Un piatto di carbonara a Tokyo, ACARO e il suo indie pop dai suoni orientali.

Acaro (Riccardo) viene dalla provincia di Bergamo, classe 1993, un nome d’arte che conduce alla causa della sua allergia. A seguito del primo singolo d’esordio Mangio, in cui sfumature orientali e europee si fondono, dal 17 gennaio è disponibile sulle principali piattaforme digitali il suo secondo singolo Katane. La scelta di un oggetto proprio della tradizione giapponese la “Katana”, tanto cara ad Acaro, come punto di partenza per la costruzione di uno scenario, una bettola asiatica dove si imbatte in una bellissima donna; da qui inizia a raccontarsi mettendo alla luce i suoi dolori, pensieri e esperienze di vita.
La realtà che ci circonda è il pozzo da cui Acaro trova la sua ispirazione per scrivere; dalla piccola provincia con i suoi moti abitudinari, ma comunque attraenti, ad una città come Shangai con i suoi aspetti metropolitani. Questa mescolanza è il fulcro dei testi di Acaro, dalla carbonara mangiata in un ristorante giapponese, ai suoni dell’era digitalizzata tramutati poi in qualcosa di molto più personale e intimo.
Una formazione artistica, nella quale, le personalità di Acaro e Riccardo si fondono per dare vita a suoni che vanno oltre la sua timidezza e vogliono invece rendere, più trasparente e concreta possibile, la realtà in continuo movimento. Le dinamiche sociali di un piccolo paese di provincia si incontrano con vedute più estese e lontane; la volontà di esplorare diventa il principio guida di Acaro, che di ritorno da un viaggio in Giappone, tra blackout emozionali e incontri speciali, riesce ad avere una visione più nitida di se stesso, concentrandosi sul suo progetto solista dai suoni inediti e contenuti fatti di contrasti e associazioni.

Facciamo un salto nel passato per conoscerti meglio; vivere in provincia è stato un punto cardine nella formazione di molti artisti, con risvolti positivi e negativi. Acaro, focalizzandoci sul tuo percorso artistico, quanto la provincia lo ha influenzato? Secondo quali modalità?
“In paese ho conosciuto e frequentato ogni tipo di persona, in città è normale scegliere quali luoghi e persone bazzicare, nel mio paese abbiamo un solo bar, frequentato da chiunque, dottori, ultras, nonni con i nipotini e nonni che si giocano le pensione alle slot, muratori, alcolisti, quelli che gli piace bianca, e persino fascisti, solo le donne mancano, se ne vede un paio nei weekend fortunati, ma questa è un altra storia. In paese tutte le realtà coesistono, ma lo spazio è troppo ristretto per ignorarle. Quel tumulto storie, punti di vista, ideali, discussioni, è il carburante per i miei pezzi.”

A 8 anni scrivevi già canzoni, il tuo primissimo approccio alla musica è collegato a qualche particolare esperienza o persona?
“Sono cresciuto in una famiglia molto allargata di origini napoletane. Il nonno materno era una persona anomala, uno studioso di chimica e matematica che nel tempo libero dipingeva e suonava quel che gli passava sotto mano, in più vedevo mio cugino suonare la batteria nelle band, (lo ritengo tutt’ora uno dei più talentuosi qui a Bergamo). Erano gli anni del Nu Metal, lui mi abbassava i pantaloni come era di moda e mi diceva:
“tu devi suonare il basso”, una volta me ne regalò uno, forse non ci aveva preso del tutto, ma sicuramente il mio nido familiare è stato fondamentale. Io ero un bambino estremamente timido ed introverso, a volte però non resistevo e cominciavo ad urlare le parole che mi passavano per la testa. La prima canzone che ricordo faceva così: “con gli occhi posso guardaaare, con gli occhi posso guardaaare”, un giorno ve la canterò.”

Il recupero del valore autentico espressivo della parola sembra un’utopia, oggi il testo diventa secondario a favore di suoni totalizzanti e sintetizzati… Tra i tuoi studi ti sei dedicato anche alla poesia e alla sceneggiatura, hai un iter preciso per l’elaborazione del testo? Quale valore gli attribuisci?
“Credo fortemente nella parola, la musica italiana ha bisogno di liricisti e credo anche il pubblico. Quando scrivo in studio entro in una sorta di trans, la mia mano scrive rapidamente parole, unisce pensieri precedentemente concepiti, come se tutto seguisse uno schema che non conosco.
Solo una volta concluso il testo riesco a capirlo, a vederlo nel suo insieme e a coglierne il senso.”

La tua esperienza in Giappone è stata rivelatrice sotto un aspetto unicamente creativo-artistico o anche personale? Raccontaci dell’impatto della terra del sol levante sul tuo percorso.
“Purtroppo o per fortuna non riesco a distinguere il mio processo creativo-artistico da quello personale, Acaro e Riccardo (sì, mi chiamo così) crescono insieme, l’uno rispecchia l’altro. Partii per trovare la mia strada, uscivo da varie esperienze lavorative e personali insoddisfacenti.
Lì tutto quanto mi era estraneo, ero solo e senza un vero e proprio piano d’azione, non mi sentivo in un altra nazione, ma su un altro pianeta, fu un colpo di fulmine, ogni passo in terra nipponica era un nuovo immaginario da poter raccontare, il mio cervello elaborava nuovi colori , concepiva nuovi stili di narrazione. Tornai dal Giappone più consapevole dei miei ritmi, dei miei limiti, delle mie debolezze. Ero pronto per poterlo cantare a tutti.”

Il tema del cibo è palese già dal titolo del singolo, ascoltandolo poi mi soffermo su “Mangio la pasta da Saizeriya”, menzioni una catena giapponese di ristoranti promotrice della cucina italiana, ti riferisci al mondo del cibo per una ragione precisa?
“Una sera a Tokyo conobbi un ragazzo in ostello, Kazuki, era in città per cercare lavoro, bevemmo molto quella sera, ci confrontammo sulle nostre culture, e ovviamente anche sulle nostre abitudini culinarie, (amo parlare di cibo anche nella vita quotidiana oltre che nelle canzoni), ci salutammo con un appuntamento, all’indomani mi avrebbe portato nella più famosa catena di cibo italiano in Asia. Pranzare da Sazyeria fu un esperienza destabilizzante, nel centro di Tokyo stavo mangiando cibo apparentemente italiano, con forchetta e coltello, mentre di sottofondo scorreva una playlist di musica neomelodica. Ciò che provai in quel momento è esattamente quello che cerco di rievocare in “Mangio”. Qualche mese dopo Kazuki accettò il mio invito, lo ospitai qui a Bergamo per fargli assaggiare i Casoncelli Bergamaschi di cui tanto gli parlai, così incredibilmente simili ai Ravioli della sua Terra. Mi piace raccontare in modo sinestetico, trovo efficace e divertente dare alle mie canzoni un gusto o un colore.”

Qual è stato il miglior piatto italiano mangiato in Giappone?
“Sicuramente la carbonara, non ci crederete, ma in Italia ne ho mangiate di peggiori, certo, la pasta era scotta, ma con le uova i giapponesi ci sanno proprio fare.”

Tornando alla musica, si sentono suoni dal sapore esotico, sono stati campionati degli strumenti musicali tradizionali giapponesi per Mangio?  (Shamisen o Koto)
“Sembra, vero? Eppure quella che suona è la Stratocaster di quel fenomeno di Georgieboy, quello lì fa magie.”

Oltre alla dimensione orientale a te molto cara, quali sono le tue influenze?
– Sogni
– Inadeguatezza
– Power Rangers
– Bergamo la notte
– La periferia e chi la vive
– Videogiochi
– Film, libri e Serie tv
– Amore
– Paura di morire
– Vizi
– Shitposts, cursed images, dankest memes

Noi ci godiamo il tuo nuovo lavoro mentre aspettiamo delle novità, che si spera arrivino presto, hai qualcosa da anticiparci?
“Prima vi parlavo del mio paese, del mio bar, sento il dovere morale di testimoniare ciò che vi accade, ecco; ho voluto iniziare dai miei amici di paese, il prossimo pezzo che uscirà è il nostro personalissimo Inno alla Noia.”
(A presto Acaro!)

Alessandra Giordano

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