Intervista ai LAVIGNA

I Lavigna vengono da Firenze e sono al loro terzo singolo, dopo Radionotte e Io morirei usciti nell’arco dell’ultimo anno. A questi, il 2 ottobre si è aggiunto il nuovo brano Accelerare il tempo, un bel pezzo rock che però può vantare anche influssi di generi “all’americana”, a cominciare da notevoli influenze blues. Abbiamo parlato con la band per discutere del loro modo di fare musica, del significato del brano e del significato di fare musica.

Prima di parlare del nuovo singolo, facciamo un piccolo passo indietro. Chi sono i Lavigna e cosa vogliono?
Siamo persone che sentono continuamente la spinta e il desiderio di guardarsi dentro e analizzare i propri pensieri, affrontarli, svolgerli e cercare infine di tradurli in musica. È l’esigenza di affermare la propria esistenza, con la volontà di comunicare le nostre idee e trasmettere il messaggio alle persone che ci ascoltano. Ci piacerebbe che chi ascolta la nostra musica riflettesse un po’ su sé stesso, magari scoprendo qualcosa di nuovo o di inaspettato.

Tornate a farvi sentire con il singolo “Accelerare il tempo”. Cosa significa per voi questo ritorno?
È senza dubbio molto emozionante tornare a far sentire qualcosa di nuovo dopo molti mesi di fermo: non vediamo l’ora di consegnarvi questo singolo molto intimo. In effetti è strano sentir parlare di “ritorno” già dopo l’uscita di soli due singoli, ma noi percepiamo la forte potenza emotiva e comunicativa di questo brano, lo vediamo come una spinta decisa per proseguire il nostro percorso e raggiungere i nostri obiettivi.

Quanto c’è di autobiografico in questo brano?
Il pezzo è molto autobiografico, basta pensare all’immagine con la quale si apre la strofa…
Nasce un po’ dalla mania di allineamento di tutto ciò che può avere un lato dritto. Rappresenta una vera e propria distorsione della realtà; quando mi capita di assentarmi durante una conversazione e finire per allineare con un occhio tutto ciò che trovo nella stanza. Un po’ una fissazione o come mi piace chiamarla: uno stilema.
Poi il tutto prosegue con una serie di paure molto sentite su ciò che deve accadere. Insomma, si può dire che sia un’analisi di un momento profondamente intimo che spesso si presenta al momento sbagliato.

Dove avete trovato l’ispirazione per scrivere questo vostro nuovo capitolo musicale?
Ci piaceva l’idea di descrivere il momento di astrazione dalla realtà, quello che permette di intraprendere, in maniera del tutto naturale e spontanea, un viaggio senza regole, diretto verso ciò che potremmo incontrare in un futuro lontano o, perché no, vicinissimo.
Parliamo di figli, parliamo di timore della solitudine, parliamo di paure che non sappiamo essere vicine o lontane e che decidono spontaneamente, senza preavviso, quando venire a farci visita.
Spesso nel mezzo delle conversazioni i nostri pensieri si sganciano dal momento e si scoprono in viaggio, sopra le case e le strade della città, ma con la costante possibilità di schiantarsi brutalmente al suolo in una manciata secondi, come quando realizziamo che non c’è una soluzione immediata ai nostri timori e torniamo, impassibili, a dialogare. E un attimo dopo a partire ancora.

Come si sviluppa il vostro processo creativo?
Sulla carta è molto semplice: scriviamo con chitarra, carta e penna, buttiamo giù uno scenario, un’idea che ci guidi e ci convinca. Se tutti e tre veniamo trasportati in un luogo, in un momento, in una sensazione, allora capiamo che il materiale è buono e ci mettiamo a lavoro per svilupparlo. Ci divertiamo a sperimentare, a sbagliare, a mettere sempre qualcosa di nostro in ogni brano.
In fase di rifinitura poi intervengono anche Samu & Tommi, produttori e ormai quasi membri aggiunti della band, che contaminano ulteriormente il pezzo con le loro intuizioni, senza mai snaturare l’emozione di partenza.
In poche parole è stupendo, ogni canzone è una sfida con sé stessi per creare dal nulla un ponte fra la realtà e le sensazioni, e lavorare assieme è sempre un’esperienza che genera grande divertimento e soddisfazione.

Quali sono le vostre influenze musicali?
Abbiamo tutti e tre sicuramente a cuore la musica suonata dal vivo, l’idea dello studio di registrazione come uno strumento analogico con cui sporcarsi le mani e divertirsi a girare manopole, provare spingere pedali e ascoltare passo dopo passo cosa sta succedendo alla canzone.
Per questo motivo ci sono artisti che ammiriamo maggiormente, sia italiani come Battiato, Battisti, sia stranieri, come Arctic Monkeys e Dr. Dre, perché sono e sono stati innovatori e ribelli, capaci di imprigionare emozioni tramite intuizioni tutt’altro che semplici riproponendole agli ascoltatori in modo ingegnosamente immediato.

Presupponendo un rapido ritorno alla normalità, cosa ci dobbiamo aspettare dai Lavigna per i prossimi mesi?
Speriamo prima di tutto di uscire un po’ dalla nostra zona comfort ed iniziare a suonare dal vivo, che è una cosa che ci manca moltissimo. E poi magari di riuscire a chiudere qualche progetto lasciato a metà da tutti questi mesi di stop.

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