MUSE – Simulation Theory

A più di tre anni di distanza dall’uscita di Drones, oggi i MUSE hanno rilasciato il loro ottavo lavoro discografico intitolato Simulation Theory, che è l’anticamera di un attesissimo tour mondiale che li vedrà esibirsi anche in Italia, in due date a luglio del prossimo anno. Telefono in mano, auricolari nelle orecchie, il nuovo album di Matt Bellamy e soci aspetta di essere ascoltato.

Basta dare uno sguardo all’appariscente e insolita copertina, che si discosta nettamente dai precedenti artworks, per capire che gli Arctic Monkeys non sono gli unici ad aver fatto del 2018 l’anno dei restyling estremi. Che i Muse abbiano scelto di reinventarsi è chiaro fin dai i primi secondi di Algorithm, che apre l’album con un beat martellante: se con Drones alcuni avevano avuto l’impressione che la band stesse cercando di disintossicarsi dalle più recenti influenze musicali per tornare alle origini, Simulation Theory smentisce tutto e lascia spiazzati, distaccandosi a sua volta dal disco precedente per intraprendere un percorso completamente nuovo.

Dimenticate i riffs potenti in pieno stile Muse e il caro vecchio pianoforte, e preparatevi ad ascoltare quello che è senza dubbio il loro album più pop di sempre. Un mood del tutto nuovo, un vero e proprio viaggio nel tempo che ci riporta agli anni ’80 a bordo di una DeLorean, come nel video di Pressure: il synth la fa da padrone, i brani sembrano essere tratti dalla soundtrack di un vecchio film sci-fi o da qualche computer game in stile Tron, come nel caso del già citato brano di apertura e in The Dark SideBlockades e The Void.

Un album che lascia stupiti, in alcuni casi perplessi, e che decisamente non rispecchia quello che ci si sarebbe aspettati da una band storicamente alt-rock, con album come Absolution e Origin Of Symmetry alle spalle. Un lavoro dalle sonorità completamente rinnovate e che, al tempo stesso, presenta tracce evidenti di tutto il background musicale del trio di Teignmouth. Dire che i Muse hanno tradito le loro origini è vero, ma solo in parte. Quello di Simulation Theory, infatti, è un pop contaminato in cui gli ascoltatori più attenti sapranno cogliere riferimenti ai grandi artisti che da sempre influenzano la loro produzione artistica. Per citarne qualcuno, non poteva mancare l’affascinante rock elettronico dei Depeche Mode, così come i richiami allo stile di Prince che emergono in mezzo alla sperimentazione di Propaganda, e l’interessantissima intro di Break It To Me potrebbe tranquillamente appartenere ad un brano dei Nine Inch Nails. Alle loro storiche fonti di ispirazione si sommano anche le loro influenze più moderne, complice la collaborazione con diversi produttori come Timbaland. Il risultato? Melodie dal sapore vintage alla Stranger Things che a tratti ricordano anche gli Imagine Dragons e Thirty Seconds To Mars. In alcuni pezzi questa contaminazione pop è molto più marcata ed evidente, e fa sì che venga un po’ perso di vista il mood anni ’80 alla base dell’album: ne risultano tracks molto commerciali e blande, come Something Human, che hanno molto meno appeal rispetto ad altre tracce del disco in cui regna la sperimentazione.

Un lavoro ad ogni modo interessante, in quanto i brani sono troppo alternativi e sperimentali per poter essere mainstream, ma al tempo stesso eccessivamente soft e pop per piacere a chi rimpiange al loro periodo più rock. Questo è uno degli aspetti più interessanti dei Muse, che si ripete ciclicamente con l’uscita dei loro nuovi lavori: camaleontici, sono in continua evoluzione e non possono e non vogliono essere inquadrati in nessun genere musicale. A metà strada tra l’Alternative e il commerciale, sembrano voler adattarsi alle preferenze del mercato musicale senza allontanarsi troppo dalle loro radici, sia musicalmente, sia a livello di contenuti e di songwriting. Sempre aperti alla sperimentazione musicale, non hanno paura di osare e lo dimostrano ancora una volta con questo album, che non sarà all’altezza dei loro primi dischi, ma propone comunque un concept originale in salsa Eighties che, per chi ama gli anni ’80 come la sottoscritta, è sicuramente orecchiabile.

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