Una famiglia chiamata SELTON: intervista alla band brasiliana

Inauguriamo oggi la nostra collaborazione con Futura1993, un format radio itinerante che ha base a Bologna.

Una chiacchierata lunga da Wow a Home Festival
Come vedrete dalle pazze Kodak scattate insieme a loro, i Selton sono tra le band più spassose che abbiamo conosciuto: Daniel, Eduardo e Ramiro sono tre ragazzi incredibilmente solari che, come ci hanno raccontato, hanno lavorato e creduto davvero a lungo nel sogno che oggi è diventato più che concreto. Si conoscono da dieci anni e insieme ne hanno passate di tutti i colori.

Noi li abbiamo conosciuti nella meravigliosa cornice di Wow Festival, sul lago di Como, dove ci hanno regalato un live intimo e appassionato; poi, di nuovo, durante l’esplosivo Home Festival dove, a distanza di un’estate, abbiamo approfondito la loro storia, i loro legami con l’Italia e il Brasile, la vita durante il tour del loro ultimo disco e… insomma, facciamo prima a farvi leggere cosa ci hanno raccontato.

“Manifesto tropicale” è stato inserito tra i venti album più belli del 2017. Che significato ha questo per voi?
È stato figo, è bello vedere che quello che fai viene apprezzato. È bello vedere questo riscontro da parte della critica musicale, anche se conta fino a un certo punto, è più importante per noi salire sul palco e vedere un botto di gente che canta i nostri pezzi e quanto le canzoni che cantiamo possano influenzare chi le ascolta. Poi certo, si fa un lavoro gigantesco per partorire il disco e sapere che una testata importante come Rolling Stone ci ha inseriti nella top 20 dei dischi dell’anno è una bella sensazione.

Perché proprio questo titolo per il vostro disco?
Il titolo prende ispirazione da “Manifesto Antropofago”, scritto nel 1922 per la Settimana dell’Arte Moderna brasiliana, nel quale veniva affrontata la questione dell’identità del brasiliano: infatti, la nostra cultura ha assorbito tantissimo dalle culture esterne che sono presenti in Brasile, e ciò pian piano ha contribuito a formare l’identità del brasiliano. Anche l’Italia sta diventando sempre più multiculturale, quindi siamo partiti da uno sguardo alla nostra cultura d’origine per arrivare ad analizzare la città in cui viviamo ora, Milano. Da qui l’idea di fare un “Manifesto Tropicale”, che quindi è un’osservazione dell’Italia di oggi per come la vediamo noi.

Perché avete dedicato una canzone a Devendra Banhart?
Perché vorremmo baciarlo! (ridono), anche se ha provato a rubarci lo skate, al Carroponte. Siamo andati al suo concerto, lì a Milano, ci siamo conosciuti e ha preso il mio skateboard… e voleva andarsene con quello! Comunque sì, Devendra come noi ha avuto un sacco di influenze diverse nella vita: è cresciuto tra Venezuela e America, parla spagnolo, inglese… in qualche modo ci riconosciamo in lui e lo ammiriamo tanto.

selton

Oggi il concerto è stato incredibile, il pubblico era davvero carico!
È stato un concerto particolare, perché non abbiamo avuto il tempo di provare bene! Noi eravamo in dubbio fino all’ultimo se annullare oppure fare, alla fine abbiamo detto “dai, facciamolo!”

Avete fatto bene, anche perché la gente vi è davvero affezionata. Avete fatto più di cento date, o sbaglio?
Sì, in realtà questo tour è appena partito, ma in totale sì. Sono dieci anni che suoniamo insieme. Questo è il nostro quarto album, perché il primo disco che abbiamo fatto era un progetto con canzoni di Cochi, Renato ed Enzo Jannacci, insieme a loro, cantate in portoghese: era una sorta di esperimento, più che un disco nostro. Però sì, è comunque il quinto disco di cui abbiamo fatto un tour, che abbiamo portato in giro.

Come sono stati tutti questi anni passati a stretto contatto, sperimentando insieme?
Di base ci conosciamo dal liceo, da tantissimo tempo. Poi, la cosa di aver suonato due anni per strada ha aiutato a creare molta intimità, davvero: suonavamo cinque giorni a settimana, tre/quattro ore al giorno, quindi eravamo sempre insieme. Abbiamo anche vissuto insieme, il primo anno a Milano, nella stessa stanza addirittura! La scelta di rimanere in Italia l’abbiamo presa insieme, perché la nostra idea era comunque quella di tornare in Brasile dopo l’anno sabbatico. Il pensiero di restare qua in Italia e provare ad essere un band “vera”, ci ha unito ancora di più, siamo diventati davvero famiglia. Famiglia, amici, compagni di lavoro… tutto.

In questi anni cosa è cambiato in meglio? E invece, cosa avreste preferito restasse come prima?
In meglio… beh, una serie di cose: riusciamo a vivere della nostra musica e questa è una figata pazzesca, è già una fortuna molto grande riuscire a fare questo lavoro: è impegnativo, molto molto difficile e rischioso. Però, più vai avanti più capisci come funzionano certi meccanismi dell’industria e si perde un po’ di ingenuità, facendolo diventare un lavoro: se questo a livello economico è una figata, perché vivi di quello che ti piace, d’altro canto perdi quell’ingenuità tipica di quando sei appena partito. La grande sfida è riuscire a mantenerla e trovare l’equilibrio giusto.

Beh, però ci riuscite abbastanza a restare naturali, si vede anche sul palco.
Sì, perché dietro c’è una passione e soprattutto quando sei sul palco non pensi a nient’altro! Soprattutto a concerti come quello di oggi, dove hai un sacco di difficoltà perché uno ha perso un braccio (ridono). Ecco queste cose in qualche modo ti riportano all’inizio, quando sei pieno di insicurezze…

La cosa bella della vostra band è che voi siete tre frontman! Non ce n’è uno che prevale sull’altro e siete quasi gli unici a riuscire a fare questa cosa, come forse sta facendo anche lo Stato Sociale, quest’anno per la prima volta.
Grazie! Sì, è vero, perché hanno questa cosa del collettivo.

Vi abbiamo visti anche sul palco del Mi Ami. Cosa cambia per voi stare su un palco come quello di oggi, di Wow Festival, che fa parte di una realtà, in proporzione, più intima, rispetto a un palco come quello di un Mi Ami o Home Festival?
Il Mi Ami, come in realtà tutti i festival, è una figata perché vai a suonare davanti ad un pubblico che non è solo tuo: confrontarsi con gente che è venuta a sentire Galeffi e non noi ci da’ una grossa opportunità! Il fatto che ogni gruppo, al Mi Ami o Home, porti i suoi fan, è che poi diventa una cosa che davvero tutti possono condividere ed è bellissimo! Noi proviamo a far sì che non ci sia troppa differenza fra il suonare su un palco più grande rispetto a uno più piccolo, perché devi sempre dare il 100%. L’idea è un po’ quella: provare a fare il massimo che puoi, che sia davanti a tre persone o davanti a quattromila. Però, paradossalmente, è più facile fare un concerto dove la gente ti conosce, canta tutti i tuoi pezzi, che non davanti a un pubblico a cui devi dimostrare di più, che devi conquistarti. Vediamo che in Italia la gente ama molto andare ai festival, che poi in realtà sono rassegne. Questo tipo di evento, in cui tutto si concentra in pochi giorni, ti obbliga ad avere un’esperienza a 360 gradi, ed è molto figo. C’è dietro tantissimo lavoro, è una figata pazzesca.

Che rapporto avete con il vostro pubblico?
Noi proviamo a rendere questa cosa il più naturale possibile: ad esempio, di solito quando facciamo uscire un disco facciamo una festa a casa nostra!

Ma dai, davvero?
Sì, abbiamo creato anche una spiaggia! Abbiamo portato tre tonnellate di spiaggia nel nostro cortile. Ogni volta che proviamo a fare qualcosa che per noi è importante, vogliamo poter condividere questa cosa con i fan, perché alla fine, fai musica per te stesso, sicuramente, però se non c’è un pubblico quello che fai non potrà mai diventare un lavoro. Se non ci fossero i fan, quello che scriviamo nella nostra camera non risuonerebbe negli altri, che è la cosa che ci fa andare avanti: per questo è una figata riuscire a mantenere un bel contatto con tutti loro.

Quindi possiamo dire che rimanete in Italia!
Ehh! (ridono) Questa è una gran bella domanda… chi lo sa, chi lo sa. Ci troviamo bene qua, poi stiamo costruendo sempre di più e quindi c’è una buona probabilità.

Vi è mai capitato qualche episodio di razzismo o bullismo?
No, con noi personalmente no. Anche se una volta, quando abbiamo parlato di accoglienza agli immigrati, uno ci ha mandato a fanculo, da lontano. Poi è andato via.

Sappiamo che avete collaborato con Dente: c’è un altro artista con cui vi piacerebbe collaborare?
Ghali
! Ci piacerebbe un sacco fare qualcosa con lui. Potrebbe uscire qualcosa di molto figo, perché ci identifichiamo tanto con il fatto che anche lui mischia l’arabo con l’italiano, questa appropriazione di linguaggio la sentiamo molto vicina a quello che facciamo noi. Poi va beh, nel mondo… collaboreremmo con Paul McCartney (ridono).

Consigliateci tre pezzi da mandare in radio!
Sicuramente “Elegia” dei New Order. Poi c’è un cantante che ci piace un sacco, si chiama Rodrigo Amarante, che è quello che ha fatto la sigla di Narcos: del suo disco solista, vi consigliamo un pezzo chiamato “Manà”, fighissimo. Poi una band americana che ci piace tantissimo, i Dirty Projectors, con questo pezzo pazzesco, che è “Up in Hudson”, fatto con un percussionista brasiliano.

Intervista di Giorgia Salerno

Futura 1993 è il format radio itinerante creato da Giorgia Salerno e Francesca Zammillo che attraversa l’Italia per raccontarti la musica come nessun altro. Seguite Giorgia e Francesca su Instagram, Facebook e sulle frequenze di RadioCittà Fujiko, in onda ogni martedì e giovedi dalle 16:30.

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