La Cina è vicina: intervista a Sean White

Intervista di Stefania Clerici

Zhang Changxiao, in arte Sean White, è scrittore, critico musicale, mediatore culturale fra Italia e Cina, promotore e organizzatore di eventi. Il suo primo libro, Creuza de Mao, nasce dall’incontro con l’Italia nel 2012 ed è dedicato ai cantautori italiani, mentre da poco è uscito anche La Costellazione del Dragone (edizioni Piemme – compra il libro su Amazon).

Abbiamo avuto la fortuna di parlare con Sean dei temi di attualità che stanno investendo le nostre vite,: Ecco la nostra chiacchierata a metri di distanza, ma con un minimo comun denominatore di grande unione: la musica.

ROCKON: Ti abbiamo conosciuto grazie al tuo libro appena uscito “La Costellazione del Dragone” (edizioni Piemme). Arrivato in libreria proprio durante l’emergenza coronavirus, il libro racconta “i segreti” delle Chinatown in Italia. Ce ne sveli almeno tre, senza spoilerare troppo il tuo scritto?
SEAN: Questo libro lo reputo uno dei più divertenti e leggeri che abbia scritto, ma può anche essere molto interessante per gli italiani, andando a spiegare e ribaltare lo sguardo su quegli stereotipi che spesso sono associati ai cinesi. Come i centri di massaggio, i posti dove si può trovare il vero cibo cinese, quell’ “isola” cinese a Milano che è via Paolo Sarpi, perché gli uomini cinesi non hanno la barba, perché le donne, dopo aver partorito, sì isolano in casa per un mese. E anche le storie dei lavoratori cinesi che non vedono mai il sole, e i ragazzi cinesi che invece sognai di diventare il nuovo Vasco Rossi. Di recente un lettore mi h aspetto che grazie al mio libro ha scoperto in sé il desiderio di visitare la Cina e conoscerla davvero, e ne sono rimasto molto contento; proprio questa è stata la mia intenzione nello scrivere ” La Costellazione del Dragone”.

ROCKON: Nella presentazione del tuo libro leggiamo “L’infezione coronavirus si è creata in Cina, ma poteva accadere ovunque e quindi non è giusto affrontarla come un problema cinese. Per la psicosi che si è venuta a “creare” fai riferimento alla canzone di De André Bocca di Rosa: ci spieghi il tuo punto di vista?
SEAN: Il coronavirus è un problema che si è manifestato per primo in Cina ma poteva accadere in qualsiasi altro paese. Si tratta perciò di un problema globale, non solo cinese, e va dunque affrontato in questo senso, in vista del bene comune di tutti noi. L’associazione con la canzone di De André, Bocca di Rosa, mi è venuta in mente in quanto, come in quel brano una donna veniva demonizzata dagli altri attraverso i pettegolezzi che passino di bocca in bocca, così è accaduto anche verso i cinesi con lo scoppio del virus. La paura è un sentimento comprensibile e umano, ma io credo che dietro di esso si nasconda l’incapacità di comprendere i cinesi. Il virus certamente mi spaventa, ma più ancora, sono spaventato dall’alienazione tra i nostri popoli.

ROCKON: Questo non è il tuo primo libro, abbiamo letto che hai pubblicato Creuza de Mao, che ti ha fatto definire il “Marco Polo della musica italiana”. Di cosa parla?
SEAN: Creuza de Mao è stato il mio primo libro, l’ho scritto in cinese e parla dei più grandi cantautori italiani. Un po’ come ha fatto Marco Polo con il Milione, io ho portato ai cinesi la cultura italiana, attraverso le canzoni di musicisti leggendari come De Gregori, Lucio Dalla, Pino Daniele e molti altri. Non ho solo introdotto questi autori, ma ho anche riportato le traduzioni delle loro canzoni e ne ho spiegato il significato, oltre a riportare le mie interviste ad alcuni di loro. È stato un lavoro durato 3 anni, in cui ho viaggiato in Italia dal Nord al Sud, e in cui ho avuto l’onore di incontrare e intervistare un centinaio di musicisti.

ROCKON: Quali sono i temi e gli artisti del cantautorato italiano che trovano connessione e interesse nel mondo cinese?
SEAN: Ad alcuni ascoltatori cinesi piace ascoltare canzoni che riflettono fenomeni politici e sociali, facendo uso della satira. Ad esempio, CCCP e Giorgio Gaber hanno entrambi canzoni che, per i loro contenuti, sono spesso state vietate ai loro tempi. La Cina, oggi, si trova ad affrontare situazioni simili, con la censura che è ancora un problema per gli artisti. Ai cinesi piace anche ascoltare le ballate italiane, con le loro melodie eleganti, come quelle di Roberto Vecchioni e Brunori Sas.

ROCKON: Da mediatore culturale, quali parallelismi vedi tra Cina e Italia? Perchè sono così vicine anche se non sembra?
SEAN: Sia la Cina che l’Italia sono Paesi con una lunga storia e cultura alle spalle. Uno degli aspetti più simili riguarda la famiglia, in entrambe le culture infatti la propria madre ha un ruolo importante nella vita di ognuno. A questo proposito, ricordo la storia di Fabio Carli, un compositore italiano semisconosciuto in patria ma molto apprezzato in Cina. Prima di lasciare la propria città natale, chiese il permesso a suo madre di partire per la Cina, e solo con il suo consenso ha intrapreso quel viaggio. Ogni volta che sento questa storia, mi commuovo. È come se la vita fosse un cerchio e pur camminando in direzioni opposte, italiani e cinesi finiscano con l’incontrarsi.

ROCKON: Un’altra cosa che ci accomuna è che ora da Italiani siamo considerati gli “untori” occidentali del coronavirus e molti Paesi ci vietano l’ingresso. Cosa ne pensi?
SEAN: Secondo i dati di cui disponiamo, il virus si diffonde rapidamente, ma ha un tasso di mortalità piuttosto basso, fortunatamente. Sì tratta comunque di un virus nuovo, che non conosciamo fino in fondo, e per questo motivo nasce la paura. Paura che prima riguardava noi cinesi, ma ora è indirizzata anche agli italiani. Dalla paura, purtroppo, può nascere la discriminazione, e questo può avvenire in qualsiasi Paese, nel momento in cui viene a mancare l’empatia e la conoscenza dell’altro. Come superare questa situazione? Questo è dilemma che da sempre accomuna l’umanità. Ora più che mai dobbiamo lavorare insieme per il bene comune, e abbattere il muro che ci divide!

ROCKON: L’allert coronavirus non riguarda solo viaggi e contatti con l’esero, ma sta pesando molto sul nostro Paese, cambiando le abitudini degli italiani in queste settimane. Il campo artistico/musicale, insieme a quello sportivo, ne ha risentito molto con annullamento di molti concerti, eventi, facendo partire la campagna #iorestoacasa. Come favorire l’aggregazione e la circolazione delle idee quando è vietata l’aggregazione fisica?
SEAN: A causa del coronavirus, sono state annullate le attività di aggregazione; credo che grazie alle nuove tecnologie e ai social potremo comunque comunicare tra noi, ed esprimere i nostri pensieri ed esperienze in questa situazione. Come è avvenuto a Wuhan e un po’ in tutta la Cina, può anche essere un momento in cui stare di più con la propria famiglia e i propri cari. Chi invece sarà solo, potrà pensare meglio al proprio futuro, e sfruttare questo momento per riflettere su se stesso. In Cina c’è un detto, quando Dio chiude una porta, ne aprirà un’altra. Un detto simile in Italia può essere “tutte le strade portano a Roma”. Nonostante le difficoltà in cui ci troviamo, possiamo trovare nell’amore familiare e nei nostri cuori la forza per affrontare questa situazione.

ROCKON: Ci piacerebbe che ci salutassi con il tuo brano preferito e ci spiegassi perchè è la canzone che più ami.
SEAN: La prima canzone italiana che io abbia ascoltato è “Nella mia ora di libertà“, di Fabrizio De Andrè. È una canzone importantissima per me, potrei dire che mi ha cambiato la vita. Quel giorno stavo camminando sulle rive del lago di Lecco, quando all’improvviso ho sentito questa melodia. Sono rimasto subito folgorato dalle emozioni che questa musica ha fatto nascere in me; anche se ancora non ne comprendevo il testo, era qualcosa di magico. Quando poi sono stato in grado di comprendere il significato, ho capito quale sarebbe stata la mia strada futura. Questa canzone mi ha cambiato la vita; come Papa Francesco un giorno, entrando in una Chiesa, da giovane, ha capito che doveva dedicare la sua vita a Dio, anche io sento che in qualche modo il destino mi ha portato dove sono oggi, sulla strada dello scambio culturale tra Italia e Cina, e ne sono immensamente grato.

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