BARONESS – Yellow and Green

W i Baroness/ A morte i Baroness.

Torno a parlare di musica (finalmente) per parlare di un disco che dire controverso è dire poco.

Il post-hc/sludge/chiamatelo come volete è un genere strano, perché è un non-genere che però ha una connotazione precisissima e un identità forte con un equilibrio sottilissimo e molto precario in mezzo fra altri generi. Appena si perde un minimo di questo equilibrio automaticamente si è fuori. Mantenerlo è difficilissimo e solo chi ha trovato una formula precisa e granitica e ha avuto la possibilità di svilupparla in sordina per molto tempo è riuscito a sopravvivere.

Già un intero movimento, quello post-hc quasi strumentale e di derivazione post-rock sì è praticamente estinto, logorato dalla ricerca di questo equilibrio, e autodistruttosi per non essere riuscito a trovare una svolta, cadendo nella ripetitività e nella mancanza di idee. Cult of Luna e Isis sono le “morti” celebri, i Pelican sono sopravvissuti ma con grosse difficoltà, i Red Sparowes sopravvivono come side project con uscite sia live che discografiche a dir poco sporadiche.

Dopo questa ondata sono esplosi i Mastodon, che attualmente sono l’unica band di “nuova” generazione che è riuscita nell’intento di mantenersi nel genere cercando di portare ogni volta piccole novità e perché no di portare un po’ più fuori dalla sua nicchia il post-hc. Il loro obiettivo dichiarato era quello di diventare band di riferimento di tutto il nuovo metal, ma l’obiettivo non è stato centrato in pieno. Sono riusciti ad arrivare a molte più orecchie di un qualsiasi altro gruppo simile, ma sono sempre rimasti un po’ in sordina nel mondo metallaro mainstream.
Dopo di loro? Il nulla.

Non ho paura di dire che il posthc/sludge è quasi morto, sì ok ci sono i Red Fang, i Kylesa, ma sono più di stampo Stoner e non li vedo come dei gruppi che han voglia di prendersi sulle spalle tutto un intero movimento musicale e di portarlo in trionfo. Si sa che i generi musicali, senza alfieri e punti di riferimento vanno naturalmente a morire come grandi pachidermi nella savana. A parte casi isolati e molto underground, non si vede all’orizzonte un nuovo vero alfiere di questo genere.

A parte uno.
E questo uno sono proprio i Baroness.
Fin dal primo disco sono stati indicati e spinti a portare lo stendardo, si è gridato al miracolo, giubilo e gaudio a corte “Un altro Mastodon…. si!.. può!.. faaareeee!”, col secondo disco la grande conferma, incredibile, sembra quasi un sogno e poi?

E poi arriva Yellow and Green.
Ed è come il padre interista che si ritrova all’improvviso con un figlio milanista, è come Rocky in Rocky V (capolavoro ingiustamente sottovalutato) quando viene mollato dal suo allievo prediletto che lo tradisce per soldi e figa.
Personalmente ho sempre pensato che i Baroness siano un gran gruppo, ma non sono mai riuscito ad ascoltarli veramente con piacere, perché li ho sempre trovati troppo legati, costretti in un sistema troppo stretto per loro, un po’ come sentire Omar Rodriguez Lopez costretto a suonare La Canzone del Sole. Beh sì, è facile dirlo adesso dopo aver sentito questo doppio disco, ma giuro che era l’esatta sensazione che mi trasmettevano.

I Baroness oltre ad essere un grande gruppo sono anche dei musicisti intelligenti, e si sono voluti togliere in fretta di dosso tutte le pressioni, e le investiture che gli sono state date.

In ogni caso questo terzo disco sarebbe stato un “flop” o avrebbe avuto comunque critiche spietate. Quando hai addosso tutta quella attenzione e quando ti concedono due “5 stelle” di fila, no c’è capolavoro che tenga, se rimani sulla linea dei due dischi precedenti manchi di idee e sei ripetitivo, se provi a cambiare leggermente direzione sei bravo ma non hai centrato l’obiettivo e avanti il prossimo, se cambi totalmente sei un venduto.

E poi onestamente non so proprio cosa avrebbero potuto tirar fuori dopo due dischi così e altri 5 dei Mastodon prima di loro.
Hanno deciso di fare il colpo grosso, smarcarsi da tutti e portare la competizione un livello più alto, riuscire anche dove i tutti loro illustri predecessori hanno fallito: portare a un livello nuovo il genere e portarlo fuori dalla sua isola per evitarne l’estinzione di massa.

La cosa che mi ha stupido di più del disco, è che pur pucciando i piedi di qua e di là, riesce comunque a mantenere quell’equilibrio di cui parlavo prima e riesce a mantenere la sua matrice nel genere nativo pur non essendolo.

C’è chi ha parlato di tradimento, chi ha parlato di obiettivo poco chiaro, chi ha parlato di disco troppo dispersivo, di pochi tratti a fuoco e molti altri totalmente fuori norma.
Secondo me è un disco come non ne capitavano da almeno 20 anni, un disco che segna indelebilmente la storia, per quando oggi la musica rock incida poco sulla storia, e che sancisce  la nascita (finalmente) di una nuova grande band di stampo metal.

Avete presente “Mellon Collie and the Infinite Sadness”?
Questo è il suo fratello minore (a mio parere per età e non per qualità).
Curiosamente questi due doppi album arrivano da due band all’inizio della loro carriera, dopo due dischi osannati, che si sono smarcate dal genere in cui volevano a tutti i costi incasellarle, consacrandone il successo a livello mondiale. Il grunge negli anni ’90 aveva tutt’altra considerazione rispetto allo sludge/posthc/postmetal di oggi, ma con le dovute proporzioni nei dati di vendita si può dire che  il salto è stato lo stesso. E curiosamente agli Smashing Pumpkines sono state mosse le stesse critiche al tempo dai loro fan storici. Curiosamente c’è anche un pezzo sul disco dei Baroness il cui riff e ritmica ricordano molto da vicino un pezzo presente in Mellon Collie…vediamo se lo trovate (la soluzione a fine articolo).

Altro punto della questione: oltre a portare il genere in una nuova dimensione, i Baroness hanno il merito di riuscire nell’impresa di riportare gli assoli nel mondo metal moderno (moderno come concezione, non come età) , dandogli un senso, una nuova connotazione, e un ruolo principale nell’arrangiamento del pezzo. Assoli completamente opposti a quelli che il mondo metal è abituato a sentire, tutta tecnica e niente cuore e cervello, ma un tipo di assolo emozionale a metà fra Pink Floyd e i QOTSA.

Alcune critiche arrivano anche perché secondo i detrattori, hanno fatto il salto ma non l’hanno fatto abbastanza lungo, perché per la paura di scontentare troppo i fans sono rimasti con un piede nel loro vecchio mondo.

Io credo, come dicevo prima, che sia proprio questa la grande forza di questo disco, quello di rimanere all’interno del loro genere ma di contaminarlo con altro, cosa che nessuno aveva mai fatto veramente e con questa qualità ed efficacia.

In questo doppio disco ci sono pezzi clamorosi, come “March into the sea”, già solo il gioiello d’arpeggio che c’è in questo pezzo vale il prezzo del disco.“Board up the house” o “Back where I belong”, con un assolo a due chitarre (che solitamente non sopporto perché è la classica sboronata ignorante e inutile del classic metal) da lacrime; “Psalms Alive” con un andamento al limite del drum n’ bass e un esplosione centrale da indici al cielo. Ci sono dei grandi pezzi molto diversi fra loro, che però hanno tutti la stessa identità e una coerenza di fondo.

L’altra grande rivoluzione sono le linee vocali. Finalmente da un genere che nelle migliori delle ipotesi quando ha voluto fare il melodico ci ha abituati al mononota (anche qui i Mastodon ci avevano provato senza avere il coraggio e la capacità di osare, anche per evidenti limiti tecnici) arriva una nuova (per il genere) concezione di “cantato”, che non ha paura dei pregiudizi. I Baroness regalano un lavoro sulle voci ottimo e finalmente dei pezzi che ti spingono a cantare, che volenti o nolenti è sempre stato un grosso limite di questo genere, nelle sue frange più o meno melodiche.

Sì, forse nella parte verde del disco c’è qualche episodio non riuscito, ma anche il sopracitato Mellon Collie aveva alcuni episodi non proprio ottimi eppure è considerato, con i suoi pregi e difetti riconosciuti, universalmente il loro capolavoro e un disco di riferimento per quegli anni e per tutta la musica.

Non voglio fare il controcorrente per forza, non mi interessa, ho approcciato questo disco con grande scetticità e distacco, non sapevo cosa aspettarmi, e mi sono ritrovato con un desiderio di ascoltarlo e riascoltarlo che non mi capitava da moltissimo tempo.

I Baroness si sono trovati davanti a un bivio: o l’estinzione di massa o rischiare e andare alla ricerca della valle incantata. Hanno scelto la seconda, non so se hanno trovato la valle incantata ma sicuramente è un posto fertile dove far crescere la loro musica e il loro “branco”.
L’estinzione è scongiurata… per ora.

Autore: Luca Doldi | Fonte http://ildolditoriale.wordpress.com/2012/08/16/w-i-baroness-a-morte-i-baroness/

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