LUCI DA LABBRA: Lasciamo stare I Cani, una non recensione sull’ennesimo progetto itpop

Sono capitata, random, su Spotify su una canzone che si chiama 19mq (Benevento) di un gruppo che si chiama Luci Da Labbra e dopo essermi fatta passare l’orticaria provocatami dalla scelta del nome della band, mi sono messa a riflettere sul perché tutti percorrano sempre la via meno tortuosa.

Ho sempre creduto che il mondo si dividesse in due grandi gruppi: quelli che davanti ad un Fontana tacciono e capiscono e quelli che, nella stessa situazione, se ne escono con la classica “si va beh, ma questo potevo farlo anche io”. Trovo superfluo spiegare da che parte io stia ma mi sembra chiaro che, dopo che qualcuno ci ha indicato una buona strada, è facile seguirla e camminarci sopra.

Questo preambolo è la mia metafora per analizzare un comportamento incredibilmente divagante nella scena musicale, in particolare nell’indie, ovvero quello di diventare copia carbone di qualcosa che ha già fatto successo, che è già scoppiato, diventando degli Emilio Fede alla perenne ricerca di un briciolo della luce puntata sul loro mentore. Giusto per citarne alcuni casi: la marea umana di cantautori voce chitarra dopo l’ascesa di Calcutta, le playlist invase dall’elettro-pop (si chiama ancora così o è già cambiato qualcosa?) dopo la nascita di Cosmo, la vastità sconfinata di misteriosi cantautori dopo l’esordio di Liberato e MYSS KETA. Ma quella più in voga per un lungo tempo, complice anche il loro ritiro dalle scene, è stato il cercare invano di eguagliare coloro che stanno da sempre in cima all’olimpo della musica indipendente: I Cani.

Ecco, questa tendenza incredibile a diventare pappagalli mi ha sempre infastidita, più che altro è una scelta suicida in più punti. Il primo, certamente, è che se il mio scrittore preferito è Tolstoj, ma non posseggo la sua bravura nello scrivere, quello che riuscirò a produrre io sarà più vicino a un romanzo della collana Armony che a Guerra e Pace. Il secondo è che non tutti devono avere un talento artistico, necessariamente: se il documentario di Chiara Ferragni ci ha insegnato qualcosa è forse questo, essere ognuno la propria fortuna. L’influencer ha inventato il suo stesso mestiere, di talenti non ne aveva molti eppure oggi è milionaria. Sarebbe stato facile per lei improvvisarsi fotomodella ma ha guardato oltre: facciamolo anche noi. Ognuno in fondo ha la sua strada e non è detto che quella di tutti debba essere nella musica.

Ora, da quanto scritto potrà sembrare che il brano che io ho ascoltato sia a metà tra la Caina Dantesca e un post di Fusaro, invece no. Quello che mi ha fatta imbestialire è stato che di per sé il pezzo non è nemmeno terribile! Mi spiego meglio: 19mq (Benevento) ha le sonorità che potremmo trovare in una collaborazione tra Contessa e Cosmo, il mood di Tommaso Paradiso quando era preso male e per non farci mancare niente i due ragazzi che compongono il gruppo non mostrano mai il viso.

Insomma, se a tutto questo ci si aggiunge il fatto che il loro nome ha dentro la parola “Luci” verrebbe quasi da pensare che loro stessi vorrebbero porsi come caricatura: se così fosse sarebbe anche una scelta apprezzabile ma poi il brano, tutto il loro mood e quello che li riguarda (in particolare la collaborazione con Leo Pari nel singolo precedente) fanno capire che in realtà non è tutto un gioco, una citazione, una posa, ma un tentativo concreto di proporre qualcosa di nuovo.

19(mq) Benevento di cosa parla? Questa è – ma che strano – una canzone che parla di un amore finito e di tutto quello che la fine di una relazione, inevitabilmente, comporta. Il beat dance si unisce ad una capacità lirica normie (si può dire?) e arriva confezionato su Spotify qualcosa che effettivamente non ha nulla di male ma che segue una ricetta di cui siamo già sazi da troppo tempo. Sia chiaro, non sto dicendo che non si debba più fare musica o parlare di amori finiti: l’esigenza creativa è una belva con cui il convivere è ostico ma se si ha la reale necessità di dire qualcosa, un linguaggio personale e graffiante verrà fuori in modo spontaneo. Magari non piacerà a tutti ma quel che è certo è che esisterà, e questo ci basta.

Qui, la potenza del messaggio può anche essere comprensibile, ma dove sta l’urgenza espressiva che il cantautorato deve avere? Questa tendenza all’omologazione nel diverso non rende forse il diverso uguale a tutto il resto? Cosa apporterà questo brano nella mia playlist? Non la appesantirà, non la imbruttirà, ma so che se avrò voglia di ascoltare elettronica pop sceglierò Cosmo o Liberato e per struggermi una canzone d’amore de I Cani. Non toglierò questo brano dalla mia playlist ma devo confessarlo: sarà solo quel numero in più, il pezzo che mi capiterà in shuffle e di cui non ricorderò, probabilmente, neanche il titolo.

Mariarita Colicchio

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