RockOn Love: Nick Cave e PJ Harvey

Ci sono storie che durano una vita, altre che si consumano in fretta senza aver neanche il tempo di crescere. Siamo nel mezzo degli anni Novanta e i protagonisti di questo nuovo appuntamento con RockOn Love sono Nick Cave e PJ Harvey.

Quando nel 1996 si incontrano per la prima volta, Nick Cave e PJ Harvey sono due satelliti che gravitano nel medesimo universo: ad allineare le loro orbite sullo stesso asse e farli esplodere ci pensa “Murder Ballads”.

“Murder Ballads” è il nono album in studio di Nick Cave con i the Bad Seeds e si compone di dieci tracce legate da un fil rouge alquanto funesto: storie d’amore finite male, storie che narrano di vittime ed assassini.
Di tutte le canzoni dell’album, due necessitano di altrettante interpreti femminili. Non ci sono dubbi: un brano viene affidato all’amica conterranea Kylie Minogue, mentre per l’altro è chiamata in causa la giovane PJ Harvey. Oggetto del sodalizio artistico tra Cave e la Harvey è ‘Henry Lee‘, la storia di una donna rifiutata che dopo esser stata umiliata uccide essa stessa l’oggetto del suo desiderio – «little Henry Lee».

Secondo Nick, «PJ è la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde che abbia mai conosciuto».
E non c’è voluto molto per poter sostenere questa affermazione: la scintilla tra i due è immediata, come una miccia che prende fuoco e distrugge tutto in un’esplosione incontrollata.
La loro relazione nasce così, in modo forse un po’ scontato ma sicuramente sorprendente.
La prima volta che si trova di fronte a Nick, PJ è ipnotizzata dall’imponenza e dalla fragilità che emana lo sguardo di quest’uomo.
È un’esperienza travolgente, quasi come immergersi in un gioco di desideri e debolezze.
Ed è proprio lì, occhi negli occhi, che entrambi si riflettono, si riconoscono e si perdono allo stesso tempo.
Alcuni sostengono si tratti di chimica, in realtà è la semplice attrazione che scaturisce tra due persone che riconoscono l’una nell’altro i propri tormenti interiori e ritrovano nel sesso opposto il proprio corrispettivo.

Gli occhi di Nick sono azzurri, di quell’azzurro vivo che ha attraversato il buio e sfidato l’impossibile prima di poter tornare a splendere.
Il passato opprimente condizionato dall’abuso di droghe e i rehab in clinica sono ormai ricordi lontani, ma in quel colore così intenso PJ riesce a cogliere un fremito.
Lo stesso fremito che lui coglie in lei, nella sua spontaneità così genuina ed irrequieta.
PJ in quegli anni non è certo la donna curata e meticolosa che conosciamo oggi: è un tipo acqua e sapone, con le sopracciglia folte e i capelli lunghi, la pelle chiara come la luna.
È la versione femminile di Nick, con un altro colore nello stesso sguardo intenso e profondo.

Quel che nasce tra loro è un sentimento che i due riescono, forse inconsapevolmente, a traslare nelle foto promozionali e nel video di Henry Lee: poco meno di quattro minuti di amplesso silenzioso, consumato tra sguardi colmi di desiderio e mani che toccano, toccano di continuo il viso, il collo, le mani l’uno dell’altra.

L’amore c’è ed è travolgente ma esattamente così come è nato, in poco tempo giunge al termine.
Proprio come raccontato in ‘Henry Lee‘,  a decidere le sorti del proprio amato è la donna: qualcuno muore, e quel qualcuno, metaforicamente, è Nick Cave.

Da un punto di vista meramente temporale la loro relazione è durata giusto il tempo di un flirt ma l’intensità di quel che c’è stato tra questi due grandi artisti è visibile a tutti ancora oggi, riguardando il video del singolo che hanno interpretato insieme.
Una parentesi dalle cui ceneri Nick Cave tirerà fuori un altro disco immenso, “The Boatman’s Call”, tripudio di un amore terminato troppo presto ispirato alla musa PJ Harvey.

 

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