“Letter To You”, il nuovo album di BRUCE SPRINGSTEEN

Dug deep in my soul And signed my name true And sent it in my letter to you

Diversi anni fa (era il 1996, al Teatro Carlo Felice di Genova, tappa del tour The Ghost of Tom Joad) a chi gli urlò “Grazie di esistere!”, lui rispose, sorridendo “Esistere è facile, difficile è vivere!”. Negli anni successivi, il Boss, tra autobiografie, docufilm, interviste e, ovviamente, canzoni, ci ha raccontato tanto di sé ed anche della difficoltà del vivere. Dagli ascolti da una radiolina nascosta sotto al cuscino in una fredda cameretta, alle nottate di libertà e rock’n roll al Upstage di Asbury Park, ma anche la depressione, le delusioni e… gli addii, gli amici fraterni che non ci sono più. E proprio dalla mancanza, dall’assenza (l’evento scatenante è stata la morte di George Theiss, dopo la quale Bruce è rimasto l’ultimo rappresentante dei Castiles, la sua prima band) nasce l’album che i fan del Boss stanno aspettando da tempo: esce il 23 ottobre Letter to You, l’ultimo album di Bruce Springsteen, 12 tracce (di cui 3 arrivate direttamente dagli anni ’70) che sono una conferma. Un album in cui è netta l’impronta digitale del Boss, per l’uso delle parole, per quelle trame e incroci di suoni in cui chitarra elettrica, acustica, basso, piano, violino, sax si fondono in maniera potente, come solo la E Street Band. E, filo conduttore la voce, che in questo disco è oltremodo umana e sincera. Risolta. Un viaggio in 50 anni del rock targato Bruce, ma con il respiro e la serenità acquisita oggi, in una sequenza che ricorda la setlist di un live per gli assoli dei diversi strumenti che si susseguono brano dopo brano.

L’album inizia con One Minute You’re There, intima e minimale, un arpeggio di chitarra e voce profonda, in un’atmosfera alla Devils&Dust, che si apre con synth e tastiere, infondendo un estatico senso di pace. Dal secondo brano in poi, un tripudio di chitarre accompagnano l’ascoltatore, tra le diverse sfumature di rock.

Letter To You, primo singolo che ha anticipato l’album, pezzo che fa aprire i polmoni, con quegli intrecci di chitarra e la ficcante batteria di Max Weinberg che sostiene tutto il gruppo. Il protagonista, che in passato abbiamo visto inginocchiato a piangere, perché schiacciato dalle sue certezze crollategli addosso, lo ritroviamo nella stessa posizione, a testa china a scrivere tutto con inchiostro e sangue, sia i momenti belli sia i momenti difficili, firmandoli con il suo nome. Affrancato, grazie ad una sorta di catarsi. Un pezzo che, già dal primo ascolto, lascia il sapore del saluto, per non dire dell’addio.

Si scivola dentro alla micidiale Burnin’ Train, che con ritmo incalzante e una batteria roboante, tra rasoiate di chitarra, ci catapulta in un treno in fiamme, tra strofe che per la metrica ed il vocabolario usato – che crea immagini dirette di sesso e passione – ci riporta in uno scenario beat generation, ma che grazie all’incedere pulsante di un ritmo che non molla mai, non ha quel senso di inquietudine tipico di quel movimento.

Salto indietro nel tempo in tutti i sensi, con Janey Needs A Shooter, non solo per l’intro pienamente anni ’70, ma perché rimasta nel cassetto da quel decennio. Bruce non l’ha mai fatta uscire ufficialmente fino a LTY, esiste la versione più asciutta di Warren Zevon, ma sta di fatto che oggi, è un brano di quasi 7 minuti, con un arrangiamento pieno e corale, che al testo beat (se si leggono Burnin’ Train e Janey Needs A Shooter non si colgono decenni di distanza) dona un respiro di redenzione. Potenti momenti di armonica e batteria, ed un finale lasciato alla voce, che fa sorgere dubbi sulla reale età del Boss (ma ha veramente 71 anni?) e fa presagire ai fan come potrebbe risultare live (il ripetuto “The way that I know her style” finale può richiamare il “Come on this train” di The Land of Hope And Dreams…)

Il ritmo sembra rallentare, con l’intro di chitarra acustica che dà il via a Last Man Standing, ma sono solo poche note prima dell’arrivo della band, chiamata dalla batteria. Ritmo crescente ed assoli di sax di Jake Clemons, per un brano dal testo malinconico, intriso di ricordi di tempi, di persone che non ci sono più, con i loro look e i luoghi simbolo.

Schema simile alla precedente canzone, ma per The Power of Prayer l’intro è lasciato al piano di Roy Bittain e dopo il via sancito da Max Weinberg ecco Bruce e compagni, in un ritmo di speranza e leggerezza, che ricorda molto il Boss degli anni 2000.

Ed è sempre Roy Bittain ad aprire un pezzo tra i più amati di Bruce, come ha raccontato in recenti interviste, la struggente House Of A Thousand Guitars, in cui voce e piano vengono raggiunti dalla band per poi essere lasciati nuovamente soli, tra strofe ripetute e un finale sospirato.

Rainmaker, “scritta ai tempi di Bush, ma che si addice molto a Trump perché parla di un demagogo” racconta Springsteen. Un brano che dopo un intro metallico (in cuffia l’effetto è di un dobro suonato in slide) declamato e minimale, esplode potente con un incedere pesante, marziale, imponente.

Voce e chitarra per If I Was The Priest (il secondo brano che arriva dai ’70) che si apre poi alla band, un testo che è più prosa che canzone, cori che ricordano un gospel ed un finale sfumato di chitarra elettrica.

Intro potente di batteria per Ghosts, secondo singolo che anticipa l’album, brano commovente per la potenza, la forza e la vita che sprigiona. Un pezzo, in cui passato e presente si fondono insieme. Come vediamo nella clip, Bruce dalle mani vissute sta provando in studio con la band, mentre si susseguono immagini che, dai live con i Castiles arrivano ai giorni nostri, agli ultimi San Siro, in un ritmo d’assalto dal potere salvifico, con gli urli “I’m Alive!”, con i cori, momenti a cappella, incroci di chitarre e basso sempre sostenuti dalla batteria. Da ascoltare con in volume al massimo.

Batteria, armonica, affondi di chitarra in slide, per Song For Orphans, terzo e ultimo brano dai ’70, per una ballad che canta di anime perse e salvatori che non ci sono più.

Chiude l’album I’ll See You In My Dreams, voce e chitarra intimamente fusi, seguiti da suoni elettrici che riportano ad un Bruce anni ‘90, per un testo che è un arrivederci nei propri sogni all’amico che non c’è più. Per posizione nell’album e per il tema della perdita, la mia mente va a Terry’s Song, ma se in Magic i toni per descrivere il vuoto hanno le sfumature di un blues, in LTY prevale l’accettazione, la consapevolezza ha vinto il dolore, l’arrangiamento è potente, il dolore non brucia più.

L’album più bello degli ultimi 20 anni? Sono gusti. Ma certamente è un album sincero, schietto, curato, fedele e che live avrà una resa strepitosa (certo, quando sarà possibile). Ma nei testi, oltre a malinconia e redenzione, troviamo un (più volte cantato) “comin’ home” che lascia qualche dubbio su lavori futuri. In ogni caso Bruce ha dichiarato che tornerà a San Siro per cui, per ora, i fan siano fiduciosi!

Foto di Danny Clinch

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