Intervista ai Mombao: i concerti virtuali, i videogiochi e il mondo là fuori

di Thanks For Choosing

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i Mombao, duo milanese synth + batteria che è diventato ormai un piccolo cult della scena underground: prendono canti e melodie popolari di diversa provenienza e li reinterpretano in chiave elettronica. I loro live, che mancano più di qualsiasi altra cosa, sono un micromondo in cui si vive un’esperienza circolare con colori e argilla. Durante la quarantena i due, lontani, si sono ritrovati all’interno della comunità di Rust, un videogioco online, e hanno fatto di tutto per organizzare un concerto.

Hanno realizzato un piccolo documentario a riguardo e ne abbiamo parlato con loro

Ciao ragazzi. Cominciamo dalle basi. Chi sono i Mombao e cosa vogliono?
I Mombao sono un duo composto da Damon Arabsolgar e Anselmo Luisi, uno canta e spippola i sintetizzatori, l’altro fa pim pum pam e canta pure lui.
Suoniamo al centro dello spazio, mezzi nudi e coperti di argilla.
Cerchiamo di creare una musica che trascende le epoche e le culture, sintetizzandone gli elementi più archetipici e performando un rituale moderno.
Se la ritualità tribalistica permetteva alla persona di sfogare la sua individualità, troppo compressa dai legami della comunità, e il concerto rock era espressione dell’individuo come catalizzatore catartico della comunità di monadi adoranti, un rito Mombao è offrire la possibilità per gli individui di riformare comunità, anche temporanee, tribù basate sulla scelta personale e libera di riaggregarsi e perdere la propria identità in un rito orizzontale, centripeto, in cui i due musicisti, suonando canzoni del patrimonio popolare collettivo, “nascondono” la propria persona dietro alla maschera e accompagnano il pubblico a perdersi in un abbraccio collettivo.

Da dove arriva l’idea di portare la vostra musica su Rust? Lo rifarete?
E’ iniziato tutto per gioco, appunto. Anselmo aveva iniziato a giocare con altri amici a questo videogame in modalità survival estremamente ansiogeno ma coinvolgente in maniera totalizzante allo stesso tempo (tutti abbiamo fatto sogni su Rust per almeno due settimane..). E’ un gioco in cui ti svegli su un’isola completamente nudo con una pietra in mano; devi immediatamente raccogliere risorse per costruire una base in cui vivere, devi costruirti armi per cacciare gli animali e difenderti dagli altri giocatori, devi recuperare cibo e acqua potabile per non morire. A quel punto anche Damon e Isacco Zanon (il manager /motivatore /deus ex machina dei Mombao) si sono convinti ad acquistare il videogame: quando Damon poi ha visto che era possibile acquistare un’espansione in cui poter costruire strumenti musicali, lì ci ha colpito l’idea. Se non possiamo trovarci di persona per fare della musica dal vivo per un pubblico in carne e ossa, perché non fare un concerto in una realtà virtuale e ritrovarci tutti assieme in uno stesso luogo con degli avatar?
Non sappiamo ancora se lo rifaremo; abbiamo contattato gli sviluppatori del videogame per proporre altri concerti o eventualmente un festival musicale virtuale chiedendo del supporto tecnico, per ora stiamo aspettando la risposta.

A quali problemi tecnici siete andati incontro? Cosa vi ha spinto a non mollare?
Beh, il gioco non è fatto per suonare musica in sync fra giocatori, problema che stanno riscontrando pressoché tutti quando si parla di streaming e band separate da confini regionali invalicabili.
La conseguenza diretta è che c’è latenza fra quando schiaccio il tasto a quando sento il suono, fra quando l’altro compagno sente il suono, schiaccia il tasto, e produce un suono che a mia volta sento in ritardo, insomma è una lasagna di latenze! Per riuscire a superare il problema abbiamo scritto le parti midi, le quali passavano attraverso un programma che “finge” che le parti siano suonate da uno strumento esterno “illudendo” il programma che ci fosse una tastiera e una batteria elettronica collegate al computer e, sincronizzandoci via Discord con un orologio online esterno facevamo partire le sequenze in modo che, all’incirca, suonassero a tempo. Ovviamente non succede così, le parti si incagliano mentre vengono riprodotte creando un effetto che, sul lungo termine, ci sta pure piacendo, una sorta di swing fuori tempo che ogni tanto cade sul battere! Credo che se avessimo saputo di tutte queste difficoltà all’inizio, come diciamo nel documentario, ci saremmo dedicati ad imparare il cinese. Purtroppo o per fortuna per riuscire a scoprire queste difficoltà bisognava avere gli strumenti in mano, per avere gli strumenti bisognava avere un tavolo da lavoro, per fare un tavolo ci vuole legna metallo e una fornace, per fare una fornace ci vuole pietra etc etc etc…

Cosa sarebbe successo ai Mombao se non ci fosse stata la quarantena?
Un po’ come tutti, anche noi abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa. Diciamo che avremmo avuto un’agenda bella piena: a fine Marzo saremmo dovuti partire per un tour in India e Nepal, organizzato da Marta del Grandi dell’agenzia We all should play con il sostegno economico di SIAE – Italia Music Export. Poi avremmo dovuto suonare in diversi festival in nord Italia e avremmo dovuto rilasciare due singoli con video per promuovere il tour estivo. Per il momento alcuni festival sono stati riprogrammati per l’autunno, il tour in India e Nepal sarà posticipato probabilmente e così anche la pubblicazione dei singoli.

Quali sono le vostre influenze musicali?
Sono molto varie: Anselmo viene da una formazione jazz, Damon dal mondo dell’indie rock, ci siamo un po’ trovati nel mezzo. Sono stati fonte di ispirazione per noi i Wildbirds and Peacedrums, duo di voce e batteria, così come Alfio Antico per quanto riguarda la riattualizzazione di canti popolari. Ultimamente la nostra ricerca si sta focalizzando proprio in questa direzione: prendiamo musiche popolari da parti diverse del mondo per stravolgerle e riarrangiarle per voci, synth e batteria, decontestualizzandole e rendendole in qualche modo più contemporanee. Suonare a Tangeri due anni fa con la comunità gnawa – musica sufi tradizionale marocchina – è stata per noi un’esperienza fondamentale; ora continuiamo la nostra esplorazione “rubando” dei canti bielorussi, dei canti Yoruba- nigeriani, dei canti siciliani, dei canti tatari dei turchi di Crimea..

Un’influenza che è stata molto importante per noi, anche se si tratta di teatro, è quella della compagnia Teatro Valdoca, fondata dal regista Cesare Ronconi e dalla poetessa Mariangela Gualtieri. Abbiamo partecipato ad alcuni seminari formativi con loro e abbiamo prodotto le musiche per il documentario Gli Indocili di Ana Shametaj, presentato al Trieste, Locarno, Asolo e Montreal Film Festival, riguardante la messa in scena di uno degli ultimi spettacoli della compagnia.
Da loro abbiamo preso alcuni canti popolari e l’idea di suonare con il corpo dipinto e coperto di argilla, che è stato un passo importante per pensare al concerto non come una mera esecuzione di musica ma come una vera performance e ad un’esperienza ipnotica, mistica.

C’è qualcosa che proprio non potremmo immaginare?
A volte, alla fine dei concerti ci accorgiamo che non c’è la doccia, ci sono dei punti della schiena irraggiungibili, l’argilla ispessisce piacevolmente i capelli, alla fine dei tour abbiamo la pelle splendida e senza brufoli, i sintetizzatori non sono fatti per subire tutto quel fango fra i circuiti.

E adesso, che succede?
Siamo tutti un po’ appesi all’incertezza, ma nonostante questo stiamo pensando a possibili direzioni da prendere nel prossimo periodo. Dopotutto le crisi sono occasioni per rimettersi in discussione e ripensarsi completamente.. Per ora i concerti in live streaming non sembrano un’alternativa davvero convincente, capiremo nel prossimo periodo cosa sarà possibile proporre dal vivo rispettando il distanziamento sociale.

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