DON KARATE – Don Karate

di Smoking Area

Un progetto dichiaratamente strano, quello solista del poli-funzionale fiorentino Stefano Tamborrino. Un batterista jazz (di quelli che possono dire di aver suonato con Stefano Bollani e Ares Tavolazzi), ma la particolarità di Stefano è quella di essere del tutto allergico ed estraneo ad ogni tipo di etichetta, arrivando così ad un risultato che non è jazz, e non neanche psichedelia (nonostante ci faccia sicuramente fare dei bei viaggioni). Questo disco è dark, e allo stesso condito di sbrilluccichii (del vibrafono di Pasquale Mirra), come il migliore dei film di Tim Burton, grottesto, non ballabile ma ondeggiabile, groove che avanzano e si spezzano all’improvviso per poi ricomporsi, accenni rap su basi improbabili. Otto tracce in cui tutto sembra completamente sbagliato, contro ogni regola, contro ogni parametro, per questo bellissimo.

Un’improvvisazione continua (quella di Stefano Tamborrino, a cui si aggiungono Pasquale Mirra al vibrafono e Francesco Ponticelli al basso), tre professionisti in smoking che, in un’acida gara di virtuosismi, danno luce ad uno dei dischi più incredibili di quest’anno (e lo possiamo dire anche se siamo appena a febbraio), di quelli che attirerebbero anche le orecchie più difficili su palchi come quello dei Club To Club, conquistando il pubblico più disattendo e difficile, come quello dell’estivo Beaches Brew. Un caleidoscopio di generi, suoni e riferimenti che più che ad un ascolto, ci sottopone ad un viaggio, impossibile usarlo come sottofondo, perchè, come Alice nel paese delle meraviglie, è talmente tutto così strano e fuori posto, e allo stesso così armonico e trascinante, che è impossibile non rimanerne attratti, affascinati e conquistati.

E’ il disco che metterei alle 2 di notte, alla fine di una festa notturna infrasettimanale, è il disco che farei ascoltare ai miei genitori che la domenica pomeriggio vanno a sentire i concerti di musica classica al Teatro Dal Verme di Milano, quello da proporre ai musicofili iper-colti, e persino ai tamarri che ci chiedono consigli musicali per percorrere l’A4 durante l’ora di punta. Un disco, oserei dire, così complesso e pieno, e allo stesso tempo minimale, da risultare universale. Consigliatissimo e davvero ottimo e, se questo servirà a farmi (me e tutti i fattoni reduci dai palchi notturni del Miami) avvicinare al jazz, ben venga.

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