PUBLIC – Isole

Scrivilo dappertutto allora, gridalo se necessario”. Prendiamo alla lettera il ritornello dell’opening track di “Isole”, terzo lavoro (fresco di stampa) dei Public, a sette anni di distanza dall’ultima uscita discografica “Oracolo”: vogliamo infatti scriverlo e gridarlo dappertutto che questo è un disco che vale davvero la pena di ascoltare (e riascoltare).
“Isole” non è un semplice album composto da dieci brani, ma da un autentico viaggio all’interno di un “arcipelago” di variegate emozioni, paesaggi e microclimi.

Il tempo, si sa, è un concetto relativo e sia nella storia di questo lavoro che nella carriera discografica della band lo si può notare ancora meglio. Da una parte si percepiscono tutti questi sette anni passati dall’ultima produzione ufficiale, proprio perché “Isole” si esprime in maniera molto forte e quasi viscerale. Allo stesso tempo però sembra che il tempo non sia mai passato, dal momento che il talento di Paolo Beraldo e di tutta la sua band rimane per fortuna inalterato.

Inventati qualcosa che stia sopra le righe”, viene recitato invece su “Spopola”, decimo e ultimo brano dell’album: si tratta di un’altra frase emblematica che citiamo per poter raccontare una nostra convinzione, ovvero che con questo lavoro i Public si pongono davvero sopra le righe, continuando a fare la cosa che hanno sempre fatto, mantenendo una inalterata personale attitudine verso una produzione musicale “come si faceva una volta”, ricca di architetture sonore, saliscendi ritmici ed emozionali, scevri da ogni moda o “logica di mercato”. In un periodo di conformismo musicale e artistico, tipico della recente produzione “itpop”, qui troviamo un raro esempio di fedeltà alle proprie origini, senza alcuna ansia di dovere apparire forzatamente “contemporanei”.
Spopola e tutta la nazione è in fibrillazione… ma tu non hai niente di straordinario”, altra frase presente nella traccia di chiusura di “Isole”, sembra infatti quasi fare il verso a questo concetto.

Dare definizioni di genere è sempre un’esercizio ridotto, ma se dovessimo guidare qualche neofita, potremmo parlare di pop/rock, con frequenti incursioni blues e alcune parentesi noise che rimandano alle epiche cavalcate sonore dei Sonic Youth. Tutto questo accompagnato da una forte e inconfondibile componente di cantautorato italiano, dove non solo “I Titoli Sono Importanti” (citando ancora una volta l’opening track) ma ogni singola parola è calibrata con eleganza.

Il climax emozionale dell’intero lavoro arriva probabilmente sull’ipnotico incedere di “Immagino”: “e sogno te che sogni me che sogno te che sogni me…”, come in un’autentica “matrioska onirica” in cui abbandonarsi completamente.
Nella voce inconfondibile di Paolo Beraldo è impossibile non scorgere alcuni echi degli indimenticabili Northpole. Per chi li ha davvero ammirati, è una cosa naturale ripensarli e riviverli, almeno in parte. La magia arriva da lì, da quel background sonoro, visionario ed emotivo, anche se ogni cosa è stata ora decostruita e rielaborata da una band che può contare su grandi musicisti con un denso background artistico alle spalle.

Aggiungiamo inoltre a questo lavoro altre firme di tutto rispetto come quelle di Max Trisotto alla produzione e dello Soviet Studio per la pubblicazione e la distribuzione. Ecco che il quadro risulta ancor più completo e di altissimo pregio.

Un lavoro che riesce a prenderci per mano e farsi ascoltare a ripetizione, tante sono le sfumature nascoste e i significati reconditi. Qualche secondo dopo l’ascolto sale subito la voglia di godersi anche dal vivo questa decina di canzoni, fermamente convinti di poterci emozionare ancora di più.

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