La felicità non è uno stato, è un paesino. Intervista a Lucio Leoni

Intervista di Serena Lotti

Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non, di fatto, per uscire dall’inferno diceva Antonin Artaud. Mai come oggi, dopo che abbiamo impastato pizze con farine di kamut, tirato fuori i vecchi racconti alla Asimov scritti e lasciati a metà, fatto yoga e qigong, impiastricciato tele alla ricerca della biomeccanica del movimento nel disperato tentativo di riempire buchi, vuoti, attese, mai come oggi dico che forse quell’inferno non esisteva e che facevate meglio ad ascoltarvi un buon disco. E Lucio Leoni è uscito col suo nuovo disco alla fine del lockdown, ma potrete replicare l’effetto quarantena quando volete visto che avete acquisito esperienza e acquiescenza, stappate una birra, sdraiatevi e mettete DOVE SEI pt.1. 

Questo è il chapter one del doppio disco di inediti prodotto da Lapidarie Incisioni, di uno dei cantautori più interessanti e originali del panorama italiano, Lucio Leoni, la prima già uscita lo scorso 8 Maggio e la seconda dopo l’estate. L’album è stato anticipato dall’uscita del brano e videoclip Mi dai dei soldi, pubblicato a dicembre 2019, che vede la collaborazione con il drammaturgo e attore Andrea Cosentino, vincitore del Premio Speciale Ubu 2018, seguito dal secondo brano estratto, Il fraintendimento di John Cage e dal singolo e video Il sorpasso feat. C.U.B.A Cabbal.

Lucio Leoni è una pecora nera, un ribelle, uno che non vuole essere etichettato. Non è indie, non è pop, non è mainstream. E’ semplicemente Lucio Leoni, uno che ti sbatte in faccia la sua ironia dissacrante e poi si ferma a guardare che effetto ti ha fatto, e nel frattempo ti chiede se sei felice.

Percorre una strada, che non è pop o folk, che non è rap nè cantautorato ma un melting pop di teatro, sperimentazione, sonorità jazzy e rock, miste a tutto quello già citato, e che ha la caratteristica di essere stilisticamente trasversale e così dannatamente coerente e credibile.

Potremmo definirlo un visionario metropolitano, uno di quei poeti cantautori che disegnano mappe di mondi immaginari e te li raccontano attraverso un ideale ponte che parte dalla hip-hop e finisce nell’autenticità rigorosa di un songwriting a volte severo e a volte malinconico.

Non ci sono punti interrogativi nel titolo del disco di Lucio, perchè Dove sei è un dato di fatto e ognuno di noi lo sa per sé, forse. Non è una domanda, tantomeno un imperativo, piuttosto una presa di coscienza nonostante non sia facile né scontato capire dove si è, perché il dove non è uno spazio solo fisico ma anche temporale e anzi, a dirla tutta, forse non è neanche uno spazio. Alcuni passaggi dell’esistenza sono più difficili di altri: uno in particolare nell’arco di una vita, quello che porta alla presa di coscienza dell’essere adulti. L’accettazione di se stessi e il rifiuto, il contatto e la distanza tra “quello che avrei voluto essere” e “quello che sono oggi” a volte spaventa, immobilizza, ma continua a porre domande. Ed è questa la vera urgenza che spinge questo disco: continuare a chiedere, a chiedersi, a cercarsi senza per forza la necessità di trovarsi, almeno non in un dato luogo o in un dato momento.

Un approccio musicale meno sbilenco, più ancorato, ma che si affida più alle improvvisazioni e ai canovacci che alle partiture, che guarda al mondo dello spoken word e delle poetry slam e che ha provato a farsi contaminare dai silenzi proposti da realtà come Son Lux, senza ovviamente mai riuscirci.

Lucio complimenti per il tuo nuovo album. Da Lorem Ipsum si può dire che arriviamo al capitolo finale di un’ideale trilogia, che dopo il Lupo Cattivo si conclude oggi con Dove sei. Un silenzio di quasi tre anni che si rompe con la consapevolezza del qui e ora, di una presa di coscienza lapidaria, difficile ma necessaria. Ci vuoi raccontare come è nato questo nuovo disco e cosa ti ha ispirato?
Ciao! e grazie di cuore. La trilogia in realtà non nasce come tale. Semplicemente mi sono accorto, giunto alla fine di questo ultimo lavoro, che esiste un filo rosso che lega i tre dischi. E’ come se avessi fatto un percorso, legato agli anni in cui li ho elaborati e scritti, che riesco a leggere attraverso l’ascolto. Dopo gli spazi comunicativi (Lorem Ipsum) mi sono perso nel bosco del lupo cattivo (sempre spazio, ma questa volta interiore) e alla fine mi sono ritrovato in un dove non meglio precisato che provo a raccontare in questo disco qui: un tentativo di elaborare il fatidico “passaggio all’età adulta” che ovviamente non cerca risposte, ma pone tantissime altre domande.

Dove sei è saturo di elementi sonori morbidi e corroboranti al tempo stesso. La chiave di lettura è la sperimentazione e l’innovazione sebbene la tradizione cantautorale, l’ironia, l’hip-hop, il rap, l’alt rock, e infine il jazz con i suoi clarinetti e le sue trombe si fondono in un magma sonoro coeso e sincero dove la poesia resta il collante per eccellenza. Ci vuoi dire come sono nate le sonorità di questo album?
Da tanti ascolti che ho fatto e abbiamo fatto insieme ai musicisti con cui ho collaborato. La forza è quella secondo me: condividere mondi sonori e lasciarsi completamente liberi di elaborarli ognuno secondo il proprio gusto e secondo le proprie orecchie. Abbiamo ascoltato molto rap, molto spoken world, molta elettronica e quello che ne è uscito fuori è la nostra rielaborazione personale di questo magma. Da Kate Tempest ai Son Lux, da Murubutu a Jannacci, ci abbiamo messo dentro un po’ tutto a modo nostro.

Nei tuoi brani non si possono non cogliere delle riflessioni sociali e politiche, tanto urgenti quanto difficili da far interiorizzare alle nuove generazioni. Quanto la musica oggi può essere ancora un esempio di controcultura?
Che domanda difficile. La musica non credo possa essere da esempio di qualcosa (se non di musica stessa). Direi che ha il potere di costruire tessuti emotivi sui quali si formano le generazioni; almeno per me è stato così. In quello che dici, in quello che suoni devi sempre ricordarti che hai una responsabilità se qualcuno ti ascolta. Osservare quello che accade intorno a te e darne un’interpretazione critica è la base; rompere le forme per cercare un’evoluzione delle stesse è necessario, ma diventare esempio di qualcosa non saprei, ci devo pensare meglio.

Oggi quanto bisogna rischiare per fare arte?
Il rischio è alla base del fare arte. Se non rischi semplicemente stai facendo altro. Questa cosa non è mai cambiata, non c’è una risposta sull’oggi: bisogna sempre rischiare per fare arte.

Le classifiche italiane del 2019 hanno confermato la vittoria senza riserve di trapper e rapper e la verità che le vecchie leve dell’itpop sembrano un po’ soccombere. Come la vedi tu alla luce della tua esperienza e della tua poetica?
Come immagini sono un po’ lontano da entrambi i mondi. Credo semplicemente per questioni anagrafiche: sono espressioni che dal punto di vista formale mi parlano poco ma posso dirti questo: nella trap e nel rap contemporaneo leggo molta più onestà e verità che non nell’itpop.

Non è affatto un periodo semplice per gli artisti e per tutta la filiera ad essi legata che attendono di sapere quando potranno tornare a partire con i tour. Tu proprio in questo periodo hai pubblicato un album importante. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta coraggiosa, ora?
Ci è sembrato giusto. In fondo oggi i dischi escono su piattaforme digitali (ahimè) non più nei negozi, e quelle sono rimaste aperte. Perché aspettare? Per garantirsi una tournée concomitante? Io non sono uno di quelli che riempie i palazzetti, avrebbe avuto poco senso aspettare. E’ stato ed è un momento complicatissimo e forse per quelli che hanno avuto voglia e pazienza di ascoltare è stato uno spazio di distrazione, di svago: si facciamo anche divertire (io me lo rivendico).

La fase 2 è iniziata. Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro e cosa ti lasci alle spalle della difficile fase 1?
Trovarmi un lavoro prima di tutto, questo è il mio progetto nell’immediato, poi riprendere il corso di modisteria che avevo iniziato prima della pandemia. Mi lascio alle spalle il dolore, anche se rimango preoccupato.

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Serena Lotti

Serena Lotti

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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