Per Dodicianni adesso c’è la musica prima di tutto: l’intervista

A parlare con lui lo si capisce subito: siamo davanti ad un vero artista. E vero vuol dire sensibile, preparato, umile, attento, innamorato della bellezza e ricco di fiducia nelle persone che formano il suo team: Dodicianni è proprio così. Nato e cresciuto in Veneto, trasferitosi da un po’ in Trentino-Alto Adige, Andrea è da sempre in giro per la sua musica e per le sue esibizioni artistiche: produzioni di brani in America, aperture di tour – tra gli ultimi, quello di Calcutta a Londra e Lucio Corsi a Riva del Garda – e performance d’arte contemporanea provocatorie e impressionanti che lo hanno portato in numerose gallerie e festival italiani ed europei.

Una delle sue performance, No Frame Portrait, nel 2017 al Museion di Bolzano, invitava alcune persone a farsi fare un ritratto senza tela e pennelli, ma con un pianoforte, strumento che fin da piccolo lo ha avvicinato al mondo della musica. I ritratti, ciascuno intitolato con il nome della persona che l’ha ispirato, sono stati poi raccolti in quello che è diventato un album omonimo, solo piano e nessun testo, da ascoltare ogni volta che ci si vuole rasserenare l’anima per un po’.

Il 2020 è l’anno in cui Dodicianni è tornato a scrivere testi sulla musica e dallo scorso 30 ottobre è fuori Discoteche, un ballad romantica, delicata e misteriosa, una di quelle canzoni che ci riporta indietro nel tempo, tra i ricordi di posti e scene che abbiamo vissuto, accompagnati da un’elegante musica in sottofondo. Abbiamo così voluto fare quattro chiacchiere con lui per parlare di tutto questo, ecco cosa ci ha raccontato.

Dietro il nome di Dodicianni si nascondono tantissime cose: cantautore, pianista, compositore, performer, musicista, artista. Come sono nate e come riesci a coltivare ancora insieme tutte queste passioni?
Questa presentazione mi lusinga, la verità è che forse tra tutti questi l’unico che sento davvero mio è “pianista”, ma solo perché è partito un po’ tutto da lì. Mia madre è una cantante lirica e quindi da bambino ho trovato a casa un pianoforte che per me è diventato gioco prima e passione vera poi. A posteriori ancora oggi uso questo approccio, molto ludico e fisico: è stato così anche quando sono entrato in punta di piedi nel mondo delle performance di arte contemporanea, per me era solo un nuovo mezzo per parlare dei temi che mi stavano a cuore. Probabilmente mi potrei appassionare anche alla danza, non fosse che sono un pezzo di legno.

In quale veste sceglieresti di presentarti, invece, a qualcuno che non ti conosce?
La domanda “cosa fai nella vita” è sempre ostica, non so in quale veste mi presenterei. La mia migliore amica dice sempre che sono “un ottimo provocatore”. Devo ancora capire se sia un pregio.

È vero che è passato un po’ di tempo dall’ultimo tuo album, ma è vero anche che in questo lungo periodo, tra musica e arte, non ti sei fermato per niente. Quali sono stati in questi anni gli eventi e le esperienze che ti hanno formato, cambiato, migliorato?
La più importante forse è stato trasferirmi in un posto totalmente lontano da quello che era il mio immaginario fino a poco tempo prima. Da tre anni, infatti, vivo in una piccola casa ai margini del bosco vicino a Bolzano. Certo, è soltanto una base, ma lo svegliarsi in un posto dove nessuno ti conosce e con un panorama molto diverso da quello al quale ero abituato, ha quel che di alienante che ha stimolato qualcosa nel mio lato creativo.

Il 30 ottobre è uscita Discoteche, una ballata romantica e delicata, che gioca sul contrasto tra titolo, contenuto e musica. Descrive perfettamente le situazioni paradossalmente intime che si creano nella folla della pista da ballo, però al primo ascolto non verrebbe da pensare subito ad una discoteca, quanto piuttosto ad una festa, ad un galà, ad un altro evento elegante così. Com’è nata questa canzone e perché hai pensato proprio alle discoteche?
Discoteche in realtà è la proiezione di un ricordo rubato alla mia infanzia, ma è anche una metafora per tutti quei posti in cui ti ritrovi a nascere e fatichi a riconoscerti, per poi scoprire che fanno parte di te e non puoi non amare. Per me è stato così, sono nato in un paesino nella campagna veneta, le discoteche che vedevo erano le feste di paese, momenti che tutti aspettavano con ansia durante l’anno. Il mio obiettivo era riuscire a raccontare un’atmosfera popolata da nebbie, immagini iconiche ma cupe, o almeno così sono rimaste impresse nei miei ricordi.

Anche le bellissime grafiche, come la musica, ci proiettano in un ambiente più caldo e tranquillo rispetto a quello che può essere una discoteca. Com’è avvenuta la scelta dell’artwork? Hai lasciato fare tutto a Theo Soyez e Alex Valentina o hai preferito guidarli tu?
Ho provato innanzitutto a raccontargli il mio mondo, le atmosfere che avevo in mente, ma poi ho lasciato che fossero loro ad interpretarlo. Credo che quando scegli dei creativi che lavoreranno con te e per te, il minimo che tu possa fare è fidarti della loro visione. È un po’ un modus operandi che ho in tutte le fasi della lavorazione, è stato così anche per la parte di produzione musicale. Chi si occupa di fare musica è insicuro per definizione, è importante perciò avere un confronto sincero e obiettivo con professionisti di cui hai stima.

Tra l’altro, il pezzo mi ricorda le incantevoli narrazioni del cantautorato italiano, da Dalla a Cremonini. Ti senti un po’ vicino a questi artisti? Quali altri invece ti ispirano nella scrittura dei testi e nella composizione dei pezzi?
Lucio Dalla credo sia uno dei cantautori italiani che amo di più in assoluto, perciò mi onora sapere che in qualche modo questo pezzo te l’abbia ricordato. A livello di ascolti ho gusti davvero eterogenei, se invece dovessi cercare delle ispirazioni ti direi che per i testi devo essere banale: il mio faro non può che essere Dylan; il suo modo micro descrittivo e narrativo allo stesso tempo sono davvero insuperabili. Per restare in Italia mi sono lasciato ispirare molto da come usa la voce Fabio Concato, per esempio. Più in generale sulla componente musicale invece, amo pensare che sia stata influenzata dall’ascolto massivo di Puccini: il retaggio culturale di vivere in un paese con un patrimonio musicale come l’opera in l’Italia non finirà mai di affascinarmi.

Il brano è stato masterizzato a Chicago, ma non è la prima volta che il tuo nome è collegato con gli Stati Uniti. Cos’è che ti lega all’America?
In questo caso ho scelto di lavorare con Collin Jordan perché avevo sentito dei suoi lavori e mi erano piaciuti molto. Il mastering è un processo veramente delicato, l’ultimo di una lunga catena, perciò ancora più importante e ho cercato qualcuno che non rincorresse a tutti i costi la guerra al “suonare più forte”; per questo lavoro serviva un suono più rotondo e dinamico e alla luce del risultato finale sono molto soddisfatto. Più in generale comunque sì, sono molto legato agli Stati Uniti, ci vado ogni volta che posso. Ho come l’impressione, romantica se vuoi, che lì ci sia una proporzionalità più diretta tra potenzialità e merito a molti livelli.

Come hai violentemente mostrato in una delle tue performance più riuscite, le parole hanno un gran peso e un gran valore: è per questo che dopo No Frame Portrait hai deciso di continuare ad accompagnare con dei testi la tua musica? A proposito, credi che le parole riescano sempre ad arricchire davvero una composizione?
Credo che ci sia contesto e contesto. Sfido chiunque a rimanere impassibile ascoltando i Notturni di Chopin o le Serenate di Dvořák, ma ci sono cose che la musica da sola non può dire. Nei miei testi ci sono spesso immagini più che grandi temi, ho bisogno di parole per raccontare.

Lontani dalle discoteche e in attesa che la situazione per la musica migliori, hai già scelto quale sarà il tuo prossimo passo?
Il prossimo passo sarà continuare a fare musica nonostante tutto. Ho la fortuna di avere accanto persone che ci credono molto e che sanno capire quanto per me sia importante fare musica; farla e basta, senza per forza rincorrere i numeri. C’è tempo per il resto, prima viene la musica.

Marika Falcone

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