrista elettrico decisamente rinato dopo aver scoperto le sue doti ritmiche col gruppo); arrivando persino a pubblicare attraverso il loro produttore e frontman Jack Stratton, liste di musicisti che hanno cambiato per sempre la storia del funk, presi strumento dopo strumento.

Ascoltando l’EP Mitpeck del 2011 ripercorriamo i groove della early con pochissime innovazioni; il gusto semmai, è quello di un accurato recupero delle sonorità e di un’attentissima gestione delle frequenze e delle partiture, per far sì che ogni strumento risalti senza mai trovarsi in primo piano rispetto agli altri. Gli ammiccamenti ai Meters qui sono, più che chiari, espliciti, mentre tra gli altri pezzi, Rango e Tomboy sono quelli che sembrano anticipare i gusti della seconda Vulf wave, orientata verso gli spazi più aperti dell’R&B e del Divertissment ritmico imperniato sulla bravura straripante di Joe Dart, ad oggi uno dei migliori bassisti in circolazione, sia per ricerca della sonorità che per la qualità del tocco (e la Musicman ha prontamente introdotto nel 2019 una sua Signature). The Beautiful Game (2016) non è soltanto un disco spietato, onnivoro e quasi schizofrenico, nella sua stupefacente completezza; è il disco che segna la maturità del gruppo, e che gli permette di poter finalmente dialogare liberamente con le proprie origini. Senza quest’album, non avrebbe avuto senso suonare Cissy Strut a San Francisco.

Si provi ad ascoltare “Love is for me” dell’album Rejuvenation del ’76 senza pensare al sound di brani come “Aunt Leslie”, “Wait for the moment” e “Baby, I don’t know”; ovvero quella che è poi la migliore alternativa lenta ai ritmi serrati dei loro cavalli di battaglia. Il gusto per la ripetizione ossessiva di un brano monolitico come Dean Town, vagamente deep nell’uso dei tappeti melodici, con la tastiera che interviene solo sulla prima battuta della frase e poi lascia parlare le pause: questo gusto viene senza dubbio dal funk degli esordi, una musica che non era certo pensata per un ascolto funzionale (musica per fare sport/per lo studio/da mettere in macchina/da ballare) ma per un ascolto contemplativo, che poteva volentieri spingere l’ascoltatore al sovrappensiero – senza oltremodo indagare poi il rapporto con le droghe, che ci farebbe sconfinare in un discorso senza capo né coda.

Quel che è stato fatto dai Vulfpeck non si è esaurito in se stesso. Dalla grottesca collaborazione tra i the Roots ed Elvis costello è nata, nel 2013, Wake me up. La si confronti con Jungle Man, e con le atmosfere claustrofobiche dei funk di Betty Devis. Quel sound andava ripreso e rispolverato, ed è una fortuna che dei musicisti così sensibili abbiano compreso che l’impeto creativo di questa musica non poteva esaurirsi nel filone funky-disco-jazzy-hiphop. I raffinatissimi groove di batteria e il gioco quasi erotico ed imprevedibile di suoni e pause, rendono questo genere ancora futuristico – e futuribile.
The Beautiful game (2016), così come Rejuvenation (1976) , è un disco multiforme, ma attraversato da un’anima – come da un filo rosso – che passa attraverso tutti i brani, scandendo la differenza tra un disco ed un insieme di pezzi. E guarda caso questa linea rossa è una precisa idea musicale.

Antonio Librandi

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