Intervista ai GIALLORENZO: il singolo MEGAPUGNO anticipa l’uscita di un nuovo EP (pandemia permettendo)

I GIALLORENZO sono una band nata dalla storica amicizia (e convivenza) tra due preesistenti progetti provinciali attivi a Milano: i Malkovic, band post-rock bresciana, e montag, cantautore bergamasco. Fanno pop lo-fi, tra registrazioni in cameretta e casinismo punk in sala prove.

Il loro album di debutto, MILANO POSTO DI MERDA, uscito per La Tempesta Dischi, è un disco assolutamente interessante e originale soprattutto perché pieno di riferimenti culturali nazional popolari, presi ovviamente dai muri di Milano, per raccontare al meglio i pazzi che abitano la città. Il 20 marzo è uscito il loro nuovo singolo, MEGAPUGNO, che in perfetto stile MILANO POSTO DI MERDA parla di mascolinità tossica, rabbia, isolamento e potere che si mangiano le relazioni, oppure, in parole povere, racconta di un senzatetto che ha tirato un destro sulla faccia della propria partner alla fermata del bus.

Per capire come se la passano di recente, ho fatto una chiacchierata via note vocali con Pietro, cantante e autore dei testi.

Per prima cosa ti chiedo se dopo l’uscita di MILANO POSTO DI MERDA avete notato qualche cambiamento, per esempio da parte della stampa che magari reagisce in modo diverso rispetto a quello che fate, oppure il vostro bacino d’utenza che si è allargato e quindi vi capita di suonare in posti nuovi?
No, in realtà non ci sono stati grandi cambiamenti, siamo un progetto molto piccolo non in grado di svoltare le sostanze. In un certo senso è cambiata su alcuni aspetti piccoli ma importanti. Ci siamo resi conto che il maggior riscontro che abbiamo ottenuto nella vita l’ha avuto un progetto per il quale siamo stati a cuor leggero, abbiamo fatto quello che volevamo e non abbiamo cercato chissà quale hype. Ci siamo semplicemente buttati di cuore a fare una cosa che ci sembrava divertente e che nella nostra testa era già abbastanza chiara, non c’era bisogno di pensarla troppo. Ci ha insegnato che tante cose esagerate e tanti ragionamenti in realtà non portano sempre a un risultato più autentico o più comprensibile. Per il resto tutto uguale, rimaniamo senza soldi, senza lavori, anzi, due dei ragazzi lavorano, mentre io e Marco siamo ancora studenti quindi è rimasto più o meno tutto come prima. Poi sì, assolutamente, siamo rimasti molto sorpresi dal poter cominciare a girare un po’di più, poi gli articoli che sono usciti sicuramente hanno aiutato. Sorpresi sì, è stata una bella scoperta.

I GIALLORENZO nascono dall’unione di due progetti, i Malkovic e montag. Questa collaborazione vi ha portati a lavorare in modo diverso rispetto a come facevate prima?
Per ora il modo di lavorare è lo stesso, o comunque per quello che riguarda me. Ho sempre portato i brani praticamente già fatti in sala prove e poi se vengono fuori delle idee a volte li si scompone, li si distrugge e si cambia. Nell’ultimo anno, dato che c’è stata questa risposta nei confronti dei GIALLORENZO stiamo cercando di essere un po’ più sul pezzo come ritmi da darci, come scadenze, poi ora che non si può più suonare dal vivo è tutto abbastanza in forse. Le cose sono un po’ diverse per Giovanni e Fabio, il chitarrista e il batterista, che vengono dai Malkovic (progetto che continuano a portare avanti). Fabio suona la batteria invece del basso (suonato da Marco) e Giovanni non è più la voce principale e autore dei pezzi, quindi comunque è un cambiamento creativo abbastanza grosso per tutti e due. Però so che il prossimo disco dei Malkovic lo vogliono mixare loro, come è stato per il disco dei GIALLORENZO, che è stato mixato da Fabio. Quindi lavorare insieme ci ha permesso di avere questa nuova libertà di fare le cose invece di aspettare gli altri per doverle fare.

La scelta di fare un disco pop lo-fi/punk (ovviamente, vincente) è stata consapevole? C’era la volontà di prendere le distanze dalla marea di indie-pop super apparecchiato da qui veniamo sommersi quotidianamente?
Assolutamente, è stata una scelta rivendicata, fare un disco che suonasse talmente male rispetto a tutte le cose che suonano bene perché fanno l’occhiolino a un certo modo di fare pop ma non sono necessariamente belle. Sì, volevamo fare una cosa sporca, marcia, il più marcia possibile, ma che si facesse notare, che non fosse solo sporcizia ma sporcizia catchy.

Sporcizia catchy! Ok, mi piace. Nonostante tutto (intendo nonostante la pandemia) è uscito il vostro nuovo singolo, MEGAPUGNO, che anticipa l’uscita del nuovo EP che contiene sette nuovi  pezzi. Che direzione prenderà? E parlando di pandemia, come state vivendo il fatto di essere fermi in casa e non poter suonare live?
Il suono non cambierà, l’EP sarà ancora molto lo-fi, ancora tutto prodotto da noi, mixato da noi, smerciato da noi. Sarà un po’ diverso nel senso che ci sono alcune batterie un po’ più grosse, stavolta abbiamo addirittura delle batterie pulite, magari invece di mettere delle distorsioni sulla batteria abbiamo un po’ seccato delle frequenze e fatto cose un po’ più vintage, abbiamo provato a richiamare un po’ il suono lo-fi anni ’90, o alt rock anni ’90. Differenze abbastanza minimali comunque. Non ci saranno invece pezzi acustici, come nel primo lavoro, anche perché è un EP, quindi è più piccolo e non ci stavano come nel primo disco.

Come stiamo lavorando adesso? Non so bene cosa dirti. Abbiamo la nostra scaletta, il master praticamente pronto, abbiamo tutto in bolla per partire. Questa pandemia però non è solo una cosa che rimanda e che fa ritardare le cose, ma è proprio un avvenimento che ti fa interrogare sulle cose, ti fa aprire le interviste e i master con uno spirito diverso. Non poter suonare dal vivo, che per noi è il momento in cui è più evidente il significato di quello che facciamo, alimenta la sensazione di stop, di annullamento. Ogni operazione al momento è un po’ più densa di interrogativi, a che cosa serve organizzarsi per uscire se poi rimane tutto fermo?

Se ti dovessi chiedere di parlarmi un po’ delle vostre influenze, invece? Vi dichiarate compagni di classe di Tropea, Belize, Generic Animal e tutto questo va benissimo, ma per quanto riguarda il suono che date alla vostra musica, che gruppi ti verrebbe da citare?
Compagni di classe non dal un punto di vista di suoni, anche se un plugin che ci hanno passato i Tropea l’abbiamo usato massicciamente nel disco, quindi quello gli va riconosciuto, ma intendo semplicemente perché ci si becca, ed è la gente con cui si ha la percezione di appartenere un po’ alla stessa realtà. Le nostre influenze sono principalmente straniere è vero, statunitensi, tipo i Teen Suicide, Elvis Depressedly quella scena americana lì. Però, anche per il modo in cui scrivo, dobbiamo molto all’Officina della camomilla, ai Tre Allegri Ragazzi Morti, Le luci della centrale elettrica, quell’indie italiano prima delle playlist di Spotify. Nel nuovo disco abbiamo aggiunto roba un po’ più vecchia, tipo i Pavement, l’influenza è sicuramente straniera ma è inevitabile sentirci dentro anche delle grosse fette di musica italiana, traspare proprio da quello che facciamo, si sente.

Mi aspettavo nominassi i Verdena o la scena di Pesaro, i Brothers in Law, i Be Forest, gli Altro…
Sì, alle superiori ho ascoltato tantissimo i Be Forest, ma anche i Soviet Soviet di sicuro li abbiamo ascoltati tutti. I Verdena sono importantissimi per Fabio (il batterista) e per Gio. Per me e Marco, paradossalmente, essendo bergamaschi, non sono un ascolto giovanile, abbiamo iniziato ad ascoltarli tardi, però sì la scena pesarese si sente massicciamente. Gli Altro un botto, Alessandro Baronciani è stato anche il produttore del primo Ep di montag (il primo disco di tutta la mia vita) quindi di sicuro è un’influenza, più degli altri che ho detto prima che semplicemente cito per onestà intellettuale e perché sia evidente che non cerco di smarcarmi da quelli un po’ più guilty pleasure.

Avete ripreso un’estetica molto DIY per via della fanzine e per i video di BONTI ed ESSELUNGA STABBING, che alla fine non sono altro che dei vostri video girati con i vostri telefoni, ennesima scelta che vi allontana dal resto della scena ”indie” (sempre virgolettatissimo) che ormai è diventata, suo malgrado, super patinata.
Naturalmente anche qui è stata una scelta rivendicata, rimettere in circolo delle cose che erano molto belle e che si è smesso un po’ di fare, ma è anche molto spontanea. La fanzine per esempio è uscita perché volevo farla e mi serviva per far capire meglio le parole delle canzoni, potrebbe essere che domani cambiamo tutto e ci buttiamo sugli anni ottanta o sull’estetica dei trapper. Evidentemente c’era un senso di nausea generato dall’immaginario indie pop, tutto uguale e tutto inscatolato.

Tutti i testi delle canzoni sono reperibili sul vostro profilo Instagram, sulla fanzine e poi ho trovato anche delle note scritte da te su Genius. Ci sono autori che preferiscono non dare spiegazioni sulla natura dei propri testi, chiaramente tu non sei tra questi.
Mi piace parlare delle mie canzoni e credo che sia naturale farlo, quando qualcuno si interessa (dal vivo) a volte mi imbarazzo, magari preferisco un mezzo come Genius o le interviste scritte oppure i social. Non c’è il tentativo di dare una spiegazione alle canzoni, però visto che non sono parole a caso, io per primo do la mia chiave di lettura così da poter scoprire quali sono le chiavi di lettura degli altri. Sono certo che sono infinite e alcune più intelligenti di quello che pensavo, un mio amico per esempio cura un podcast, Decameron, che raccoglie storie che la gente invia via WhatsApp, e mi ha chiesto di suonare un inedito dei GIALLORENZO in gran segreto perché aveva dato un valore totalmente diverso al testo, ma con la sua chiave di lettura la canzone funzionava molto meglio. Quindi il mio raccontare le mie canzoni non è un dare una sola chiave di lettura o credere ci sia una sola chiave di lettura, ma più che altro dipende dalla passione che ho per il proliferare dei significati.

Per concludere su una nota un po’ più introspettiva, hai scritto del signor Giallorenzo o del signor Megapugno per esorcizzare la paura di finire come loro?
Credo che il senso principale dei GIALLORENZO, proprio dal punto di vista di quello che diciamo nelle canzoni, sia proprio quello che delle cose diverse, di queste persone marginali, di queste prospettive inquietanti non c’è da avere paura perché non c’è niente di disumano nel loro essere a volte bestiali. I personaggi di cui parliamo non sono cattivi, questo deve essere abbastanza chiaro, non sono situazioni deprimenti che noi disprezziamo, anche la solitudine del signor Giallorenzo non è vista come una cosa di cui essere terrorizzati. Ci si rispecchia in questi personaggi? Sì, ma proprio per non temere le curvature strane che potrebbe prendere la vita e quegli aspetti che potrebbero diventare talmente importanti da farti impazzire. Nel caso del signor Giallorenzo era la tendenza a isolarsi o a dubitare degli altri, nel caso di Megapugno una tendenza possessiva o violenta. Smascherare questa cosa, cioè non avere paura delle cose strane di cui siamo fatti e renderci conto che nelle persone che possono sembrarci inquietanti e mostruose in realtà c’è un pezzo di noi, è il primo timido passo per non cadere nella trappola di farsi dominare completamente da un solo aspetto del vivere.

MILANO POSTO DI MERDA e il nuovo singolo MEGAPUGNO sono su Spotify, mentre il resto lo potete trovare sul profilo Instagram o Facebook dei GIALLORENZO. Il tutto vi aiuterà a superare la depressione da pandemia, ve lo garantisco.

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Elena Donatello

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Anello di congiunzione tra le Spice Girls e Burzum fin dal 1988

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