Intervista a Shirley Manson (Garbage): “Più si invecchia, più si diventa punk rock!”

Essere Shirley Manson: il rigetto per l’industria musicale, la paura di una possibile vittoria di Donald Trump, il mestiere di artista come missione, la perdita della madre come momento di passaggio alla vita adulta.

In occasione del secondo concerto invernale dei Garbage in Italia, tenutosi lo scorso 3 novembre al Gran Teatro Geox di Padova – guarda le foto della serata, abbiamo potuto scambiare quattro chiacchiere con Shirley Manson, accomodati nella luminosità del suo camerino allestito con candide tende, un comodo divano foderato di ciniglia bianca, candele chiare profumate di vaniglia e cuscini neri a contrasto. Un po’ come lei, così positiva e sorridente nell’accogliermi nella stanza, bellissima con i suoi capelli rosa shocking, ma contrastante nell’essere avvolta da una felpa oversize nera, come nere sono le sensazioni che porta dentro di sé, quel nero da cui emergono pensieri, melodie e testi estremamente introspettivi, emozionali, taglienti.

Shirley Manson è un’artista che detesta restare in superficie, vuole andare a fondo nelle questioni, entrare in contatto diretto con le persone.  Con lei abbiamo affrontato vari argomenti, dai cambiamenti che hanno investito l’industria musicale, e la società intera, rispetto agli anni Novanta, agli episodi privati che hanno portato alla realizzazione di un album, “Strange Little Birds”, così intimo e profondo (la morte della madre in particolare). Dal mestiere di musicista vissuto oggi come una vera e propria missione, alla paura della anche solo minima possibilità che un essere così spregevole come Donald Trump possa vincere le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Questo è quanto è emerso nei 30 minuti passati con Shirley Manson:

Com’è andato il concerto di ieri sera a Firenze?
Fantastico, che città incredibile! Non ci eravamo mai stati prima e sognavo di visitarla sin da piccola, quindi è stato davvero speciale e siamo sempre sorpresi di come la gente riesca ad infuocare i nostri concerti. Di solito ci aspettiamo di uscire sul palco e vedere la location vuota, e quando davanti a noi appaiono invece così tante persone rimaniamo elettrizzati.

Com’è cambiata l’industria musicale dagli anni Novanta a oggi? Vi manca qualcosa del passato o, al contrario, ci sono aspetti del modo di fare musica oggi che preferite?
Questa è un’ottima domanda, molto importante. Il mondo è cambiato così tanto dagli anni Novanta. Dall’11 settembre, in particolare, la vita della parte occidentale del mondo è cambiata così tanto in peggio. Siamo tutti molto più tesi, molto più preoccupati, il terrorismo sembra aver preso il ruolo principale nelle nostre vite. Mi manca l’innocenza degli anni Novanta? Sì, assolutamente sì. Erano tempi così belli, c’era una certa pace, e mi mancano.

L’industria musicale…non me ne può fregare di meno! L’industria musicale che circonda i musicisti è sfruttatrice e ripugnante. Le persone che fanno soldi grazie ai musicisti fanno le stesse cose che facevano negli anni Novanta, Ottanta, Settanta e prima. Continueranno a sfruttare i musicisti per sempre, senza mai fermarsi. L’industria musicale non ha né la mia compassione, né il mio supporto, sento che non è mai cambiata.

Mentre è cambiato il mondo in cui assimiliamo la musica, come lo facciamo io e te, quello sì che è cambiato, e ha avuto un impatto enorme sulla capacità di noi musicisti professionisti di condurre una vita decente. Noi siamo fortunati, siamo emersi negli anni Novanta, abbiamo potuto godere di un successo fenomenale, quando la gente acquistava i dischi. Oggi le persone non li comprano più, quindi i musicisti non possono vivere facendo ciò che più amano e questo mi spezza il cuore. Penso sia immorale rubare la musica ai musicisti ma, allo stesso tempo, capisco che c’è un’intera generazione che è cresciuta credendo che la musica debba essere gratuita, senza considerarla una proprietà intellettuale o un qualcosa di valore, e questo mi fa stare davvero male.

In qualche modo hai anticipato la mia prossima domanda. Vi siete mai sentiti manipolati o sfruttati dall’industria musicale? Ok, siete stati fortunati perché avete vissuto gli anni Novanta, ma credo sia difficile anche per voi oggi, nonostante siate una delle rock band più importanti al mondo.
Magari lo fossimo! (sorride, n.d.r.) Siamo stati sfruttati dall’industria musicale, abbiamo fatto fare così tanti soldi a così tante persone. C’è stata una particolare circostanza, ad esempio, in cui il nostro contratto di edizione specificava che eravamo tenuti a ricevere una certa somma in anticipo – stavamo lavorando al nostro quarto album (“Bleed Like Me”, n.d.r.) – ma i tempi si erano prolungati. Il nostro accordo prevedeva che il produttore ci dovesse una somma di denaro considerevole, ma ci è stato risposto “No, non vi daremo quei soldi. Sappiamo che è nel contratto, ma non ve li daremo”. Non c’era nulla che potessimo fare legalmente, c’è stata una completa violazione del contratto ma non eravamo protetti in nessun modo. L’ho trovato un abuso vergognoso delle leggi contrattuali, ma non c’era nessuno lì attorno a noi a combattere per difendere i musicisti e abbiamo potuto solamente mettercela via.

Recentemente, abbiamo suonato in un altro Paese e abbiamo fatto un lavoro incredibile; siamo tornati a casa e non ci è stato pagato il 50% della nostra quota. Il promoter aveva semplicemente deciso che non ci avrebbe pagato metà del dovuto e non c’è stato nulla che potessimo fare. Ed è così che continua ad andare avanti, la stessa storia si ripete ancora, ancora e ancora.

Ma ehi, noi siamo fortunati! (ride, n.d.r.)

Ok, ma così viene meno il rispetto.
Sì, credo che la gente non capisca. Non credo che la gente voglia essere cattiva nei confronti dei musicisti, niente di così stupido. Ma vedono le varie Beyoncé, Lady Gaga, Rihanna, e credono che tutti siano come loro: ma le cose non vanno così per tutti!

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“Strange Little Birds” dà l’impressione che vi siate totalmente convertiti alla filosofia del “Faccio le cose come voglio!”, vi siete presi il vostro spazio, i vostri tempi. Ad esempio, ci sono canzoni come “Amends” o “So We Can Stay Alive” che durano più di 6 minuti, fuori dagli standard pop-rock. Vi sentite più liberi?
Sì, decisamente. Una delle cose più emozionanti, che non sempre vengono dette, è che a mano a mano che si invecchia, si diventa sempre più punk rock! E succede a tutti! Credo ci sia una piccolissima minoranza di persone che cede e si lascia andare, ma la maggior parte delle persone che conosco diventa sempre più punk rock e se ne fotte sempre di più.

Abbiamo realizzato che viviamo in un momento culturale in cui le opere più belle non necessariamente vengono riconosciute come tali. Le persone più ammirevoli non vengono messe sulle copertine dei giornali. Noi, come Garbage, lo abbiamo compreso e abbiamo realizzato che non possiamo più preoccuparci di cosa interessa ai mass media, al circuito mainstream, perché siamo in totale disaccordo con loro per la maggior parte delle volte. Quindi, per avere una vita sana, salutare, interessante e curiosa, dobbiamo disegnare da soli le nostre regole personali, dobbiamo dimenticare la cultura mainstream. E dobbiamo accettare che potremmo imbatterci in una certa resistenza, perché quando ti ribelli contro un sistema sarai respinto dal sistema stesso, è così che funziona. I nostri pezzi devono rispecchiare questo, perchè per noi una buona vita deve essere dignitosa. Non possiamo fare nostre abitudini che consideriamo sbagliate, pratiche tristi che vengono impartite in particolare ai più giovani, ma anche a tutti noi. E anche tu devi fare lo stesso!

Mi trovi completamente d’accordo con te infatti.
Sì, penso che la maggior parte della gente ora stia iniziando a pensarla come noi. Siamo tutti così nauseati e dobbiamo insegnare anche ai più giovani che dovremmo alzare lo sguardo da queste orribili strutture enormi che sono state costruite, completamente superficiali e narcisistiche.

Avete dato vita a un album molto intimo, probabilmente è l’album più introspettivo che abbiate mai prodotto. Qual è stato il fattore scatenante che vi ha portati verso questo risultato? E’ successo qualcosa, forse anche nella vostra vita privata, che vi ha portati verso questa dimensione così intima?
Credo che sia stata una combinazione di eventi. Ho perso mia madre, e quando sei particolarmente affezionata a tua madre – se hai avuto una buona mamma – è una perdita così sconvolgente nella tua vita, una perdita da cui probabilmente non ti riprenderai mai più. Ho perso mia madre e ho realizzato che avrei dovuto crescere davvero! Mi sono detta “Wow, il mio angelo custode non è più qui!”, non ho più nessuna protezione, nessuna guida, ci sono solo io. Mi sono sentita così determinata a vivere come un’adulta, ho fatto uno sforzo consapevole per diventare responsabile per me stessa nel mondo e questo ha cambiato il modo in cui volevo fare musica, ciò che volevo dire e come volevo dirlo.

Ovviamente, ancora una volta, è anche una questione culturale. Volevo solo ribellarmi contro tutto quello che mi era stato venduto come realtà assoluta ma che, dentro di me, sapevo non lo fosse. Ho realizzato che volevo essere il bambino che ha fatto emergere la verità in “The Emperor’s New Clothes” (“I Vestiti Nuovi dell’Imperatore”, la fiaba di H.C. Andersen, n.d.r.), che volevo vivere la mia vita onestamente.

Chi sono gli “Strange Little Birds”?
Tutti noi, ogni singola persona. Siamo tutti reciprocamente così sconosciuti, anche quando condividiamo lo stesso colore della pelle, le stesse convinzioni politiche, lo stesso credo religioso, siamo tutti sconosciuti tra noi. La sfida di essere un essere umano nel mondo è provare a capire chi sia lo sconosciuto, che cosa ti possa insegnare e come ti possa migliorare la vita.

Possiamo tutti insegnarci reciprocamente così tante cose e respingerci, tenerci distanti, è una cosa così stupida da fare, senza renderci conto che siamo tutti uguali, che vogliamo tutti le stesse cose! Tutti vogliamo essere felici, tutti vogliamo trovare l’amore, tutti vogliamo nutrire i nostri figli e avere un tetto sulla testa, senza il continuo pensiero di dover pagare il cibo e l’affitto. Credo sia così basilare, significa che tutti nel mondo sono come me. Mi piacerebbe che tutti riuscissimo a diventare un po’ più gentili con il prossimo.

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Si tratta di andare un po’ più in profondità…
Esatto, capisco che quando abbiamo paura innalziamo delle recinzioni. Ma più ci chiudiamo dentro le nostre recinzioni, e più chiudiamo gli altri fuori, più creiamo discordia, e la discordia è dannosa per tutti noi.

Mi trovo nuovamente d’accordo con te.
(ride, n.d.r.) Iniziamo una rivoluzione da qui, oggi stesso!

Ci provo ogni giorno ad iniziare una rivoluzione, partendo dal mio piccolo.
Brava ragazza, questo è quello che ci vuole! Ti ruberò questo concetto!

Fallo pure senza problemi, ti prego.
Sai, con questa filosofia potrai avere una vita davvero positiva. Abbiamo bisogno di affermazioni così coraggiose e potenti per migliorare!

Qual è la canzone che preferisci del vostro ultimo album e qual è, invece, tra tutte le vostre canzoni, quella che preferisci esprimere live sul palco?
Credo di non avere delle canzoni che siano davvero le mie preferite, perchè ogni canzone prima o poi diventa parte integrante di noi. Però, quando ho scritto il testo di “Amends”, dopo la musica prodotta dagli altri membri del gruppo, ho sentito come se avessi tossito fuori qualcosa di cui dovevo liberarmi. Mi sono sentita sollevata e quindi la adoro, ne vado fiera. Ogni volta che la ascolto mi dico “Oh, mi calza a pennello!”.

Tra tutte le canzoni del nostro repertorio, la più significativa per me personalmente è “Milk”, perchè è stata la prima volta in cui ho scritto allo stesso tempo sia la melodia che le parole. Non l’avevo mai fatto prima e inciderla in un disco, sentirla suonare, vederla su un pezzo di vinile, è meraviglioso!

C’è qualche differenza tra i palchi americani e quelli europei? Non tanto nel modo in cui vi esibite, quanto per le sensazioni che vi vengono trasmesse dal pubblico davanti a voi.
No, non direi. Ne parlavamo proprio prima nel camerino dei ragazzi, di quanto siamo privilegiati come musicisti a poter avere una visione e conoscenza del mondo che nessun altro ha. Le persone vengono ad ascoltare i musicisti con il cuore aperto e, tornando a quanto abbiamo detto prima, ti accorgi di come tutti siamo davvero uguali tra noi. Si connettono con la tua musica, sentono qualcosa quando stai suonando, può essere gioia, tristezza, sollievo, conforto. Quando guardi il pubblico lo vedi, ti accorgi che ogni persona risponde in maniera diversa, ma la ragione per cui sono lì davanti a te è la stessa per tutti, e questo è davvero bello e confortante.

La nostra visione del pubblico come musicisti è generosa perchè il pubblico stesso è generoso con noi, non ci preoccupiamo delle differenze che lo caratterizzano.

Per cosa ti senti grata oggi e, al contrario, che cosa ti fa sentire arrabbiata, qual è quella cosa per cui vorresti urlare “Fanculo!” a voce altissima?
Mi sento grata di essere viva e in salute. Di essere una musicista, di portare conforto alle persone. Invecchiando mi rendo sempre più conto di essere al servizio delle persone. All’inizio ero al servizio del mio ego ma in realtà è abbastanza ingiusto perché mi sentivo così insicura, il mio ego non era neppure del tutto formato, volevo solo essere ascoltata, volevo vantarmi e catturare l’attenzione.

Non mi rendevo conto di quale fosse la vera forza trainante dell’essere una band e oggi, dopo 21 anni di carriera, mi sento così interessata e presa dall’essere un’artista, dall’essere creativa e dall’essere al servizio delle altre persone. Ho realizzato che è un dono che abbiamo, possiamo scrivere una canzone che faccia star bene la gente! Le persone possono venire ai nostri concerti e poi tornare a casa sentendosi meglio, e questo è fottutamente fantastico!

Quindi è come se fosse diventata la tua missione.
Sì, è diventata la mia missione. E sai, ho perso mia madre, mia sorella ha avuto due bambini…io non ne ho, ma io e mia sorella siamo così legate che quando sono nati ho sentito che qualcosa era cambiato per me, che sono diventata un angelo custode, un’eroina io stessa. Mia madre lo era stata per me e mi sono detta “Ok, ora devo esserlo io!”, volevo iniziare a lottare per le altre persone che non sono fortunate come me, per i disabili, per chi non riesce ad articolare il linguaggio, ad esprimersi. Io sono in grado di esprimere me stessa, ma non tutti hanno la fortuna di poterlo fare e vorrei poter dire loro “Ehi tranquillo, non preoccuparti, lo farò io per te!” (ride, n.d.r.), “Mi batterò io per te!”.

Ero sicura che fossi una persona del genere e sono così felice di averne avuto la prova!
Oh, sei così carina! (ride, n.d.r)

Quale consiglio daresti a chi vuole iniziare a fare musica indipendente oggi?
Sai, è difficile perché sento che il mio consiglio non sarebbe migliore di quello di altri, perché le mie esperienze sono così diverse da quelle degli altri così come le loro sono totalmente diverse dalle mie. L’unica cosa che mi sentirei di dire ai giovani musicisti è che se vi sentite bruciare, allora fatelo. Se non sentite la fiamma che brucia dentro di voi, non dovete farlo, perché significa che non siete tagliati per questo mestiere. Distruggerà temporaneamente la vostra felicità! Ma se vi sentite bruciare all’idea di farlo, allora fatelo e basta e continuate così! E’ difficile per tutti, uomini, donne; qualsiasi sia il genere a cui si sente di appartenere, sarà una sfida difficile, e la sfida sarà il continuare a farlo quando non farai soldi, quando tutti ti diranno che non sei bravo abbastanza. Ma se ti senti bruciare, fallo, perché prima o poi ce la farai.

Quello che direi ai più giovani è di costruire un mattone, di non partire pensando di dover costruire un fottuto muro, un castello. Costruisci il mattone, continua a costruire mattoni e un giorno ti volterai e dirai “Porca puttana! Ho costruito un dannato castello enorme!”, o il mio grande muro. Devi solo continuare a scavare anche se è dura, davvero dura.

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E se foste voi ad iniziare oggi? Come immagineresti che andrebbero le cose?
Non credo che potrei nemmeno provare ad iniziare una carriera oggi. Non sono una figlia dello showbiz, non ho frequentato le scuole di teatro, non ballo, non canto come le cosiddette “great singers” come Mariah Carey, Christina Aguilera, non so cantare così. E mi sembra che oggi tutte le possibilità ruotino attorno ai prodotti dello showbiz, così fisicamente belli da vedere, con doti canore eccezionali, sono ballerini incredibili e producono materiale che rende gioiose le persone, che le fa ballare. Ma non c’è nulla di provocatorio, nulla di dark, non c’è il concetto di quanto le cose siano difficili.
Io sono il loro opposto, sono la tipa strana che se ne sta in un angolo: “Sì so che in questo momento vi sentite tutti alla grande ma ci sono dei tipi strani che stanno entrando dalla porta sul retro e non state prestando loro attenzione!”. Insomma, a me piace dare l’allarme e questo non sembra andare molto di moda oggi.

Molti di questi artisti li ho conosciuti, sono grandiosi, ma a nessuno sembra importare di andare più a fondo, e mi rendo conto che se non sei una giovane Rihanna, una giovane Beyoncé, nessuno si interessa a te, e questo mi rattrista molto. Anche se in verità sento che le cose, forse a partire dagli ultimi 5 anni, stanno un po’ cambiando, improvvisamente sembra esserci di nuovo una sorta di curiosità per il “dark”. Anzi no, questa è una parola un po’ stupida: direi per una visione più realistica del mondo.

Come gestisci il rapporto con i fan? I social media ti aiutano in questo senso, li trovi strumenti positivi o negativi? Magari ti fanno sentire soffocata dal fatto che i fan possono sovraccaricarti di messaggi, commenti, domande.
Li accetto per ciò che sono, sono strumenti e basta. Non devo utilizzarli per forza, quando voglio posso lasciarli sul tavolo. Trovo che i social media possano essere frustranti ma allo stesso tempo illuminanti, interessanti, emozionanti, provocatori; nei vari thread ho imparato così tanto da alcune persone, chiunque esse fossero, magari nemmeno nostri fan. E sono anche stata trollata da alcuni, ma il bello è che posso fottermene perché non li conosco, non li ho mai incontrati, posso fregarmene delle loro opinioni!

In generale, quindi, penso che i social media possano essere interessanti, di sicuro hanno cambiato la cultura e il ruolo dei musicisti. Non avranno più quell’alone di mistero affascinante che li caratterizzava negli anni Sessanta e Settanta, ma alla fine chi se ne frega del fascino, io personalmente voglio solo vivere una vita onesta, vivere il qui, adesso. Non mi importa se qualcuno mi sta osservando e pensa che io sia o meno interessante, o misteriosa. (ride, n.d.r.) Non voglio essere misteriosa, voglio solo essere normale! Voglio entrare in contatto con le persone, non voglio che mi tengano distante, che mi rimuovano. Credo che ad alcune persone famose la distanza piaccia, la considerano una sorta di potere; è un’idea vecchia, collegata al concetto di superiorità, di monarchia, del sentirsi diversi dagli altri. Mentre io sono sempre dell’idea di essere esattamente come tutti gli altri, io faccio semplicemente musica!

Ultima domanda scottante.
Uh, amo le domande scottanti!

Sei preoccupata, spaventata, dal possibile risultato delle elezioni presidenziali?
Oh sì, certo che lo sono. In particolare per una donna, per le persone di colore in tutto il mondo, per tutti quelli che sono nel mirino di Donald Trump: siamo tutti in pericolo. È una persona che nasconde mille insidie, e non parlo strettamente di politica. Rispetto le persone che hanno idee politiche completamente diverse dalle mie e sono convinta che in realtà nessuna fazione politica abbia la risposta corretta, nessuno sa davvero quale sia il modo corretto per gestire le nostre vite, per concentrare gli sforzi nel progresso della nostra cultura, della nostra civiltà. Ma in questo preciso caso, Donald Trump è una persona odiosa, disonorevole per chiunque, eccezione fatta per gli uomini d’affari bianchi.

È così pericoloso perché non credo sia nemmeno in grado di comprendere chi lui stesso sia! Durante i comizi dice “Non c’è nessuno che rispetta le donne più di me”, e lo dice il giorno dopo che sono emersi episodi in cui ha completamente mancato di rispetto a delle donne insinuando che poteva toccarle ovunque avesse voluto, quando avesse voluto, solo perché era famoso. Una persona che rispetta le donne non direbbe mai per nessuna ragione al mondo una cosa simile! Dice che rispetta le persone di colore, i messicani, gli immigrati, i musulmani, mentre sa benissimo di essere stato ripugnante nei loro confronti attraverso le cose che gli sono uscite dalla bocca in passato!

Secondo me, chi vota per una persona del genere lo fa perché non ascolta, perché sceglie di non sentire ciò che dice. Certo, anche Hillary non è perfetta, può avere le mani sporche come d’altronde ogni singolo politico nel mondo, perché è impossibile diventare un politico senza sporcarsi le mani. Non è una santa, ma non è una persona così carica di odio.

(Mentre parliamo delle elezioni presidenziali, entra in camerino il tour manager della band, Shirley lo guarda, ride e dice: “Ehi, stiamo parlando delle elezioni, abbiamo parlato di questo per tutta l’intervista!”)

Qui in Italia arrivano notizie contrastanti, ovviamente filtrate, e ultimamente alcuni media dicevano che Trump avrebbe addirittura potuto avere qualche possibilità concreta di vincere! E ciò che mi chiedevo è “Wow, come potrebbe essere davvero possibile? Perché gli americani dovrebbero votare per una persona del genere?”. Ok, qui in Italia abbiamo tanti casini con la politica, saranno ormai 6 o 7 anni che continuiamo ad essere governati da gente che non abbiamo nemmeno potuto scegliere, ma continuo a pensare anche a voi americani e a chiedermi come diavolo potrebbe essere possibile!
È la stessa cosa che mi chiedo anch’io ogni singolo giorno! E sfortunatamente credo che la risposta sia davvero complicata, non si esaurisce nelle questioni geografiche o nel sistema scolastico ancora così povero, nonostante sia un vero problema il fatto che il potere dell’educazione stia scomparendo, perché quando non educhi le persone queste diventano facilmente manipolabili. Credo che in America la gente sia carica di frustrazioni, molti non hanno lavoro, sono in difficoltà, sono arrabbiati, non si sentono ascoltati.

Sul New York Times questa mattina c’era un fantastico articolo sul fatto che una buona fetta di popolazione bianca americana in questo momento storico si senta in panico e spaventata dall’idea che il “potere dei bianchi” stia scemando, che la dominazione bianca stia pietosamente scomparendo inghiottita dal melting pot cosmopolita che caratterizza l’America. Io invece lo trovo meraviglioso, ma capisco che alcuni siano spaventati. È davvero complicato.

Bene, abbiamo terminato. (Mi rivolgo al tour manager): “Ventisette minuti, poco più che venti, siamo state brave no?!”
Abbiamo fatto un ottimo lavoro! (ride, n.d.r.)

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