Tananai non è Calcutta: e menomale

Di Tananai ho già scritto che è una di quelle promesse che, ci si può scommettere, saranno mantenute. I pezzi già usciti, scaglionati nelle stagioni, sono stati indubbiamente alcuni tra i migliori di quest’anno e questo ragazzo, che non è indie, non è pop e non è rap, è sicuramente diventato una delle nostre presenze preferite in playlist.

Dopo un’estate calda, e non solo dal punto di vista climatico. Infatti nella bella stagione i palchi calcati da Tananai sono stati molto interessanti: si è esibito allo Sziget Festival di Budapest insieme a Pop X e alla prima edizione – super urban – di Oltre Festival a Bologna, nella stessa giornata di Franco 126 e Mecna.

Di ritorno dalle vacanze, il giovanissimo torna con un nuovo singolo che ha spiazzato tutti a causa (o dovremmo dire grazie a?) del suo titolo: “Calcutta”.

L’artista che viene richiamato dal titolo del brano, non ha certo bisogno di presentazioni. Edoardo D’Erme – aka Calcutta – è la giovane stella del panorama indie pop degli ultimi quattro anni. Una sorta di sogno americano sviluppatosi tra Latina e Bologna, passato dai locali con capienza 30 persone ai sold out nei palazzetti. Calcutta è la lanterna magica della musica indipendente, lo stra imitato, lo stra amato e Tananai gli dedica, in qualche modo, la sua nuova canzone, scatenando non poche critiche – positive e non.

Con questo brano, Tananai crea qualcosa di molto molto simile ad un inno generazionale, non nel senso che questa canzone verrà ricordata per aver formato un’era, sia chiaro, ma sicuramente per averla descritta. Il testo parla, a grandi linee, dell’avere grandi aspirazioni e scarsi mezzi, del volere ma non potere, delle cose che desideriamo sapendo che non arriveremo mai a possederle completamente.

Ne parla, però, con delle immagini forti e chiare, soprattutto riuscendo a rivolgersi a tutti, non solo al target di persone che ci si aspetta si approcceranno a questo singolo. Tananai, infatti, non usa voli pindarici o grandi metafore: riesce a parlare di un tema fondamentalmente difficile come ne parlerebbe ad un amico dopo una birra.

“Se potessi scrivere un po’ meglio di come faccio, probabilmente sarei Calcutta.

E se potessi giocare un po’ meglio col pallone adesso, probabilmente sarei Esteban Cambiasso.

Ma non ce la faccio. Ho versi belli in testa che non escono fuori.

Adoro le partite non so battere i rigori.”

In quella che può sembrare un’ammucchiata di frasi quasi banali, Alberto riesce a scattare un’istantanea della situazione che una persona possa provare a vent’anni. Quel momento, cristallizzato nel tempo, in cui ci si rende conto che il “vorrei ma non posso” non è solo un modo di dire ma un nemico contro cui combattere. Tananai gioca su questo tema in maniera piuttosto introspettiva, è lui il cantante che non sa scrivere come Calcutta, siamo noi però che ci sentiamo descritti perfettamente, quasi fastidiosamente, dall’accuratezza della sua descrizione.

Menzione d’onore va fatta, in questo caso come in tutti quelli precedenti, alla base che riesce a far diventare un brano denso come questo, anche leggero.

“Calcutta” è brano a due livelli: il primo è quello oggettivo, in cui ci entra in testa la musica e il ritornello, il secondo è quello più soggettivo, in cui ci troviamo a fare i conti con le verità nascoste nel testo. Se già era grande, la voglia di un album completo, parzialmente soddisfatta negli inediti che vengono presentati ai suoi live, ora è quasi una necessità.

Da qualche giorno su Rolling Stone è presente l’anteprima del video di Calcutta, che dimostra, ancora, come il progetto di Tananai abbia ben chiaro il proprio orizzonte, anche dal punto di vista visivo.

Tananai non scriverà come Calcutta e a noi viene quasi da dire menomale: in un momento in cui tutti copiano chi “ce l’ha fatta”, è davvero soddisfacente vedere qualcuno che segue la propria strada con tenacia, rischiando anche di essere criticato per questo. D’altro canto, chi non rischia non vince.

Mariarita Colicchio

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