FABRI FIBRA – Guerra e Pace

Non sono un grande ascoltatore di hip hop.
Per cui mi scuso subito con chi mangia pane e hip-hop perché probabilmente dirò cose non tecnicamente perfette. Ma nel mio piccolo, mi ritengo una persona aggiornata sull’argomento.
Perché, che lo vogliate o no, oggi nessun altro genere in Italia riesce a fotografare così bene la realtà che ci circonda e nessun altro genere riesce a catturare l’attenzione in questo modo.

Nonostante non sia un esperto, Fibra lo seguo dai tempi di Mr. Simpatia (i moralisti che si scandalizzano per quello che dice oggi dovrebbero sentire bene quel disco…), per cui ho assistito alla sua evoluzione da artista “di quartiere” a capo assoluto della scena italiana e campione di vendite.

Guerra e Pace si sapeva già in anticipo che sarebbe stato qualcosa di “grosso”, a partire dal titolo annunciato con largo anticipo, dalle indiscrezioni e dal livello di partenza che ha segnato “Controcultura”.

Ora si può dire e ve lo dico subito, così risparmiate tempo e andate a comprarlo: 
“Guerra e Pace” è un capolavoro. E’ il My Beautiful Dark Twisted Fantasy italiano. 

E’ un capolavoro perché non è un disco hip-hop come avete sempre concepito l’hip hop italiano, e non è solo un disco Hip-hop.
Questo disco porta ad uno step successivo il genere.
Fino ad oggi, nella maggior parte dei casi, eravamo abituati a sentire dischi formati da beat + voce. Due cose distinte, separate. Il dj-produttore preparava le tracce e poi il rapper ci rappava su, qualche effetto qualche piccola variazione e mixaggio/post produzione a  parte, il pezzo era finito. Uno, massimo due beat che si ripetono per tutto il pezzo, base + voce, questo è sempre stato, a parte qualche eccezione. Due oggetti separati, che vanno via dritti senza grosse variazioni.

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In Guerra e Pace questo concetto viene definitivamente superato, il beat sempre uguale a sé stesso è roba vecchia, il pezzo viene costruito nel suo complesso, come si fa con un pezzo di musica “suonata”, la musica segue la voce, la voce segue la musica, il tutto è un insieme organico.
La concezione cazzara, antisbatti, “tutti lo possono fare”, “dai butta la base che ci rappo su”, che sta alla base della diffusione del rap in Italia con questo disco non vale più.
In Guerra e Pace c’è una costruzione matura dei pezzi, studiata, le basi sono strutturate, c’è intro, bridge, ritornello, special.
Nello stesso pezzo si possono sentire quattro, cinque, beat diversi, e non sono beat basati solo sulla scansione ritmica con un paio di accordi che si susseguono all’infinito. Sono beat anche molto lunghi, con una costruzione melodico-armonica anche molto intensa, ci sono strumenti che entrano ed escono in vari momenti della canzone, variazioni di metrica, diversi tipi di interpretazione.

Anche dal punto di vista del suono, la voce è molto più inserita nel tessuto sonoro rispetto alle produzioni a cui ci hanno abituato lui e i suoi colleghi.
A livello di testi porta anche in questo caso il genere un “po’ più in là”.
In passato ci ha abituato già a testi maturi, ma qui siamo a un livello superiore.
E’ sempre un po’ autoreferenziale, come tradizione vuole, ma a differenza di molti altri  riesce ad essere sempre molto introspettivo e serio. Anche nei momenti più “cazzari” c’è sempre una velata amarezza, c’è sempre profondità, rabbia.
Va a cogliere particolari e piccole cose della vita di tutti i giorni che non è da tutti notare e riuscire a raccontare in maniera così limpida, riuscendo allo stesso tempo a sputarti in faccia istantanee sul mondo di una lucidità disarmante, condendo il tutto con battute acute che ti stendono.

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Qualcuno un giorno mi ha detto ‘Ovunque tu vada ci sei già’ Io ho risposto ‘Cambio solo città’ Lui mi ha detto ‘Qui nessuno lo fa’ Ti vedranno come un caso umano Un miracolo italiano al contrario Tu scappa via lontano da qui come Saviano Da qui non ci salviamo Che più nemmeno come camerieri serviamo Io ti ringrazio e ringrazio Roberto a nome di tutti, penso Quando ho letto ‘Gomorra’ avevo il sesto senso Questa cosa la vivo, la respiro Questa cosa è uscita dal libro…” (Guerra e Pace)

“Tutti inculano tutti in Italia, praticamente qui da noi già si nasce con un cazzo nel culo…” (Che Tempi)

“Tutto in un giorno non si può lo sapeva anche Van Gogh che piangeva la notte dopo che dipingeva, da ragazzo non vendeva i quadri che oggi sono i più cari al mondo ora dall’alto dei cieli direbbe grazie al cazzo, la stessa cosa è successa a Nicola Tesla con l’idea fissa in testa e zero soldi in tasca, mentre io chiamo col cellulare lui direbbe bella questa…” (Tutto in un giorno)

“Servono soldi per vivere, ma farli qua è come Tom Cruise: missione impossibile! Questa nazione sembra sempre a una passo dalla fine Come dopo la perfezione Come un’azienda prestigiosa fallita Nessun cazzo è duro come la vita…” (Raggi Laser)
Questi sono solo alcuni esempi, forse neanche i più rappresentativi, perché ci sono una quantità tale di parole e di temi affrontati che è veramente difficile estrapolare qualcosa di significativo.

Inoltre la vera forza delle parole del Dr. Tarducci, è che  sono “site specific” per il rap, prendono vita solo quando le ascolti. 
Scritte non hanno neanche un decimo della forza che hanno quando vengono pronunciate. E’ come se avesse inventato un nuovo genere di scrittura.
Sentendole una dietro l’altra, con la metrica che ne scandisce le parti, in testa formano un disegno che va al di là del singolo verso, della singola rima.
Leggendole invece il senso globale sfugge, diventa meno chiaro, è come leggere una poesia senza dividere i versi, o leggere un libro senza spazi e senza punteggiatura.
Mi capita spesso di ascoltare e apprezzare molto una parte, poi andando a trovare il testo e leggendola l’impressione non è più la stessa. Riascoltandola però, la prima impressione viene riconfermata e il verso ti colpisce ancora come un pugno.
E’ una cosa che solo con lui mi capita e che ogni volta mi lascia basito.

Il rap di Fibra è la punteggiatura dei suoi testi, è il navigatore che ti mostra dove ti vuole portare con le sue parole, senza la strada tracciata, le parole si perdono, si sfaldano, sono come un film in 3d visto senza occhiali.

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Nel disco ci sono poche collaborazioni, non c’è spazio per i suoi colleghi, ma per pochi ospiti selezionati e incredibilmente funzionali al pezzo per cui sono stati chiamati.
Neffa in Panico è veramente perfetto, il suo cantato strascicato si integra totalmente con il mood del testo e della base.
Al Castellana meno conosciuto al grande pubblico ma presenza fissa nel panorama hip hop italiano, mette il sigillo di qualità su uno dei pezzi migliori e musicalmente più validi di tutto il disco, con un ritornello killer su “Che Tempi”.
Infine il feat. più inatteso, quello di Elisa, che si traveste da cantante rnb e cesella un altro fantastico ritornello in “Dagli Sbagli si Impara”, il pezzo più delicato e meno rabbioso di tutto il disco e forse l’unico con un velo di speranza.
Fibra in questo disco non concede favori, ma cerca solo di accaparrarsi il meglio dove è indispensabile.

Se il rap in Italia ha messo radici, lo si deve a lui. 
Se tutti gli artisti che si sono affermati in questi ultimi anni avranno un futuro lo dovranno ancora a lui e a questo disco.
Perché  lui prima di tutti ha strappato l’etichettta di “genere per ragazzi” dall’hip-hop. 
Con Controcultura ha gettato le basi per far crescere letteralmente la scena, Guerra e Pace sdogana definitivamente l’hip hop come genere per adulti e lo eleva ufficialmente a “nuovo cantautorato italiano”. 

Luca Doldi

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