YOU ME AT SIX, Josh Franceschi parla del nuovo disco: “Suckapunch non sarà quello che tutti si aspettano da noi”

Articolo di Giulia Manfieri

Mentre mancano una manciata settimane all’uscita del nuovo disco e sono state da poco annunciate una serie di date per la fine della primavera del 2021, abbiamo l’occasione di parlare con Josh Franceschi, frontman e voce della band inglese You Me At Six.

Sarà Suckapunch, settimo lavoro in studio in uscita il 15 gennaio 2021 per Underdog Records/AWAL, a marcare proprio i 15 anni di attività della band, una tra le più prolifiche e apprezzate del rock made in UK.

L’album, anticipato dai singoli MAKEMEFEELALIVE” e “Beautiful Way”, è uno dei dischi più ambiziosi e sperimentali della band di Weybridge, che lo scorso anno è volata fino a Bang Saray (Tailandia) per registrarlo. Di questa curiosa scelta (e di molte altre) ne parliamo direttamente al telefono con Josh…

Ciao Josh! Come stai?
Va tutto bene, per fortuna stiamo tutti bene. Siamo appena tornati in lockdown qui in UK, ma, che ci possiamo fare?

Nulla… parliamo dell’album! Penso di poterti dire che l’ho sentito e mi è piaciuto molto, credo sia uno dei vostri lavori più potenti finora in termini di sound, insieme a Sinners Never Sleep (2011). Il titolo è emblematico: Suckapunch (colpire qualcuno inaspettatamente). Credi che i vostri fan saranno, appunto, colpiti da questo nuovo lavoro?
Spero di sì, lo spero proprio. Sai, è uno di quei dischi in cui abbiamo cercato di mettere tutto quello che stava succedendo nelle nostre vite in quel momento. Il fatto che suoni così heavy è proprio perché è una chiara trasposizione di quello che stavamo vivendo, riflette a pieno il nostro stato mentale mentre lo stavamo creando. Quando stavamo scrivendo VI (2018) eravamo semplicemente più tranquilli, infatti ci sono canzoni come “Back Again” che sono molto dolci, cosa che non troverete in Suckapunch.

Avete registrato il disco in Tailandia, al Karma Sound Studio di Bang Saray. Come mai la scelta di andare così lontano? Sentivate il bisogno di staccare, di prendervi una pausa dalla vostra routine?

Esattamente. Mentre discutevamo una serie di opzioni, tra cui molti studi sia in Inghilterra che in Europa, abbiamo pensato che, sia come band che come singoli, nessuno di noi era mai stato in Tailandia. Era un’occasione unica per scoprire una parte magnifica del mondo e intanto concentrarci sul nostro settimo album e, in tutta onestà, non potevamo farcela scappare arrivati a questo punto della nostra carriera. Penso che ci abbia convinto il fatto che lì saremmo stati in grado di staccare la spina dalla nostra quotidianità e dimenticare per un po’ di tempo Londra, immersi in un piccolo villaggio di pescatori.

È stato il nostro rehab musicale. Abbiamo lavorato moltissimo, ogni giorno tutti i giorni, ma è stato come non farlo: anche se ci ritrovavamo a registrare a notte fonda e i ritmi sono stati altissimi, non c’è stato un momento in cui tutto questo ci sia pesato. Eravamo talmente concentrati e siamo così fieri del risultato che non vedo l’ora che le persone possano sentirlo…

Io credo che lo ameranno! Voi cosa vi aspettate?

Lo spero, abbiamo riflettuto molto come band prima di fare questo album e ci siamo proposti di non pubblicare nulla per il gusto di farlo, ma di fare uscire un disco solo se davvero pensavamo di avere qualcosa di nuovo e prezioso da dire. Alla fine, chi pensa che al mondo serva l’ennesima rock band? Fare musica oggi ha senso se quello che vuoi dire è unico, o è almeno un modo per sperimentare durante il tuo percorso come artista. 

Spero davvero che alle persone piacerà e che ne saranno sorprese, i singoli sono stati scelti in modo da sfidare chi ci ascolta e l’immagine che hanno della nostra musica. Sono sicuro che il nuovo album non sarà quello che tutti si aspettano da noi.

You Me At Six – Foto: Daniel Harris

A proposito di questo “sconvolgimento” che arriverà con il nuovo album, come avete introdotto e approcciato queste nuove influenze che spaziano dall’elettronica all’hip-hop, dal rock alla R&B?

Credo che questa grande varietà di influenze si sia riversata in Suckapunch perchè tutti noi volevamo fare dell’album qualcosa di diverso. La nostra interpretazione della musica non si limita a quello che abbiamo fatto negli scorsi 10 o 12 anni, e in quelli più recenti in particolare, quello che abbiamo fatto è stato portare all’interno del sound della band la musica che noi tutti ascoltiamo al di fuori della band: io e Max (Helyer) ascoltiamo molto hip-hop e R&B, Dan (Flint) ascolta molta musica dance e industrial.

Sai, quando ci sono 5 persone nel gruppo e tutte partecipano al processo creativo e di scrittura ognuno porta delle diverse influenze e dice la sua. Abbiamo uno spirito molto collaborativo, a volte capita che un singolo prenda le redini di un brano ma alla fine le cose si finalizzano solo quando lavoriamo tutti insieme.

Se devo dire la verità non c’è stato un momento in particolare in cui abbiamo deciso che avremmo fatto un disco così diverso, è stato un processo molto organico in cui abbiamo capito che se avessimo dovuto scrivere un nuovo album sarebbe dovuto essere qualcosa che non avevamo mai fatto prima. Credo che davvero questo disco possa sfidare e sorprendere chi pensa di avere già sentito tutto di noi, o che non abbiamo nulla di nuovo da dire.

A proposito del pubblico. Chi c’è ai vostri concerti? Chi veniva a sentirvi quando i vostri primi album sono usciti, intorno al 2010, è ancora vostro fan? E le nuove generazioni?

Il 2021 marcherà il nostro quindicesimo anniversario come band, il che è piuttosto assurdo. Devo dire che ci sono tanti fan della prima ora che sono cresciuti con noi, erano adolescenti quando ci hanno conosciuto e ora hanno trent’anni e ci seguono ancora. Molte persone invece ci hanno scoperto lungo la strada, e molte altre ci hanno apertamente detto che dopo i primi album ci hanno abbandonato per un po’ di tempo, per poi tornare. Credo che la nostra musica sia di chiunque senta un legame con noi, in qualsiasi modo o momento, e alla fine ci basta questo.

You Me At Six in concerto a Milano, 2019 – Foto: Roberto Finizio

Parlando di live, un argomento un po’ spinoso al momento, c’è in programma un tour piuttosto intimo in UK e anche delle date in Europa. Quali sono i vostri altri programmi?

Esatto, verremo anche a Milano! Ovviamente non sappiamo ancora se potremo suonare ma incrociamo le dita, vogliamo tornare a suonare il prima possibile. Ora che siamo tornati in lockdown andremo con i ragazzi della band nel nostro studio e continueremo a fare musica, negli scorsi mesi ho anche lavorato con Max ad un progetto esterno alla band, non so cosa ne faremo, ma ora come ora non possiamo fermarci.

È stato un anno davvero assurdo, è passato così velocemente e sembra quasi che tutto il tempo che abbiamo passato in lockdown sia andato perso. È stato sicuramente difficile per tutti, ma mi sento davvero dispiaciuto per le persone che sono state bloccate in momenti cruciali della loro vita, penso agli studenti che iniziano un nuovo percorso, o alle giovani band che magari stavano per avere la loro grande occasione proprio quando questo virus è arrivato. Penso che noi come band siamo in una posizione fortunata da questo punto di vista, non possiamo lamentarci.

Certo, è una crisi che colpisce prima di tutto i piccoli, sia gli artisti che i lavoratori, purtroppo…

La situazione è assolutamente drammatica. Sai, da poco siamo stati agli Abbey Road Studios a Londra a fare delle registrazioni, è stato bellissimo, sicuramente il mio highlight di questo stranissimo anno.

Negli studi abbiamo rivisto i nostri tecnici, il nostro tour manager e sentirli dire che hanno iniziato a fare altri lavori mi ha fatto molto pensare a dove ci potrà portare tutto questo. Sicuramente perderemo per sempre un sacco di figure professionali importantissime per la musica, è una prospettiva davvero spaventosa ed è terribile che le persone non possano più fare quello che amano e per cui hanno passato tutta la vita a specializzarsi. Speriamo davvero che le cose tornino alla normalità il prima possibile!

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