FULMINACCI, LUCIO CORSI, GIOVANNI TRUPPI: Il PMI e l’innovazione sostenibile – quando la politica sostiene l’arte

Un ragazzo che si guarda intorno ed allarga le braccia per misurare la distanza tra sé stesso e le cose. Per confrontarsi con loro a viso aperto, sentendo così il peso di quelle che sono le prime responsabilità della vita, e le prime (assurde?) contraddizioni dell’amore adulto. Per trovare la propria dimensione, allontanandosi da ciò che sentiamo distante, ed inseguire l’equilibrio costantemente dinamico delle nostre passioni, passate al filtro vigile della coscienza, che sempre ci mette davanti al dubbio della nostra inadeguatezza.

C’è questo ma anche tanta ironia nel disco d’esordio di questo ragazzo classe ’97 – Fulminacci – che se non fosse per la simpatica espressione alla quale ci hanno ormai abituato i duri del fumetto come Tex e Braccio di Ferro, sembrerebbe la crasi imperfetta del suo nome. Nel primo di Filippo Uttinacci c’è il forte bisogno di raccontarsi, con l’occhio critico di chi mette tutto in discussione, caro a molti adolescenti e tipico del cantautorato. Ma il legame più profondo tra questa musica e la canzone tradizionale credo che sia rintracciabile invece nel modo di esprimersi: non ci sono effetti speciali, non ci sono chiavi interpretative stratificate come quelle che possono esserci nella musica di Achille Lauro, per intenderci. La sua forza – come lui stesso dice – sta nella spontaneità. “Ammiro gli artisti che riescono a crearsi un personaggio, ma non ci riuscirei mai; se non mi esprimo, temo col tempo di diventare schiavo di tic nervosi ed esaurimenti”. C’è ancora tanto Lucio Battisti nelle musiche del cantautore romano, al punto che nel pezzo d’apertura è possibile sentire l’eco di “Ancora tu” dopo il primo stacco. E c’è tanto Giorgio Gaber nella poetica, nell’esasperazione di chi non riesce a smettere di guardarsi sempre dall’esterno per darsi un tono, una posa, senza mai poter godere di un gesto naturale, vivendo così “la vita veramente”. Tuttavia è una rielaborazione che non risulta mai posticcia o cercata, ma che anzi sembra essere veramente qualcosa di organico, di inevitabile e personale.

Fulminacci sintetizza così le proprie origini musicali con una nuova sensibilità, quella morbosamente psicoanalitica, mutuata da questa “Ultima Italia”, che dai dischi di Niccolò Contessa in poi si è come affrancata da quel grande pentolone fumoso del genere indie, per conquistarsi il titolo nobiliare di IT-POP. Il Pop all’italiana; che già dal nome ci costringe al riferimento con il grande cinema degli anni ’60 e ’70 che ha reso famoso nel mondo il nostro modo di fare impresa.

Si, perché quando parliamo di Made in Italy, stiamo parlando di prodotti pensati per il mercato, ma confezionati in modo quanto più possibile artigianale. Il più grande successo commerciale degli anni ’60 – l’Armata Brancaleone – conquista i botteghini senza dover rinunciare alla propria identità; anzi, sembra invece che Scarpelli, Age, Piero Gherardi e Monicelli si siano proprio divertiti, se non sbizzarriti.

Quando Fulminacci parla del successo di questo disco, è notevole come non manchi mai di sottolineare l’importanza dei suoi due produttori, Giordano Colombo (che ha anche suonato la batteria) e Federico Nardelli, della Maciste Dischi. Il loro merito, sarebbe proprio quello di aver rispettato completamente le intenzioni dell’autore, senza andare ad operare eccessive forzature discografiche. Tutti gli strumenti della DEMO, sono presenti anche negli arrangiamenti del disco. In linea con le dichiarazioni di Mario Limongelli, presidente della PMI (Produttori Musicali Indipendenti), che raccoglie a sé tante piccole etichette indipendenti, l’obiettivo era quello di creare intorno all’artista un vero laboratorio musicale, nel quale lavorare quotidianamente e stabilire così dei rapporti unici tra le persone, che inevitabilmente si sono rovesciati sulla qualità dell’opera, per la maggiore soddisfazione di tutti. E le cifre premiano questo ragionamento: le stime vogliono che il PMI copra il 35% del mercato digitale e il 25% di quello fisico, contro il 50+ delle Major, che però possono attingere agli utili di altri settori.

E sempre alla PMI aderiscono la Woodworm, etichetta dell’ormai acclamato Giovanni Truppi, e la Sugar, sotto la cui egida brilla quel piccolo diamante che è ormai Lucio Corsi, Grossetano di Vetulonia che sembra non voler fermare la sua corsa dopo un fantastico concept-album fiabesco ed inaudito, dove per la prima volta è la natura ad essere punk. Dove le lepri arrivano sulla luna con un solo salto da mezzanotte in su, alla faccia di noi che ci affanniamo tra mille problemi; e dove la furbizia della volpe non paga, e si fa urgente il bisogno di sentirsi colpevoli dei propri insuccessi; seguito dal successo di “Cosa faremo da grandi” (2020), un disco abitato dal bellissimo Riff di chitarra di “Freccia Bianca” , o da canzoni narrative come “Senza titolo”, oltre che da e da veri e propri colpi di magia come “La ragazza trasparente” e “Big buca”. Quest’ultimo pezzo in particolare: era dai tempi di Samuele Bersani che non assistevamo a qualcosa di così’ delicato eppure concreto. E’ lecito dunque sognare?

“È la legge del risultato a rendere conservatore il mondo del calcio” – scriveva il maestro Oscar Washington Tabarez

di Antonio Librandi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.