Papa Legba Is Our Sensei è il nuovo progetto jazzcore che è introvabile online

di Thanks For Choosing

xNato da un’idea del chitarrista Alberto Turra, ormai adottato dalla scena milanese, Papa Legba Is Our Sensei è il nome del suo nuovo progetto in collaborazione con il batterista Alberto Perderneschi (con cui già aveva avuto modo di suonare nel Turbogolfer Duo’s) e titolo del debut album che ha una particolarità non da poco: esiste, nella dimensione live e in formato fisico, ma non su internet. Non provate neanche a cercarlo su Amazon o Spotify, perchè rimarrete molto delusi. E lo stesso principio vale ovviamente anche per tutti i canali come pagine Facebook o Instagram. E se la domanda è Ma come faccio a sapere quando suonano questi? La risposta non è ben chiara, ma siamo in un ambito molto affascinante. Questo è per recuperare una dimensione primordiale, rituale, della musica, fruibile solo direttamente dalla fonte (tipo al concerto al Garage Moulinski di Milano, dove è stato presentato giovedì 11 aprile). E questo è più o meno quello che hanno in testa quei due. Ho avuto il piacere, e l’onore di ascoltare il disco, e proverò a raccontarvelo.

Per prima cosa bisogna dire che Papa Legba, per chi non lo sapesse (che può essere anche tutti) è un mito della cultura voodoo statunitense, responsabile della nascita della musica di sua eminenza Robert Johnson. Qualsiasi cosa voglia dire, i due Alberti partono da qui per costruire il loro jazzocore devozionale, una sorta di rito pagano musicale che anche dall’ascolto casalingo s’insinua sotto pelle e conquista. È un’evoluzione di quello che ci aveva lasciato recentemente, il TAAN TRIO (di Alberto Turra), in cui persiste quell’aurea demoniaca trascinante che viene però portata all’estremo per gli ascoltatori più audaci. Nove tracce che sembrano definirsi nel caos, con giri che si snodano e contorcono, groove che si costruisce e distrugge continuamente. Un viaggio folle nel deserto da affrontare con le cinture ben allacciate.

È quel jazz con l’attitudine rock, che spesso sfocia nella psichedelia e nel desert. È quel jazz che non si capisce niente, ma che in qualche modo ti ipnotizza, e questa abilità specifica di Alberto Turra che sembra aver trovato un ottimo compare con cui dividersi il compito. Alla difficoltà dell’ascolto, del capire che sta succedendo e perchè si ha come la sensazione di essersi appena fatti un acido, si aggiunge la difficoltà del capire come fruire di questo disco, magnifico e potente, raro che quasi viene voglia di ringraziare, che probabilmente si nasconderà nei prossimi mesi nei locali della Milano maledetta. Che la ricerca abbia inizio.

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