Intervista ai MINNIE’S

1. Cos’è successo in questi anni di attesa?
(Ale) L’attesa del piacere è essa stessa il piacere. Scherzi a parte, dall’esterno molto spesso l’attesa si percepisce come silenzio, che per una rock band è quasi un ossimoro.
Se guardiamo indietro ai tre anni passati dai nostri ultimi concerti, invece, il rumore è assordante.
Abbiamo rovesciato il bagaglio sul tavolo e rimescolato le carte per dimostrare ancora una volta a noi stessi e a chi ci è vicino che la musica non è la nostra passione, ma un percorso artistico di condivisione e riflessione. In questi anni di attesa abbiamo steso la miccia, ora l’accendiamo.

2. In che modo Evviva Manifesto è l’inizio di un nuovo percorso?
(Luca) Te ne dico una per tutte: nella storia dei Minnie’s questo è il disco in cui ho scritto meno ma ho cantato di più. È cambiato l’approccio, al di là degli strumenti utilizzati, degli arrangiamenti o degli ospiti presenti: un lavoro interno alla band, che getta le basi per un nuovo percorso. L’arrivo di Alberto al basso ha avuto un ruolo fondamentale nel rimetterci in discussione, nel modo di scrivere le canzoni, nella possibilità di sperimentare.

3. Com’è stato lavorare con Enrico Gabrielli? Aneddoti dallo studio?
(Alberto) Direi un’esperienza formativa, a livello umano e artistico. Enrico trasmette serenità, sa creare il clima giusto per far sviluppare le idee. Il tutto è nato dal desiderio di arricchire “Fenice”, in cui sentivamo il bisogno di inserire una parte strumentale che venisse da qualcun altro…
(Luca) E per registrarlo siamo tornati al Transeuropa, a Torino, un posto importante nella storia dei Minnie’s perché ci abbiamo registrato “L’Esercizio delle Distanze”. Tornare lì per questa sessione e lavorare ancora con Fabrizio “Cit” Chiapello è stato un regalo nel regalo.
(Alberto) Inizialmente doveva suonare una parte di sassofono solo su “Fenice”, ma alla fine si è ritrovato a improvvisare anche su “Volare” con il clarinetto basso, uno strumento lontanissimo dal nostro modo di arrangiare e creare la musica. É stato magico, a tratti irreale. Quella sessione è stata come un battesimo, la consacrazione di un’idea che fino a quel momento era stata rinchiusa nelle nostre quattro teste.

4. Cos’è rimasto dei ragazzini di Porta Romana che facevano punk?
(Yuri) Il punk per noi è sempre stata una questione di attitudine, di approccio alla musica, e se vuoi anche un po’ al mondo esterno. L’idea di non avere un immaginario estetico definito ma di crearcene uno nostro, per noi era il cuore stesso del punk, a differenza di quello che il senso comune intende per “punk”. Credevamo che il fare fosse più importante del parlarne, e questo approccio forse ce lo portiamo ancora dentro. Solo che questa volta abbiamo sentito il bisogno di fare un passo diverso, di sperimentare altre sonorità, e per farlo abbiamo dovuto rallentare un attimo a riflettere e studiare… cosa che non abbiamo mai fatto molto.
Penso che dentro “Evviva Manifesto” si riconoscano tutte le anime dei Minnie’s, e credo che fosse quello che volevamo: dall’istintività del punk alle sonorità sognanti dello shoegaze, dall’elettronica al calore degli ottoni di Gabrielli.

5. In sintesi, qual è il tema di Evviva Manifesto?
(Yuri) Quando si formula un manifesto si ha l’ambizione di stipulare un accordo tra l’artista e il fruitore dell’opera d’arte. L’artista vuole sancire l’inizio di qualcosa, di un percorso, e vuole che questo progetto sia il più possibile condiviso da chi ci si riconosce. Arriviamo a questa consapevolezza dopo diversi anni, ma nel momento giusto per noi.
La nostra tensione artistica è sempre stata verso quello che ci faceva stare bene con noi stessi e con il mondo, perché da sempre abbiamo deciso di non fare compromessi con la nostra felicità, almeno dentro la band.
Abbiamo suonato con le band di cui avevamo i poster in cameretta, registrato in studi di registrazione pieni di storia. Abbiamo fatto tour europei, conosciuto migliaia di band che viaggiavano come noi, anche con noi. Abbiamo calpestato palchi immensi, suonato a casa di amici, abbiamo amato e ci siamo ubriacati. Abbiamo condiviso tutto e di tutto.
Insomma, possiamo dirci felici.

6. Non vi mancano un po’ le chitarre distorte?
(Ale) Non ci mancano perché l’evoluzione della nostra musica ci ha permesso di assorbire quel sound e trasformarlo, il che non significa semplicemente chitarre meno distorte o totalmente pulite. Per fortuna esiste un ventaglio di possibilità vastissimo, abbiamo cercato di esplorare e toccare punti fino ad ora mai immaginati, quindi non abbiamo sentimenti nostalgici. Di certo non ci sentiamo obbligati a replicare il sound dei dischi precedenti. Il live set che stiamo preparando include anche canzoni dei dischi precedenti, alcune rilette in chiave attuale, altre con sound originale. Le chitarre distorte, volenti o nolenti, sul palco torneranno.

7. E adesso cosa dobbiamo aspettarci dai Minnie’s?
Musica nuova da ascoltare, un immaginario in cui immergersi. Perché seguire una band sia ancora qualcosa in cui riconoscerci oltre un ritornello.

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