BRIAN BURGAN – Obey to Black

di Cassandra Enriquez

Tutto rimanda all’universo. Tutto rimanda all’infinito.
Il titolo ci porta alla mente il nero dello spazio più profondo. La copertina ci fa sbirciare la desolazione di un pianeta sconosciuto.

Obey To Black, il nuovo LP firmato Brian Burgan e pubblicato il 28 Novembre scorso per l’etichetta Pitch The Noise, è un disco che ha cominciato a vedere la luce tra il 2011 e il 2012. Qui sulla Terra sono passati almeno otto anni da allora, ma mentre noi eravamo indaffarati da mille faccende e scherzavamo sull’imminente fine del mondo, Burgan stava viaggiando per regioni dello spazio talmente remote e sconosciute che il tempo iniziava a scorrere ad una velocità diversa. Forse è proprio per questo che Obey To Black suona come una creazione fuori dal tempo. Otto anni sono passati dalla nascita di questo disco, ma ascoltandolo si direbbe che non sia passato nemmeno un giorno.

Da bravo sound designer quale è, Brian Burgan ci regala nove tracce di pura musica elettronica dai toni cupi e introversi, un ibrido tra UK-garage e glitch pop, senza lasciare da parte influenze ambient e dubstep.
Abbiamo detto che in Obey to Black tutto rimanda all’universo. Questa affermazione però è corretta solo in parte. Nell’universo, infatti, il suono esiste certamente, ma non è percettibile. Nell’universo esistono soltanto sovraumani silenzi di leopardiana memoria. In questo senso, Obey to Black, più che rimandare alla perturbante quiete dello spazio più profondo, ricorda un viaggio di mille anni tra infiniti mondi paralleli e possibilità mai esplorate. Da dove possono provenire così tanti suoni se non da mille vite che non si sono mai incrociate?

La situazione ideale per ascoltare Obey to Black è ad occhi chiusi nel buio di una piccola stanza. Per apprezzare questo disco bisogna accettare di accogliere l’oscurità, rendersi ciechi e farsi strada soltanto attraverso l’udito per aprirsi a pezzi di realtà che altrimenti non saremmo in grado di vedere. L’esperienza di questo disco è altamente soggettiva, ogni suono si plasma nella forma che ci è più familiare creando storie distanti anni luce l’una dall’altra.

Per me, Obey to Black ha preso la forma del traffico di una grande metropoli piena di insegne luminose. Ha preso la forma di una seducente ragazza che balla in una discoteca. Ha anche preso la forma della Via Lattea che brilla sopra un deserto roccioso e di un ruscello ghiacciato in pieno inverso. Ha preso la forma di un’anziana donna che esala gli ultimi sospiri e di un criminale in cerca di redenzione in una notte senza luna.
E per te che stai leggendo, che forma prenderà?

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