LOCAL NATIVES – Sunlit Youth

Io questi “Local Natives” proprio non li conoscevo nè li avevo mai ascoltati. Poi uno di quei ragazzi di cui difficilmente ti scordi te ne parla, e tu che sei di base una persona curiosa ti approcci a questa band che comunque è al suo terzo album appena inciso in meno di 7 anni e ne rimani davvero piacevolmente colpita. Definirli indie con quasi 390 mila fan su Facebook proprio no, però le loro sonorità così varie che spaziano dal rock all’elettro-pop, passando per tratti psichedelici ad altri quasi techno, desta stupore e una certa innovazione che non è così facile ascoltare ultimamente.

local-natives-sunlit-youthSUNLIT YOUTH è uscito lo scorso 9 settembre sotto l’etichetta di Loma Vista Records ed era stato anticipato da una dichiarazione di Ryan Hann, chitarrista e voce del gruppo che ben descriveva le premesse da cui nasce questo terzo lavoro in studio: «Molta dell’eccitazione riguardo al disco deriva dal fatto di aver sperimentato nuovi modi di creare brani (…) Il testo di Villainy parla del fatto che abbiamo i mezzi per cambiare la nostra situazione, così da ricominciare da capo ogni giorno. Abbiamo applicato quel concetto al nostro modo di fare musica. Volevamo che il nuovo materiale avesse un’energia inedita, per sfidare noi stessi e fare qualcosa di diverso ogni volta».

E proprio al primo ascolto si entra in un mondo, colorato e minimale, che esplicita con Villainy e la frase “I want to start again” la dichiarazione d’intenti del frontman della band. E’ un inizio quasi in media res quello di questa prima traccia, composta da essenziali accordi di piano che mixati con synth, basso e i cori in falsetto danno una luce tutta particolare all’alba di Sunlit Youth.

Arriva poi Past Lives, tutta un crescendo di suoni artificiosalmente belli in cui il synth domina su tutti: un testo poi che invita a prendersela comoda, ad evitare di concentrarsi sui “falsi” modelli, piuttosto invece di abbracciare l’instabilità, da cui può nascere ancora molto di nuovo. E’ poi la volta di Dark Days, quasi una ballad moderna che prepara al crescendo di Fountain Of Youth, il pezzo più forte dell’album e che potrebbe essere considerata la concept title track di Sunlit Youth.

Anche se sonoricamente si allontana di poco dall’anima dei LN per armonia e toni vocali, questo pezzo ha un crescendo di chitarre e beat che si sviluppa tutto nella fortissima carica testuale del brano nelle frasi delle strofe: I think we’d better listen to these kids / We can’t keep pretending we know what we’re doin’ e del coro We can do whatever we want! e che già mi immagino echeggiare forte tra la folla al prossimo Festival (se mai i LN saranno in lineup ad uno dei prossimi festival a cui parteciperò).

Ecco poi Masters, dove i toni onirici e rarefatti si fanno protagonisti di un pezzo che si conclude ruvido e sincopato in cui i cori, ridotti quasi ad un lamento, finiscono per essere il tratto preponderante del pezzo, che sfocia senza pause su Jellyfish, sinuosa, criptica, elettrica, proprio come ce la aspetteremo se la incotrassimo nel mare profondo, aperto e ignoto.

Un cut inaspettato di suoni ed atmosfere apre su Coins, uno dei brani che più amo di Sunlit Youth, una ballad acremente romantica che si/ci chiede How much is enough? e che racconta come gli amori lontani e/o non sulla stessa lunghezza d’onda (per intenti o per fuso orario) finiscano per renderci un “resto” al pari delle monetine che ci avanzano in tasca.

Mother Emanuel ci riporta poi sulle sonorità di inizio album, dove semplici accordi prendono forma e colore grazie ai volumi del synth, mentre Ellie Alice è dolce e nuda con una chitarra ruvida e il chorus di voci ad accompagnarla. Psycho Lovers ha invece un inzio molto beat quasi da brit pop, in cui però la vera protagonista è inizialmente la voce sola di Ryan Hahn. In un crescendo sonoro il brano diventa totalmente californiano, colorandosi di tutto ciò che sono i Local Nativers. Le stesse sonorità e i campionamenti di chorus rimangono forti su Everything All At Once, in cui piano e voce fanno però da spalla.

Si scivola poi sull’ultima traccia Sea Of Years, un brano concettuale e che per suoni e forza emotiva ben chiude l’album della band: “I don’t want to change you mind” invocano a più riprese. Consci del cambiamento e della sperimentazione messa sul campo, la volontà della band è quella di proporre nuove idee, non certo di far cambiare la testa alle persone, primi tra tutti i loro fans.

Che ad ogni modo hanno risposto e accolto molto positivamente la loro band: campionamenti studiati ed elaborati, mood iponotici e suggestivi, in cui l’emotional-pop alla Coldplay degli inizi si fonde con i pezzi più di pancia dei Radiohead, ricordando anche i toni onirici dei Sigur Ros. E questo per fare qualche nome mainstream che può rendere meglio l’idea a chi ancora non li ha ascoltati.

In realtà la percezione che ho dei Local Natives è di una band non davvero così underground come pensa di essere: il loro appena inziato tour statunitense e prossimo europeo (ah, BTW, non verranno in Italia – è stata cancellata la data di Milano prevista il 15 Novembre) ne è la conferma. 16 date in US tra settembre e ottobre, mentre a novembre, tra il 1 e il 24, 17 live tra Gran Bretagna, Francia, Germania, nord e mittel Europa, fino ad arrivare ad Istanbul.

Curiosi? Tutte le info per seguirli sulla loro pagina Facebook https://www.facebook.com/localnatives/ e il loro sito web http://thelocalnatives.com/

Tracklist
01. Villainy – (03:43)
02. Past Lives – (03:43)
03. Dark Days – (03:01)
04. Fountain Of Youth – (03:53)
05. Masters – (04:24)
06. Jellyfish – (02:50)
07. Coins – (03:58)
08. Mother Emanuel – (03:44)
09. Ellie Alice – (02:56)
10. Psycho Lovers – (03:54)
11. Everything All At Once – (04:10)
12. Sea Of Years – (05:10)

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