The Great Electronic Swindle: intervista a The Bloody Beetroots

In occasione dell’uscita del concerto all’Home Festival 2017 di Treviso abbiamo intervistato l’italianissima star dell’elettronica mondiale Sir Bob Cornelius Rifo aka The Bloody Beetroots.

Come da lui stesso anticipato il nuovo album “The Great Electronic Swindle” uscirà il prossimo 20 ottobre e verrà presentato in concerto il prossimo venerdì 15 dicembre 2017 a Milano al Fabrique. I biglietti sono in vendita a questo link > http://bit.ly/bloody2017

Fotogallery: Denis Ulliana
Thanks to: Camilla Franceschini e Nicola Lucchetta

È uscito da poco il tuo nuovo singolo “My Name Is Thunder”, che prelude il tuo nuovo album. Vuoi parlarcene?
Il disco uscirà il 20 ottobre. È un disco complesso, lungo, uscirà per una nuova label canadese che si chiama Last Gang Records: abbiamo voluto fare un salto diverso, proprio perché il disco è diverso e si rivolge ad un pubblico diverso. Sicuramente si cerca di mettere insieme il passato, con quello che stiamo facendo adesso ma anche con quello che ci si prospetta per il futuro. Ci sono tantissime tracce; quasi tutte con un ospite. Qualcuno lo posso rivelare: Prayers (un duo di San Diego molto figo), Jay Buchanan di una rock band che si chiama Rival Sons, Perry Farrell dei Jane’s Addiction. Ci sono anche pezzi agli antipodi. Ce n’è uno con Mr Talkbox che è il ragazzo che ha fatto 24K con Bruno Mars e molti molti altri che rivelerò in fare d’opera.

Lo scopriremo solo ascoltando insomma… Tu hai suonato all’ultima edizione dell’Home festival gratuita e ora sei tornato ad esibirti in un festival che comunque è cresciuto. Come ti senti a tornare a distanza di anni?
Sono molto onorato di essere qui per la seconda volta perché credo che l’Home sia uno dei più bei festival che abbiamo in Italia. Penso veramente sia uno dei migliori. Per la line-up, per l’organizzazione, per come hanno distribuito i nomi per l’accessibilità, per quello che c’è tutto attorno, penso si tratti di una struttura incredibile e molto internazionale. Quindi sono felice e contento e non vedo l’ora di suonare e rivedere il pubblico. Sappiamo tutti che i Bloody Beetroots non sono molto “di casa” e l’Home ci sta dando una possibilità incredibile di farci conoscere ai nostri locals ed è una figata pazzesca! Oltretutto prima stavo parlando con mia mamma del fatto che oggi suonerò dopo i Duran Duran ed è una cosa che non capita tutti i giorni!

Tornando ora al singolo che ha anticipato questo disco, com’è andata la collaborazione con Nick Chester dei Jet e com’è nata questa canzone che ricorda molto degli AC/DC elettronici?
È una cosa moto semplice. Io scrivo le canzoni e mi immagino un cantante. Quando ho scritto My Name Is Thunder mi sono immaginato che il cantante perfetto fosse Nick quindi ho fatto due telefonate e il mio manager mi ha detto che vive a Como. Quindi ho preso l’auto e sono andato a trovarlo, ci siamo mangiati una pizza, abbiamo bevuto un po’ dio vino e abbiamo registrato My Name Is Thunder. Molto semplicemente è’ andata esattamente così e il pezzo secondo me spacca il culo; è il pezzo di apertura dei Bloody Beetroots live ed è fighissimo. Siamo alla quarantaduesima posizione delle rock radio americane e sta continuando a salire, quindi speriamo abbia un futuro roseo.

Tu sei un musicista che nella sua musica si è espresso nei più disparati generi musicali, quali sono i gruppi che ti hanno maggiormente influenzato?
C’è un forte core punk per tutto il wild noise che addiziono in tutte le canzoni, ma c’è anche molta musica classica da Debussy a Chopin e anche tanto funk. Diciamo che non mi sono mai fermato a fare un blend di tutti i generi ma ho cercato un minimo comune denominatore nella musica elettronica per trovare la scusa per potermi esprimere in tutti i miei ascolti perché alla fine io sono un grande ascoltatore di musica e mi entra in colori diversi e situazioni diverse e quindi se dovevo esprimere me stesso volevo farlo con un minimo comune denominatore tra tanti generi creando forse quello che è il bello di Bloody Beetroots.

Hai usato la parola punk. Cos’è per te essere punk nel 2017?
Trovo che la parola punk sia scaduta da molto tempo, è diventata una parola ad uso e consumo gratuito che non ha più nessun senso. Per me il punk è stato sempre uno stile di vita nel senso di rompere i le regole e non essere necessariamente legato a queste e spingermi sempre oltre. Alla fine ho sempre fatto quel cazzo che ho voluto da 15 anni a questa parte. Fortunatamente me l’hanno lasciato fare. E quindi questo penso significhi essere punk: fare la mia strada e sbattermene di qualsiasi tipo di regola che sia nel music business o nello stile di vita.

L’anno scorso ho avuto l’occasione di parlare con Max Gazzè e mi ha detto che pur essendo famoso lui apprezza molto suonare nei piccoli locali da sconosciuto. Tu hai comunque avuto finora riconoscibilità tramite la tua maschera; hai mai pensato di metterla da parte o comunque dedicarti ad altro nascondendo la tua provenienza dai Bloody?
Intanto penso che questo progetto debba esprimere ancora tanto; si deve ancora sviluppare in modo unplugged ad esempio, l’abbiamo fatto solo una volta e c’è una grandissima potenzialità di trasformare i Bloody Beetroots in un progetto unplugged, quindi tutto acustico, e soprattutto quando ci saranno i presupposti di farlo vedere in modo diverso. Essendo così vario a livello di generi musicali mi piace tenere la concentrazione su una cosa sola perché se inizio a fare cose diverse potrebbe essere molto dispersivo perché questo progetto richiede molta energia per essere portato avanti perché è come re iniziare da zero ogni due anni, e quindi credo che continuerò finché non avrò esaurito tutto il succo. Poi vedremo cosa fare, e non necessariamente nella musica perché poi la vita magari cambia e forse mi verrà voglia di fare qualcos’altro come ad esempio fotografia, che è una delle mie grandi passioni.

Quali sono gli artisti che in questo momento ti piacciono di più? C’è qualcuno che non hai ancora conosciuto che vorresti sponsorizzare, a parte quelli con cui hai collaborato, ovviamente.
Non parlerei tanto di artisti ma di produttori. Ad esempio, Mark Ronson, per me significa veramente molto a livello di produzione in questa contemporaneità perché sa mettere insieme l’analogico ed il digitale e da ai dettagli una forma incredibile. Dai Queens of the Stone Age a Bruno Mars già qui stiamo parlando di due cose completamente diverse. Dunque per questi motivi lui è per me un grandissimo punto di riferimento. Poi, una grande sorpresa è stato il nuovo album di Calvin Harris; senza farsi troppe paranoie oggettivamente lo trovo un album magnifico. In ogni caso direi che è proprio Mark Ronson la persona a cui mi ispiro maggiormente.

Ti rifaccio una domanda che ti ho già fatto tre anni fa: riprenderai in mano il progetto Church of Noise? Tu mi avevi risposto a suo tempo anticipandomi che qualcuno stava lavorando ad un altro album con un altro gruppo.
Ora i Refused si sono riformati e stanno lavorando al secondo album dopo lo scioglimento. Non so se per me ha senso ricostituire Church of Noise con due album dei Refused già creati. Mi spiego meglio: preferisco d’ora in poi, muovere dei passi in avanti per creare una comunità di persone che ascoltano musica e che non sia legata solamente all’ombra di progetti passati come i Refused o di quello che erano i Church of Noise perché credo fermamente che ci si possa evolvere nel concetto di community e che con il progetto Bloody Beetroots lo si possa fare in modo diverso.

Clicca qui per vedere le foto di The Bloody Beetroots a Treviso (o sfoglia la gallery qui sotto).

The BLOODY BEETROOTS

UNICA DATA ITALIANA!
Venerdì 15 Dicembre 2017 – MILANO
Fabrique – via Gaudenzio Fantoli, 9
Biglietti in vendita a questo link > http://bit.ly/bloody2017

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