Intervista ai KEEMOSABE, dopo X-Factor si preannuncia un 2020 di fuoco

di Cassandra Enriquez

La loro eliminazione da X-Factor aveva fatto parecchio discutere ma, nonostante questo incidente di percorso, i Keemosabe sono stati i protagonisti di un anno estremamente interessante dal punto di vista musicale e adesso sono pronti a preannunciare un 2020 di fuoco!

Quello che più colpisce di questa talentuosa band è la sua appassionata e minuziosa ricerca artistica che la porta ad esplorare le decadi più prolifiche del rock e del pop, creando un sound capace di mettere d’accordo tanto le nuove generazioni quanto i più nostalgici della belle époque. L’ultimo esempio di questa ricerca si trova nel singolo How Long, rilasciato il 4 ottobre, cover della celebre hit del 1975 scritta da Paul Carrack.

Abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con i Keemosabe e abbiamo chiesto loro di raccontarci qualcosa di più sul loro percorso artistico.

Benvenuti ragazzi, cominciamo da una domanda semplice: qual è l’origine del vostro nome?
Grazie mille a voi per dedicarci questo spazio. Il nome significa “fratelli da madre diversa” in lingua Comanche (nativi americani).
Non vogliamo assolutamente scimmiottare la cultura di una tribù che è lontana dal nostro mondo di appartenenza, ma è un piccolo omaggio ad una popolazione che ha fatto della devozione verso la propria terra e la natura uno dei propri principi cardine. Cosa che di questi tempi dovrebbe ritornare ad avere la stessa importanza per tutti noi.

Avete voglia di parlarci del vostro background musicale e di come vi siete conosciuti?
Veniamo da pianeti davvero differenti. Alberto e Sebastiano (cantante e batterista) hanno un passato nella scena Jazz/Fusion di New York, Pino (bassista) è cresciuto a pane e Stoner nei locali del Nord Italia, Andrea (tastierista) è un produttore di colonne sonore.

Ci siamo incontrati durante una jam tra amici in una casa dispersa in mezzo ai boschi del novarese; da lì è scattata una chimica particolare che ci ha spinti a suonare insieme sin da subito, sebbene non avessimo nulla di prestabilito. È stata la naturalezza delle nostre prime jam a convincerci che era necessario sfruttare le nostre divergenze musicali e trasformarle in qualcosa di diverso ed unico.

Ancora oggi quella casa nel bosco rimane la nostra base in cui viviamo, suoniamo, componiamo e registriamo. È bello avere un luogo distante dal resto del mondo in cui possiamo rifugiarci per esternare la musica che sentiamo dentro.

Parliamo di How Long. In che modo la vostra versione si differenzia dall’originale?
How Long è stata una grande hit degli anni ‘70, l’abbiamo voluta rendere estremamente anni ‘80 in una live session con synths, vocoder e un piccolo omaggio a Phil Collins.
È un esperimento musicale che non avevamo mai provato prima, a noi piace sempre tentare arrangiamenti che sono lontani dal nostro ramo di appartenenza, per vedere quanto riusciamo a spingerci oltre e soprattutto quanto possiamo imparare musicalmente.

Ha un significato particolare per voi questa canzone?
Ha un significato il modo in cui l’abbiamo registrata: è il frutto di una live session nella nostra casa nel bosco, condivisa con grandi artisti che possiamo chiamare amici, Malstrom e Luis Tesso. Per l’occasione la casa è stata trasformata in un ambiente futuristico, la live session è sul nostro canale YouTube se volete vedere com’è andata!

Ci parlate del processo di creazione di un vostro brano?
Solitamente l’idea embrionale parte da Alberto, con melodia e accordi, ma poi in sala prove avviene la trasformazione. Cerchiamo di non limitare mai la nostra esplorazione musicale, il processo è molto democratico: a volte ognuno ci mette del suo e arriviamo a composizioni collettive, altre volte ci prefissiamo una linea da seguire e andiamo tutti verso quella direzione.

La vostra esperienza a X-Factor ha avuto qualche influenza sulla vostra carriera musicale? Pro e contro?
È stata un’esperienza da fare. Ormai i talent sono parte integrante del mercato musicale e danno una visibilità difficilmente raggiungibile in altro modo per un artista emergente.

Ci siamo trovati bene, anche se è durata poco, e soprattutto abbiamo ricevuto una risposta insperata da parte del pubblico. Siamo un prodotto sicuramente non da classifica italiana ma comunque migliaia di persone hanno dimostrato subito un affetto incredibile.

I contro arrivano col tempo, quando non ci sarà più copertura mediatica e la gente comincerà a chiedersi “che fine hanno fatto quelli là?” sarà nostro compito progredire sempre di più e non cadere nel cimitero di talenti scomparsi dopo i vari Amici, X-Factor, The Voice. Abbiamo tanto da dire e speriamo di poterlo dimostrare negli anni a venire.

Come band avete avuto la possibilità di esibirvi in diverse città, europee e non solo. Quale città vi ha lasciato il ricordo migliore?
Sicuramente Londra, per diversi motivi: è la città musicale per eccellenza in Europa, ci abbiamo vissuto per un periodo di tempo, abbiamo fatto i nostri primi concerti sold out lì e soprattutto abbiamo avuto l’onore di poter registrare il nostro primo EP agli Abbey Road Studios.

Elencate cinque canzoni che chiunque dovrebbe conoscere prima di ascoltare un vostro brano.
Andiamo di evergreen sempre presenti in tutte le nostre playlist:

  • Elephant – Tame Impala
  • Inhaler – Foals
  • People are strange – Doors
  • Dangerous Animals – Arctic Monkeys
  • Go – Chemical Brothers

Qualche anticipazione sui vostri progetti per il 2020?
Sarà un 2020 di fuoco! Stiamo terminando le registrazioni del nostro primo LP, attualmente abbiamo iniziato il mixing con Tommaso Colliva (Muse, Calibro 35, Afterhours). Contiene 12 nuovi inediti, sarà in uscita nel 2020 e con esso arriveranno date in Italia ed Europa durante l’anno.

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