The STROKES: The New Abnormal – Recensione del disco

“Le ultime grandi rockstar” è così chela giornalista musicale Lizzy Goodman ha descritto gli Strokes nel libro “Meet Me in the Bathroom”, vertiginosa storia del revival rock di New York nel primo decennio del nuovo millennio.

In effetti, per qualcosa che potremmo definire giustizia artistica, il quintetto composto dai ragazzi privilegiati di New York non avrebbe dovuto essere “bello”. Il padre del frontman Julian Casablancas aveva fondato l’agenzia di modelli Elite Model look, mentre sua madre era Miss Denmark 1965. Il gruppo ha iniziato brandendo vecchie chitarre noiose dopo che il grunge aveva trasformato le cose in un triste oblio.

Eppure la band aveva un carisma arruffato, un calore assonnato e una grande linea in riff pruriginosi e graffianti che ha alimentato quell’impronta particolare che ha definito il Cool Rock.

Diciamo la verità, all’inizio del duemila tutti volevano uscire con gli Strokes.

A distanza di 19 anni dal loro debutto fondamentale con Is This It, arriva con trepidante attesa, l’album numero sei, The New Abnormal, che li conferma tra i gruppi più eleganti della “musica per chitarra”, ora più vecchi e saggi, particolare non necessariamente spregiativo.

La risposta immediata a The New Abnormal, è un facile sì, poiché mentre l’album esplora alcune nuove direzioni, è al contempo abbastanza riconoscibile. Il risentimento verso i fan e il soddisfacimento delle aspettative è tangibile in tutto il disco. Le cose migliori sembrano familiari – anche se poche persone hanno mai scritto, o lo faranno mai, un riff migliore di quello di Last Nite – e l’elemento peggiore, sebbene sia difficile trovarlo, risulta ai più tradizionalisti un esperimento un po’ osato.

Julian & co. si stabiliscono in un aldilà di sintetizzatori che rende da sempre il loro marchio sinonimo di raffinata unicità e questo progetto gioca con influenze, creando uno spazio coinvolgente in cui elementi di electro-pop anni ’80, post-punk e Krautrock si incontrano.

Prendiamo i due esempi “estremi” Brooklyn Bridge to Chorus e At The Door. Il primo è un singolo synth pop con voce vivace e testi decisamente autodeterminanti “I want new friends, but they don’t want me/Thought it was you, but maybe it’s me”, ciò che i fan bramano di più.  At the door è invece un numero celestiale senza batteria, è stato il primo singolo del disco annunciando un netto cambio di ritmo. Ora che possiamo ascoltare l’album nella sua completezza, scopriamo invece che si pone come uno dei pezzi più forti grazie al suo impegno per il nuovo umore della band e uno dei testi più contemplativi.

Gli Strokes hanno sempre mantenuto i loro sentimenti a distanza, ma questa volta The New Abnormal ci offre tracce di una più profonda introspezione.

The Adults Are Talking è abbagliante, lo slancio a spirale del suo coro è compensato da chitarre dolcemente indagatorie che sembrano dialogare tra loro. È un apriscatole accattivante e sobrio, quasi una ninna nanna nella sua dolcezza.

Selfless suona come un sogno ad occhi aperti, aprendosi con una chitarra valzer che annuncia nel testo di Casablancas una storia d’amore semplice ma penetrante. “Please don’t be long/I want you now” canta su un ritornello lamentoso.

Bad Decisions, possiede una potenziale nostalgia di cose non ancora accadute. Il brano è un chiaro omaggio a Dancing With Myself di Billy Idol reinterpretato in un film di John Hughes, grazie quasi interamente alla disinvoltura di Nick Valensi.

Eternal Summer è un inno stagionale con un falsetto che si scioglie nel cervello, forse unico momento di tentennamento del disco che non convince fino in fondo. La situazione si riprende immediatamente con le riconoscibilissime linee di chitarra e voci ispirate di Why Are Sundays So Depressing, probabilmente il pezzo più “strokes” di tutto il disco.

La voce di Casablancas torna nitida in Not The Same Anymore, un confessionale ossessivo che cattura inevitabilmente “l’invecchiamento”, dimostrando che Julian è ancora sottovalutato come paroliere “Now the door slams shut/The child prisoner grows up”.

Tuttavia, ciò che inizia con un pop teso e coinvolgente alla fine inizia a diminuire. I toni che chiudono il disco hanno un retrogusto più amaro e triste, Ode to the Mets offre un finale decisamente spettacolare che sboccia in una ballata a combustione lenta con un riff centrale suona come se fosse passato attraverso una macchina del vento. Inequivocabilmente roba di alto livello.

Chiassosa e brillante come sempre, la band, in questa sua ultima fatica, suona meglio di quanto non lo faccia da anni. Un disco intimo ma estroverso allo stesso tempo che dovrebbe diventare un classico.

Un album fantastico che ti fa crescere a malincuore.

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