“La fantasia mi riordina la mente non la logica” RANCORE racconta la nuova Luce che arriva dal suo Eden

Intervista a cura di Luca Bassani / Bassa Fedeltà

Venerdì 7 febbraio 2020, ore 15.00. A Sanremo c’è una luce bellissima. Il cielo è terso e fuori dall’Hotel Des Paris c’è una piccola folla di curiosi che aspetta di vedere i protagonisti della 70esima edizione del Festival di Sanremo.

Nelle orecchie e negli occhi sono rimaste le emozioni di quanto si è visto la sera prima sul palco del Festival: Rancore, La Rappresentante di Lista e Dardust hanno reinterpretato “Luce” e sono stati protagonisti di una delle esibizioni più belle e coinvolgenti dell’intera 70esima edizione. Forse la più bella.

Rancore si presenta puntualissimo, di scuro vestito e con la voglia di raccontare la sua musica con il sorriso sulle labbra. Ne nasce una chiacchierata molto appassionata dove emerge il percorso musicale di un’artista che ha sempre messo al centro il valore della parola e, in qualche occasione, l’ha nobilitato con collaborazioni di livello (Daniele Silvestri e Afterhours, Marracash, Murubutu, Mezzosangue, Claver Gold, Dargen D’Amico…).

Com’è nata la collaborazione con Dardust?
Io e Dario non ci conoscevamo, ci siamo visti in studio e in un paio di sessioni avevamo l’embrione di “Eden”. Siamo partiti dal giro di piano e poi Dario, con il suo sound che mischia classicismo ed elettronica, mi ha dato una produzione che era già molto avanti nel lavoro. Mentre producevamo la base è emerso anche il tema della canzone. Scelto il tema dell’Eden ho iniziato un viaggio nel tempo. Come un detective ho raccolto tutte le mele che trovavo (Isaac Newton, Magritte, Touring, Guglielmo Tell, …) per poi descrivere come ognuno di questi momenti (letterari, artistici, storici o della scienza) abbiano determinato dei grandi cambiamenti nella storia dell’uomo o abbiano portato a una svolta. Da lì questo viaggio nel tempo arriva a oggi, il futuro e il presente combaciano: “Blade Runner” era ambientato nel 2019, in quello che i nostri padri vedevano come il futuro. Siamo di nuovo di fronte a una grande scelta che può cambiare il futuro. Il tema importante della canzone è quello dell’unione e della divisione, anche una mela che si stacca è simbolo di questo: quindi, stare uniti o dividerci? Faremo questa scelta uniti o divisi? Quale parte di noi stiamo perdendo? Quale dovremmo riacquistare per stare un po’ più in pace?

Il “TA-TA-TA” più che uno sparo diventa uno strappo. Infatti, nella canzone dico “Stacca-Mordi-Spacca-Separa”. Per fare un’inquadratura del mondo ho scelto un simbolo importante come quello della mela e anche una storia importante come quella dell’Eden.

Dardust ha detto che la tua canzone ha una forza inaspettata. Come definiresti “Eden”?
“Eden” è un labirinto di concetti e una sorta di codice che apre ad un gioco che spero porti le persone a trovare nuovi stimoli e che, ad ogni ascolto, ne porti di nuovi fino a che la musica non appaia più come una fotografia attaccata al muro ma uno specchio nel quale lo sfondo rimane uguale ma chi si specchia cambia e rende mutevole quel quadro. Questa è la cosa che mi piacerebbe che la musica che faccio riesca a fare. Ogni persona riesca a vedere un lato diverso del prisma cosicché la canzone non duri più solo 3 minuti e 40 ma duri tanto quante le volte in cui tu puoi ascoltarla e scoprire cose nuove.

Perché hai scelto la canzone di Elisa? Cosa ti legava alla canzone?
Volevo portare qualcosa che la mia generazione ricorda. Ricordo bene quando quella canzone passava in radio ed era LA canzone. Questo è il primo motivo. Il secondo motivo è che la canzone ha un beat in 4/4 già nell’originale nel quale il rap si sposa perfettamente, non a caso a 13 anni ci avevo già scritto delle rime, e il testo scritto da Elisa e Zucchero ha uno spessore enorme e dei lati onirici anche un po’ ermetici: mi piace molto e questa cosa danza bene con il mio modo di scrivere. Inoltre, volevo reinterpretare la canzone e spostare il fuoco sulla Luna e sul mare. Insomma, in questo viaggio in mare è la Luna che guida il marinaio. “Ascoltami come il vento tra gli alberi”, citando la canzone originale, non è più il vento tra gli alberi di una foresta ma il vento che fa muovere la barca e mette in tiro le vele. Oltretutto, il ritornello è quello che mi dice la Luna quando le chiedo di raccontarmi il paesaggio che vede da là sopra quando guarda la Terra. Io e la Terra “siamo nella stessa lacrima”, davanti a me vedo il Sole e le stelle. E io chissà cosa sono, sono un Sole o una stella, lei non sa di essere la Luna. “Luce che cade dagli occhi” perché emana luce sulla Terra tramite la luce riflessa e come sarebbe un tramonto dalla Luna?

Nella tua discografia la luce riveste un ruolo importante. In “Sunshine”,che è uno dei tuoi pezzi più conosciuti, parli del bisogno di luce però dici che non serve essere un Sole. Sul palco del Festival di Sanremo con “Luce” invece, hai chiamato in causa la Luna. Metaforaicamente. li associ a due tipi diversi di luce?
La Luna è un po’ come la musica che faccio io. È sempre comparsa di notte, ha sempre “vissuto” anche di una luce riflessa senza per forza essere il sole. A volte, ho avuto il piacere di essere un sole però ho avuto anche il piacere di essere nell’ombra: lo dimostrano il cappuccio, il cappello e altre cose. La Luna respira attraverso le maree ed è sicuramente una bussola  nel cielo. Insomma, nel momento di buio la Luna rappresenta una guida, rappresenta una bussola uguale per tutti se tu la sai leggere e ci sai parlare. Il mio rapporto con la luce, come per tutti noi, è molto profondo. Fondamentalmente, la musica è come se fosse una luce in fondo al tunnel. Serve avere un motivo per fare la musica che si fa, un motivo che vada oltre te stesso. È un po’ quella la mia luce che canto in pezzi come “Sunshine”, che in un certo senso racconto anche nella cover di “Luce” e che racconto anche in altre tantissime canzoni che ho scritto e dove cerco di far capire l’importanza di una cosa così sottile ma anche così grande come la luce che illumina il mondo.

Hai usato in diverse occasioni la parola “generazione”, secondo te la tua generazione (quella dei trentenni) che generazione è artisticamente e socialmente?
Artisticamente è una generazione in cui uno sembra quasi costretto ad essere un artista. Una generazione molto spronata non tanto ad aumentare il proprio livello creativo quanto a sentirsi artista. Oggi, tutti cerchiamo continuamente il riconoscimento degli altri anziché sviluppare la creatività: l’atto creativo dovrebbe essere puro divertimento.

Lo vedo anche nei ragazzi di oggi che mi chiedono un consiglio. C’è molta fretta di far uscire le proprie cose: uno ha registrato solo una canzone e già la fa uscire, magari non è neanche sistemato il mix. A chi mi chiede un consiglio dico sempre: aspetta finché non sei sicuro al 100%, non ci hai perso giornate e visto ogni singolo dettaglio, non la fare uscire perché quella durerà per sempre nella tua vita o almeno quella è la speranza che devi avere.

Secondo me questo nasce da una mancanza di orientamento generale, veniamo dalla rottura della famiglia ad esempio, dai divorzi, dalla caduta delle torri gemelle, dalla crisi del 2009, da tutte le guerre che ci sono state e, successivamente, dall’inizio di un nuovo mondo cambiato dalle novità tecnologiche. Questa tecnologia ha aperto dei vasi di Pandora che non erano stati ancora aperti e quindi tutto è diventato il contrario di tutto. Insomma, il livello di complessità dovrebbe essere molto più alto per questo periodo e invece quello che vedo è che, tendenzialmente, si cerca di abbassarlo il più possibile per far sì che le cose vengano usufruite il più velocemente possibile. Per questo la mia musica cerca di non limitarsi nella complessità e, anche se magari può subirne dei danni per questo, sticazzi… Dare un senso alle cose è quello di cui ho più bisogno adesso.

I tuoi testi sono sempre ricchi di attualità e citazioni. Quali sono i tuoi riferimenti culturali e quanto sono il tuo punto di partenza nella scrittura del testo?
Io non ho fatto l’Università, vengo dal liceo scientifico. Ho sempre amato il mistero che si nasconde dentro le cose. Credo che l’uomo e la donna siano grandi misteri e, nel momento in cui vuoi entrare nell’abisso della realtà, ti svelano tantissime cose. L’importante è avere il coraggio di entrarci. Il più grande studio che ho fatto è questo: avere il coraggio di entrare dentro di me, di entrare dentro le cose. Dimenticarmi di tutto quello che mi hanno insegnato per vederle davvero. Secondo me è lì che si nasconde il mistero. Io vado ad attingere da queste cose piccole e semplici che poi mi svelano tantissimo. Ed ecco che quando vado a vedere un quadro di Magritte, quella mela in quella posizione mi svela tantissimi particolari. È come stargli vicino mentre dipinge. Le citazioni sono un mezzo per farti arrivare qualcosa. Sono tanti mezzi che utilizzo per arrivare a dire una cosa anche semplice. Ho la necessità di creare delle immagini e spesso il modo migliore è prendere immagini che tutti conosciamo per costruire un percorso che poi porti a quello che vuole dire la canzone.

A proposito di complessità nella comprensione dell’arte, si è parlato molto di dover dare un limite all’arte con la polemica su Junior Cally. Qual è il tuo punto di vista?
Sono polemiche strumentalizzate dalla politica che non servono a risolvere i problemi ma ad aumentarli. Ad aumentare quella divisione di cui parlavo prima. Tante cose sono state giudicate in maniera un po’ superficiale e ponendo delle domande e portando a dei quesiti che pensavo superati da un bel po’ di tempo. Tornare ad argomenti che sembravano chiusi da 50 anni sembra una moda che sta dilagando in Italia. Questo porta divisione e un incremento della passività. Facciamo scorrere tutto e diamo la nostra opinione su tutto quando, in realtà, non sappiamo niente.

Al Festival di Sanremo di quest’anno ci sono stati altri 2 rapper. Hai temuto almeno per un secondo il confronto con loro?
Ritengo meritevoli tutte le persone che cercano di portare al Festival il linguaggio nuovo del rap anche se il rap è così ampio che dovremmo essere 200. Credo che il nostro approccio e le nostre storie siano diverse mente l’attitudine non è completamente diversa.

Sono contento, non si può dire che quest’anno il linguaggio del rap non sia stato valutato.

Vengo dal rap underground, dalle gare di freestyle sottoterra, dalle gabbie, dagli insulti in 4/4. Nasco dalla competizione e dallo scontro. Non vengo con quello scopo.

Anastasio dice che è cresciuto ascoltandoti e ha imparato dal tuo rap, non potrebbe mai avere un confronto negativo con te.
Sono molto contento. Anch’io non potrei. Lo dico anche nella canzone: “Andare avanti senza l’ansia di una gara”. E questo non solo con i rapper ma con i tanti altri artisti e amici che ci sono in questo Festival. Non è quello il punto. L’importante è che, alla fine di questo Festival, ci sia un’evoluzione della musica Italiana e che le rotture che ci sono state vengano assorbite dal sistema Sanremese per modificarlo e che i contenuti riescano pian piano a cambiare i contenitori.

Per concludere, in questa intervista hai parlato molto di cambiamento, del “Ta-Ta-Ta “ che è uno strappo verso qualcosa di nuovo e della luce che cambia. Sembra che quello che hai portato in questo ‘giocattolo’ che è Sanremo, in fondo, sia anche un qualcosa che ti porta verso un’altra dimensione. Questo potrebbe essere forse un primo passo verso la nuova produzione. Sei passato dai pezzi in cameretta, alle battle, ai pezzi con Dj Myke e fino alla produzione con Dardust con approccio un po’ nuovo. Dove stai andando?
La collaborazione con Dardust rappresenta sicuramente un nuovo capitolo, un nuovo sound, una nuova attitudine. Un continuo però di studio sulla scrittura che ho iniziato qualche anno fa e che mi porta a creare questa sorta di matrioska dove ogni volta che l’ascolti scopri un’altra cosa. In questa nuova fase di scrittura, il primo fuoco che ho trovato che volevo raccontare è “Eden”. Chi mi segue sa che non ho mai fatto dischi per motivi discografici o Sanremesi. Credo che un disco sia per sempre, o almeno per sempre nella vita di chi lo ha fatto. I dischi cerco di farli sempre pensando al me stesso del futuro e cercando di trattarlo bene nel senso che vorrei che il me stesso del futuro non insultasse il me stesso del passato… c’ho problemi con il tempo (ride). Quindi, navigo a vista e lascio che a guidarmi sia l’ “ispirazione” e la voglia di raccontare, di chiudersi e d scrivere qualcosa fino a che uno è soddisfatto al 100%. Non posso  fare previsioni perché se le facessi comprometterei la stessa musa che poi appena si sente chiamata dice “Oddio questo mi sta troppo addosso, me ne vado”. La lascio tranquilla di comportarsi come vuole.

Quindi lasci che “Il vento tra gli alberi” ti porti…
Sì, mi porti dove mi deve portare. Ovviamente, mantenendo la concentrazione e facendo il possibile affinché la rotta non si perda e il capitano sia sempre al timone. Sveglio.

Per Rancore il Festival di Sanremo di è concluso con l’ingresso nella top ten e, soprattutto, la sua “Eden” ha vinto il Premio Sergio Bardotti per il Miglior Testo di Sanremo 2020. Un riconoscimento che si aggiudica per il secondo anno consecutivo (nel 2019 lo vinse con “Argentovivo” con Daniele Silvestri) e che ha commentato via social dedicandolo al rap Italiano: «Questo premio vorrei dedicarlo al rap italiano. Vi rendete conto che Sanremo ha consegnato il premio come “miglior testo” ad una canzone rap? Se pensate alla complessità di “Eden”, al nome che porto, a come sul palco c’erano solo le mie rime, c’ero solo io, senza sovrastrutture, tutto questo poteva essere fantascienza. Vincere il premio per il miglior testo, in questo Sanremo 2020, mi sembra ancora incredibile».

Foto di Serena Clessi

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