Intervista ai BLOSSOMS

Intervista di Oriana Spadaro | Foto di Elisa Hassert

Avete presente il film “Almost Famous” di Cameron Crowe, in cui il protagonista è un giovane giornalista musicale a caccia di interviste alla sua band del cuore? Ecco. Prendete una indie band inglese, un concerto in un club milanese, una webzine instancabile e due ragazze appassionate di musica e fotografia, e il remake del film è pronto.

Venerdì 12 ottobre i Blossoms di Stockport (nei pressi di Manchester), dalle principali line-up mondiali, arrivano al Tunnel Club di Milano. A due passi dalla mia vecchia casa, lasciata qualche mese fa. Mi dicono che c’è la possibilità di intervistarli, ma io non ho mai intervistato nessuno e non sono una a cui piace fare domande. Però sono cresciuta a brit pop e Lester Bangs, per cui l’inglese non è un problema. Accetto, mi butto. Vado lì e faccio finta di parlare con il mio amico di Londra, dico a me stessa. A farmi da spalla c’è l’ottima fotografa Elisa Hassert.

In un caldo pomeriggio di ottobre arriviamo trafelate al Tunnel Club, con la nostra attrezzatura e tante belle speranze. Non sappiamo esattamente dove ci attendono, né quanto tempo abbiamo a disposizione. Ma siamo pronte a tutto.

Ci fanno salire sul tour bus, proprio come nei sogni di rock’n’roll.

Sono in quattro: Tom Ogden e Josh Dewhurst seduti alla nostra sinistra, Joe Donovan e Charlie Salt di fronte a noi. Manca solo Myles Kellock che vedremo arrivare solo più tardi.

Ci offrono una birra, come rifiutare?
Si comincia, cheers.

Ciao ragazzi. Bentornati a Milano! É stata una grande estate per voi, avete suonato nei principali festival europei e non solo. Com’è tornare a suonare in un posto più piccolo come questo? Cosa vi aspettate dal concerto di stasera?
Tom: Ci aspettiamo di sudare! È come fare una specie di concerto del liceo, come quelli che facevamo nel Regno Unito tre anni fa.

Preferite suonare di fronte a migliaia di persone oppure in un’atmosfera più intima?
Charlie: Ricevi sensazioni diverse da entrambe le situazioni.
Tom: Ci sono pro e contro di ognuna. Soprattutto pro, se c’è un pubblico enorme. Quando sei nel Regno Unito ed è sold out ogni sera e ci sono cinquemila persone, tutti conoscono le parole delle canzoni, ti diverti, ami la situazione.
Stasera invece abbiamo ancora qualcosa da dimostrare a molte persone. Non sanno cosa aspettarsi, non tutti conoscono le parole a memoria. È come una sfida.

Si, è una sensazione diversa, perché ormai nel Regno Unito siete delle stars. Il vostro primo album Blossoms del 2016 è stato al primo posto della classifica inglese. Come sono cambiate le vostre vite dopo questo enorme successo?
Charlie: Non penso siano cambiate molto. Il successo ci ha solo incoraggiato a lavorare ancora più sodo e sforzarci di più.
Tom: Io penso sia tutto uguale a prima. Abbiamo sempre gli stessi amici attorno, siamo sempre vicini alle nostre famiglie. Abbiamo i piedi sufficientemente piantati a terra da non lasciare che il successo ci dia alla testa.
Joe: Viviamo ancora nella stessa città.
Josh: Usiamo il successo come carburante per prepararci a ciò che ci aspetta.
Tom: E per il tour bus! Un po’ di gente ci ferma per strada per fare le foto, ma anche questa è una conseguenza dell’essere un personaggio pubblico. Non c’è niente di male nell’essere in una band, è solo qualcosa di diverso nella tua vita a cui ti devi abituare.
Charlie: Impari a leggere le cose meglio di come avresti fatto all’inizio. Intendo i concerti, il contesto, le persone. È una cosa buona, è esperienza.

Dopo il grande successo del primo album, vi siete sentiti sotto pressione nella creazione del secondo?
Tom: Fortunatamente no. C’è stata un po’ di pressione quando lo stavo scrivendo, ma non tanta. Ero concentrato a scrivere canzoni, ad essere produttivo e non pigro. Nel 2016 siamo stati in tour, abbiamo fatto 150 concerti in tutto l’anno. C’erano delle volte in cui pensavo “cavolo devo scrivere le canzoni!”. Poi ho deciso di scrivere per qualche settimana. Ero un po’ stressato dal pensiero, ma poi andavo a casa e scrivevo, quindi andava bene così. Un po’ di sana pressione serve a motivarmi.
Poi siamo andati in studio con Rich Turvey e James Skelly (frontman dei Coral, ndr), che avevano già prodotto il nostro primo album. Ci sentivamo a casa, a nostro agio. Abbiamo spaccato in studio. Ci abbiamo impiegato due giorni a finire una canzone. I pezzi sono nati in modo naturale, senza alcuna forzatura.
Joe: Non avremmo mai fatto il secondo album se ci fossimo sentiti forzati a farlo.
Charlie: Abbiamo un buon team: management, etichetta, agenzia di booking, sono tutti bravi. Siamo molto grati di ciò. Ci supportano e tengono lontani da tutti i problemi.

Parliamo del vostro nuovo album, Cool Like You, uscito lo scorso aprile e che non vediamo l’ora di ascoltare stasera. Come spiegate il titolo? È un po’ ironico o sbaglio?
Joe: Si, volevamo che fosse così.
Tom: C’era già una canzone con questo titolo. Quando l’ho scritta ho pensato a questo titolo in senso ironico, appunto. Quando sei nell’industria musicale, in questo business, incontri tanta gente, c’è tanta merda in giro. Il nostro messaggio è “non vogliamo essere cool come voi”. Siamo felici di essere come siamo.
Inoltre Cool Like You è molto immediato, facile da ricordare. Sta bene scritto da qualche parte, su una t-shirt per esempio. Abbiamo pensato che suonasse bene come titolo per un album. Tu dicevi che suona ironico, infatti è come dire “la gente può prendere ciò che vuole da me. Potrei essere come voi fans, sarei cool come voi. Tutti sono cool. Noi non siamo cool. Ma non ci interessa.”
Joe: In qualsiasi modo tu voglia interpretarlo, puoi farlo.
Tom: È come “As You Were” di Liam Gallagher. Prendi ciò che vuoi da questa frase, la interpreti come vuoi.

Questo è un ottimo spunto perché una delle mie domande è proprio: Noel o Liam?
Tom: Nooo! É come chiedere ad un genitore qual è il suo figlio preferito.
Charlie: É come chiedere pizza o pasta. Impossibile scegliere.
Tom: Amiamo gli Oasis, quindi amiamo e conosciamo entrambi. Abbiamo trascorso più tempo con Noel perché siamo stati un intero tour con lui, quindi lo conosciamo meglio. Ma non è giusto dire che ci piace uno più di un altro perché non li conosciamo abbastanza. Abbiamo incontrato anche Liam ed è stato davvero gentile con noi. Abbiamo avuto un’esperienza positiva con entrambi. Amiamo gli Oasis e vorremmo che tornassero insieme, ma stanno facendo della grande musica anche da soli, quindi stiamo ottenendo il doppio della buona musica, no?

Recentemente ho letto una vostra intervista in cui dite di voler diventare grandi come gli Oasis.
Vero.

Quindi sono una delle band a cui vi ispirate di più. Però nel vostro nuovo album sento tantissime influenze 80s. Quindi mi chiedevo quali sono le band del passato a cui fate riferimento.
Tom: The Beatles, Arctic Monkeys, Abba. Ci ispirano per il songwriting, i cori e le melodie.
Poi quando passiamo alla registrazione possiamo immergerci nell’acustica e concentrarci sui suoni delle tastiere, delle chitarre, e qui arrivano le band degli anni ottanta. Stiamo ascoltando molto le hit di quegli anni, non interi album, ma delle compilation. When Love Breaks Down di Prefab Sprout ha ispirato il sound di I Can’t Stand It. I New Order hanno ispirato Cool Like You, mentre There’s A Reason Why si ispira un po’ ai Killers. Puoi prendere influenze da tante cose. Una canzone può influenzare la linea di basso, un’altra può influenzare la batteria o le chitarre.
In definitiva i Sonics hanno ispirato moltissimo questo album per quanto riguarda le tastiere e le chitarre.

So che vi piace mettere riferimenti cinematografici nelle vostre canzoni. Vi siete ispirati a “Stranger Things” per Honey Sweet nel primo album; nel secondo invece vi siete ispirati a “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind” per I Can’t Stand It. Ci puoi raccontare perché?
Tom: Uno dei miei film preferiti, è fantastico. Semplicemente lo stavo guardando e le cose che dicevano mi hanno colpito. Sai, l’idea del cuore spezzato, che tutti abbiamo vissuto.. Nel film loro cercano di cancellare l’altra persona dalla mente. Ho pensato fosse uno spunto interessante per una canzone sulle pene d’amore, non la solita storia “un ragazzo incontra una ragazza”. Affrontare una procedura per rimuovere qualcuno dalla tua testa: è una storia diversa, strana. Per questo ho deciso di scriverne una canzone. Le cose che lui dice nel film le ho anche messe nel testo: “Why do I fall in love / With the least bit of attention”.

È un sentimento comune..
Tom: Si, capisci cosa intendono quando dicono che si innamorano appena qualcuno dimostra un po’ di interesse. Io mi innamoro facilmente, penso.
Charlie: Sei veloce.. (ammicca)

Con quale band leggendaria vi piacerebbe suonare o fare una canzone?
Tom: Dead Or Alive.
Charlie: Pete Burns – la buonanima! (ride)
Tom: Blondie. Kylie. Abba, ovviamente. Noel Gallagher.
Charlie: Anche con i Killers sarebbe molto bello.
Tom: Con tutte le band di cui siamo fans lo faremmo, ovviamente.

Come vi siete conosciuti? Com’è cominciato tutto?
Tom: Io e Joe al liceo. È l’amicizia più lunga all’interno della band. Abbiamo fatto una gita scolastica, avevamo 12 anni e siamo rimasti amici.
Joe: Io suonavo in un’altra band.
Tom: Joe formò una band con Charlie quando avevano 18/19 anni grazie ad un ragazzo con cui Joe lavorava. Anch’io ho fatto parte di quella band. Comunque facevamo tutti parte della stessa scena di Stockport. Io e Joe eravamo già amici. Poi arrivò Josh che andava al liceo, cinque anni più piccolo di noi e aveva un’altra band. La nostra band diede alla sua il primo concerto. Mi ricordo di aver visto Josh suonare la chitarra ed era veramente bravo. Eravamo tutti infelici nelle rispettive band, non ci stavano portando da nessuna parte. Sentivo che stavo scrivendo canzoni diverse. Io e Joe cominciammo ad uscire separatamente dalle nostre band e lui mi diceva che dovevamo fare qualcosa con quelle canzoni. E allora abbiamo chiamato Charlie. Però ci serviva un altro chitarrista e allora mi ricordai di Josh. Non lo conoscevamo come persona, ma lo prendemmo subito perché era bravo. Poi abbiamo scoperto che è anche un tipo divertente (ride).
Myles si è unito a noi circa sei mesi dopo. Andavamo alle feste a casa sua e tramite amici in comune ha saputo che cercavamo un tastierista e si è fatto avanti.
Joe: Per qualche motivo si vestiva in modo terribile. (ride) E per qualche motivo Tom mi ha convinto a farlo entrare nella band. Ed è stata la mossa giusta, lui è davvero bravo.

Dove avete trovato il pubblico più caloroso a parte nel Regno Unito?
Joe: Milano è niente male!
Charlie: Bucarest, Romania nel 2016. C’è un festival che si chiama Summerwell e non ci eravamo mai stati prima. Avevamo appena pubblicato il primo album. La folla era impazzita.
Tom: Berlino, Parigi, Giappone, New York, L.A., San Francisco, Bologna… Praticamente ovunque.

Qual è la vostra canzone preferita da suonare live?
Tom: Cambia da un giorno all’altro. Oggi dico I Can’t Stand It.
Charlie: Anche io dico I Can’t Stand It. È una canzone molto divertente da suonare, è piuttosto incessante, in termini di basso. Suono il basso io? (ride)
Joe: La mia è Stranger Still.

Conoscete la musica italiana? Avete un’opinione su di essa?
Charlie: Italo disco! Ci piace tantissimo.
Joe: Ascolta questa. Fuckin’ classy! (Ci fa ascoltare una canzone dal suo cellulare “Casco – Cybernetic Love”)

Lasciamo il tour bus sulle note di questa canzone dance elettronica italiana degli anni ’80 di Casco, (dj e produttore di Crotone, ndr) che mai avremmo pensato potesse ispirare una band britannica trent’anni dopo.

A due giorni di distanza non riesco a togliermi questa canzone dalla testa e soprattutto Joe che dice che la mia prima intervista è andata bene: “keep on doing it”.

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Oriana Spadaro

Oriana Spadaro

Malata di musica e fotografia. Collezionista di vinili e biglietti di concerti. Anglofila, doveva nascere nella Swinging London o nella Manchester degli anni ’90.

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